SCARPERIA E SAN PIERO – Sull’ampio circuito che delimita la Piazza dei Vicari si affacciano le testimonianze architettoniche più antiche che hanno determinato il costituirsi della prima comunità e le origini di Scarperia.

L’oratorio della SS. Trinità occupa interamente il lato settentrionale della piazza, ormai da lungo tempo non più identificato come primario riferimento sacro dei popolani, ma come ambiente destinato a funzioni non propriamente spirituali.

Il luogo infatti, è divenuto attualmente sede di esposizioni ed eventi culturali, noto popolarmente come Vecchia Propositura, sconosciuto a molti come oratorio della SS. Trinità o come antica chiesa parrocchiale dei SS.Jacopo e Filippo.

La chiesa fu eretta probabilmente agli inizi del XIV secolo per le esigenze della nascente “terra nuova” di Castel San Barnaba e assegnata come suffraganea alla pieve di Santa Maria a Fagna. Divenne parrocchiale con atto vescovile del 1375, momento in cui le fu concesso il Fonte Battesimale e la facoltà di battezzare. Da quel momento il suo territorio parrocchiale, fino ad allora circoscritto alla sola area fortificata di Scarperia si sarebbe esteso verso nord, fino alle falde dell’Appennino.

Ristrutturazioni e adattamenti dell’aula per le esigenze di un naturale incremento demografico del popolo di Scarperia si registravano già nel primo Quattrocento, momento in cui nel patrimonio di arredi liturgici della chiesa iniziarono a comparire opere artistiche di pregio notevole. 

Tabernacolo SS. Sacramento – Domenico Rosselli, XV sec., ora nella Propositura di Scarperia

Alla seconda metà del XV secolo dovrebbe appartenere infatti, la dotazione del raffinato tabernacolo in marmo per la custodia del SS. Sacramento scolpito da Domenico Rosselli e ora collocato nella cappella di sinistra dietro l’Altar Maggiore in propositura, la chiesa attuale di Scarperia.

Danneggiata gravemente dal terremoto del 1542, la chiesa fu ricostruita secondo la planimetria e le forme originali, impreziosita da nuovi arredi e con almeno sette altari al suo interno.

Nel 1593 fu nominata prioria, un ruolo perseguito per oltre un secolo e fino al 1704 momento in cui finalmente fu elevata a propositura con il titolo dei SS.Jacopo e Filippo e sotto il patronato del popolo.

Sostenuta dalle elemosine dei fedeli e dalle cospicue donazioni delle famiglie più facoltose, la propositura proseguì nel suo cammino pastorale divenendo il fulcro spirituale e sociale della comunità. Un organismo nel quale il popolo si riconosceva profondamente contribuendo concretamente ad accrescerne il beneficio parrocchiale e a garantire il sostegno dei rettori. Tra il XV e per tutto il XVII secolo al suo interno  erano attive varie Compagnie costituite e sostenute dalle famiglie più importanti della zona che in chiesa avevano fatto costruire altari sotto titoli diversi e davanti ai quali si adunavano gli iscritti.

Natività di Maria – Matteo Rosselli, 1633-35, ora nella Propositura di Scarperia

Al tempo sopra l’Altar Maggiore era una splendida Natività di Maria fra i Santi Jacopo e Filippo dipinta da Matteo Rosselli nel 1633-35 e ora visibile sul secondo altare di destra nella nuova propositura. Raccolta da una ricca cornice intagliata la tela mostra i due Santi che indicano la grandiosità dell’evento mistico, con la neonata Maria in grembo alla madre, Sant’Anna.

Secondo altare parete sinistra della navata, il timpano

Secondo altare parete sinistra, fregi della trabeazione

Secondo la descrizione di Giuseppe Maria Brocchi, alla metà del Settecento la chiesa doveva apparire al culmine del proprio splendore, con gli altari laterali sorretti da colonne di pietra, impreziositi da dipinti ed arredi di pregio. La cantoria con l’organo erano collocati sopra l’ingresso e addossati alle pareti laterali erano il Fonte Battesimale in marmo ed un pulpito di legno. Sotto l’Altar Maggiore, in una teca lignea, si custodivano le spoglie di San Prospero martire donate da Cosimo III Granduca di Toscana.

Quando le soppressioni religiose del primo Ottocento determinarono l’allontanamento degli Agostiniani da Scarperia, la loro chiesa conventuale più ampia e adatta alle esigenze del popolo, divenne sede principale della propositura, nella quale fu traslato poi anche il titolo parrocchiale dei Santi Jacopo e Filippo.

Da quel momento il primitivo edificio di culto divenne sede della Compagnia della SS.Trinità, e identificato popolarmente come Vecchia Propositura. Successivamente anche gli arredi e le opere sacre furono spostati nella nuova sede.

Il terremoto del 29 giugno 1919 provocò il crollo della copertura e il danneggiamento degli altari laterali.

Dopo il drammatico evento sismico furono indispensabili interventi radicali di restauro che si conclusero solo sul finire della decade successiva.

Nella seconda metà del Novecento, in seguito al secondo conflitto mondiale, fu necessario intervenire nuovamente per il consolidamento generale delle strutture, i rifacimenti del tetto e dei pavimenti.

L’aspetto dell’edificio che abbiamo oggi è dovuto al restauro complessivo intrapreso nel 2013.

L’interno nella sua vastità appare completamente spoglio di arredi, costantemente occupato da attrezzature espositive che ne offuscano solennità e carisma.

Alle pareti laterali restano le imposte di cinque altari, ormai tutte prive di mensa, sormontate da colonne di pietra che sostengono timpani interrotti dal simbolo eucaristico.

Fregio alla base del terzo altare sulla parete destra della navata

Qualche fregio dei committenti ben conservato resta ancora visibile alla base delle strutture.

Altar Maggiore

Lo stemma della famiglia Consorti alla base dell’Altar Maggiore, 1646

Il presbiterio è rialzato di due gradini e sulla parete di fondo si appoggia l’imposta possente dell’Altar Maggiore, con alte colonne che sostengono il timpano arcuato interrotto anch’esso dal simbolo eucaristico. Sui due plinti di base è il fregio policromo dei Consorti, la famiglia che aveva commissionato e fatto erigere l’altare nel 1646.

Scarestia, acquasantiera in pietra

Tabernacolo per la raccolta delle elemosine, sec. XVII

Sulle pareti della sacrestia restano affisse un’acquasantiera di pietra ed un tabernacolo murale in pietra serena usato come contenitore per le elemosine. Il manufatto databile al XVII secolo si propone con una mostra coronata da arco ogivale su valva di conchiglia a scanalature.

Pannello decorativo porta laterale, parete destra

Massimo Certini
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 23 giugno 2024

PALAZZUOLO SUL SENIO – Torna “VERSANTI, Festival Itinerante di Lettura dellAppennino”, con questa terza edizione dedicata ad ambiente e clima, coordinato dalla Cooperativa di Comunità “La C.I.A. – Cultura Innovazione Ambiente” in collaborazione con il Festival della Montagna Fiorentina, Foglia Tonda, Centro Studi Campaniani, Associazione Genti di Montagna e patrocinato dagli enti locali.

Diverse realtà dell’Alto Mugello promuovono il festival itinerante di lettura in Appennino, realizzato per la promozione della lettura in contesti insoliti e la valorizzazione del territorio,, anche grazie al Sistema Documentario Integrato Mugello Montagna Fiorentina che lo ha voluto co-finanziare nuovamente insieme alla Regione Toscana.

Il festival vuole sensibilizzare, con le tematiche proposte, all’importanza della cura di questi luoghi,  facendo riferimento anche vari eventi calamitosi subiti nel 2023.

Promosso dalla rete delle biblioteche dello SDIMM, si svolgerà fra Giugno e Agosto 2023 nei diversi territori con incontri con protagonisti di livello nazionale, passeggiate, letture e reading.

Si incomincia Sabato 22 Giugno alle ore 19 a Poggio Ratoio (Londa) con un trekking acustico, dove il cammino sarà alternato allascolto di performance musicali nel bosco.

Gli appuntamenti proseguiranno Sabato 13 Luglio a Campigno (Marradi) dove, alle ore 18.30, Cristiano Cavina presenterà il suo ultimo romanzo, mentre Domenica 14 Luglio alle ore 17.00 a Razzuolo ci sarà un reading in cammino “Alzarsi presto. Il libro dei funghi (e di mio fratello)” di e con Sandro Campani. 

Gli ultimi due appuntamenti saranno a Palazzuolo sul Senio: il 14 e 15 Agosto con “Comuni Mortali” al Camposanto di Salecchio e il 25 Agosto alla Chiesa di Piedimonte.

Il 14 e 15 Agosto si partirà con un workshop di lettura ad alta voce condotto da Mirko Artuso, mentre il 15 Agosto Massimo Cirri converserà con Maurizio Maggiani in “Parole sulla Memoria”, proseguendo con letture al tramonto con Teatro del Pane e gli allievi del Workshop. 

Il 25 Agosto alle ore 17.30 presso la Chiesa di Piedimonte concluderà il festival lo spettacolo ‘Katastro’ cronaca dellesondazione del Lamone a Faenza e nei territori limitrofi di Ivan Ferraro (scrittore) e Leonardo Parisio (musicista), con regia di Matteo Cecchini.

Il luogo dell’evento si potrà raggiungere con un trekking con guida escursionistica. “Quest’anno siamo molto contenti non solo che si siano aggiunti altri luoghi e che le collaborazioni crescano“ spiega Giada Pieri, presidente della Cooperativa di comunità “La C.I.A.” “ma soprattutto che partecipino protagonisti di livello nazionale quali Cristiano Cavina, Massimo Cirri, Maurizio Maggiani e Sandro Campani, e che le proposte artistiche, siano esse teatrali, musicali e altro, valorizzino luoghi sconosciuti del nostro territorio.”

© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 21 Giugno 2024

MUGELLO – Dal 31 Maggio al 3 Novembre, presso il convento di San Bonaventura al Bosco ai Frati, l’esposizione del dipinto “Madonna con Bambino in trono e la colomba dello Spirito Santo”, opera di Mariotto di Nardo di Cione. Una tavola di grande valore, pressoché sconosciuta al grande pubblico. Apertura sabato, domenica e festivi dalle 9:30 alle 12:30 e dalle 15:00 alle 18:00. Dopo l’evento Uffizi Diffusi, realizzato con i contributi della Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze e della Unione Montana dei Comuni del Mugello, poi lo scorso anno, per la mostra sugli “800 anni della Regola Bollata”, adesso questa nuova esposizione, con il dipinto di Mariotto di Nardo di Cione. Un grande impegno che, però, evidentemente non attrae l’attenzione di sponsors dell’imprenditoria locale, o di benefattori più in generale, dato che è stato organizzato, e per ora gestito, con le sole risorse che il convento e la comunità possono offrire. Nonostante ciò, l’ingresso per le visite resta comunque gratuito.

(immagini, Francesco Noferini, 2024)

L’artista. L’opera, “Madonna con Bambino in trono e la colomba dello Spirito Santo” – tempera e doratura su tavola – 88,5 cm. x 169 cm. – primo quarto del 1400 è un’opera di Mariotto di Nardo di Cione – notizie dal 1389 ca. al 1424 ca.. Probabilmente nato fra il 1360 e il 1370, Mariotto è individuato da Giorgio Vasari (“Le vite”, prima e seconda edizione) come nipote di Andrea di Cione – detto l’Orcagna – che aveva, insieme ai fratelli Nardo e Jacopo, una delle più note botteghe di pittura a Firenze. Autore di diverse tavole raffiguranti la “Madonna con Bambino in trono” nelle varianti con profeti, evangelisti, santi e angeli, nonché di pale d’altare, polittici, affreschi e decorazioni. Una produzione notevole, valorizzata a partire dal primo decennio del XX secolo, annoverata nella tradizione figurativa fiorentina, aperta alla maniera tardogotica in auge all’inizio del XV secolo. Come per la data di nascita anche per quella della morte non si hanno notizie certe. Quest’ultima, da molti studiosi è fatta coincidere con quella del suo testamento, il 14 Aprile 1424, per poi attestare che a partire dal 1427 il suo nome non compare più negli elenchi del catasto.

(immagini, Francesco Noferini, 2024)

Il dipinto. Pittura a tempera e doratura su tavola con cuspide, cornice e due colonnine tortili, a forma di piccolo tabernacolo, forse pannello centrale di un trittico. Sono rappresentati la Madonna in trono con in braccio il Gesù Bambino ed altre figure: angeli, cherubini (nero), serafini (rosso). Nella cuspide due angeli sorreggono un tondo con la colomba dello Spirito Santo. Trattasi di uno dei due dipinti ascrivibili all’attività di Mariotto e citati nella collezione della chiesa del convento francescano di Giaccherino (PT). La struttura lignea sembra trarre spunto da un’opera del padre di Mariotto, il “Cristo crocifisso con i dolenti e santi” di Nardo di Cione – 1350 ca. – Gallerie degli Uffizi – Firenze, con cuspide e colonnine tortili. La prima menzione di questo dipinto, nelle cronache conventuali, risale al 1664, desumendo che possa trattarsi di un dono della famiglia Cellesi, in occasione della costruzione dell’altare dedicato alla Madonna, sulla parete di mezzogiorno della chiesa. In seguito alla legge sulle soppressioni degli ordini religiosi, nel 1868 venne trasferito nel Museo Civico di Pistoia per poi essere restituito alla Provincia Toscana di San Francesco Stimmatizzato dei Frati Minori (OFM Toscana) e conservato presso la sede provinciale dell’Ordine, a Firenze.

(immagini, Francesco Noferini, 2024)

Il dipinto pressoché sconosciuto al grande pubblico, rubricato solo in una stretta cerchia di specialisti del settore, è stato restaurato da Debora Minotti con la supervisione della “Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Firenze e le province di Pistoia e Prato” (funzionarie Lia Brunori e Anna Floridia), per un intervento che ha restituito l’originalità della parte pittorica oltre alla ricostruzione di alcune parti lignee deteriorate o mancanti.

Gianni Frilli
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 20 giugno 2024

BORGO SAN LORENZO – Non è un libro di argomento mugellano, e lo si capisce anche dal titolo. Ma mugellano, d’adozione, ne è l’autore, Felice Bifulco che vive a Luco di Mugello e che è stato segretario della Camera del Lavoro a Borgo San Lorenzo.

Non è nuovo Bifulco, nel ruolo di scrittore. Ha pubblicato infatti vari libri, di storia locale, con particolare attenzione al mondo del lavoro e all’attività sindacale.  Da “La fabbrica dei mattoni sodi. Le fornaci Brunori a Borgo San Lorenzo (1890-1980)“, a “Aldo Mantellassi «artigiano» sindacalista” e a “Il coraggio di cambiare“.

Ora col suo nuovo libro, edito dalla Libreria Alfani di Firenze, ‘O ciardino d’ ‘e signurelle, che viene presentato giovedì 20 giugno alle 15.30 a Firenze, nel Salone Di Vittorio, in Borgo de’ Greci 3, Bifulco cambia completamente zona, perché torna nei luoghi della sua giovinezza, in Campania. E’ la sua autobiografia, e ripercorre così il tempo, i luoghi, la vita delle persone di un piccolo paese della provincia di Napoli. Il paese è Tufino, il nome deriva forse dalla presenza di numerose cave di tufo. Anche “ciardino d’ ‘e signurelle” era circondato da un muro di tufo. 
Il libro, arricchito da belle foto d’epoca, non è però la storia del paese e della famiglia dell’autore. È piuttosto il racconto, della natura umana che si esprime attraverso il linguaggio, le usanze, le tradizioni, il lavoro, i rapporti tra le persone. Il tutto racchiuso in un arco di tempo di alcuni decenni della seconda metà del Novecento. Quadri di vita da cui emergono tanti personaggi, figure che con le loro caratteristiche hanno lasciato un segno nella storia della comunità. Il parroco don Troianiello Pignatosta, Aniello Menna, o Patriota e lo schiattamuorto, Don Tommaso, commendatore Falco Raucci, sindaco e padrone, il cui vero padre si dice che fosse Tommaso Vitale, a cui si deve la trasformazione di Nola a città moderna, Pellerino, l’ultimo strillone, Filippone, il parcheggiatore della pizzeria, da Bartolo a Cicciano, le donne che lavoravano nella fabbrica delle ciliegie, d’ ‘e ccerase, come Sisina, zia dell’autore.

E infine la scelta di Felice Bifulco di andare a vivere in provincia di Firenze, in Mugello.
“La scelta – racconta – non fu solo per amore, pensavo di andare a vivere nel paese dove sorgeva il sole dell’avvenire, nella cultura e in una società più civile. Invece i primi tempi furono difficili, rimasi un po’ deluso. Sentivo intorno a me molti pregiudizi. Quello che mi dava più fastidio era quando mi dicevano: “Sei napoletano, sei emigrante””, e io rispondevo: “Sì, sì, sono napoletano, ma non emigrante”. […] E poi mi domandavano se mia moglie fosse napoletana. Ci sono voluti diversi anni per adattarmi e ambientarmi, ho trovato tanti amici senza pregiudizi”.

Nel libro affiora in particolare un personaggio centrale: è la nostalgia, nostalgia per un mondo che in gran parte non c’è più se non nel ricordo. I ricordi sono fatti per essere tramandati perché non si crei una frattura tra il passato e il presente. ‘O ciardino d’ ‘e signurelle è un atto d’amore per il paese che permetterà ai lettori di rivivere quel tempo e di far riaffiorare altri ricordi.
«Napoli-Firenze e ritorno… – scrive Bifulco -. Nel ripostiglio del mio cervello ho scavato ed ho trovato tanti ricordi, erano lì tutti ammucchiati. Ora li ho messi a posto. Mi hanno fatto fare un viaggio Napoli-Firenze e ritorno, ho sentito gli odori, ho afferrato l’atmosfera di quegli anni. Ricominciare da capo, da dove siamo partiti, può essere un modo per rinascere.»

SCARPERIA E SAN PIERO – Antonio Pianigiani presenterà la sua opera letteraria SLAM. Storie di tennis e resilienza venerdì 20 giugno 2024 ore 18 al Circolo Insieme MCL di San Piero a Sieve. Ingresso libero. Dopo i saluti della Pro-loco di San Piero a Sieve con il Presidente Sauro Bani, di un rappresentante del Consiglio Direttivo del Circolo Insieme MCL di San Piero a Sieve. Due parole di un rappresentante del Tennis Club di San Piero a Sieve. Modera assieme ad Paolo Caselli, il Direttore Artistico dei Venerdì d’Eresia Ezio Alessio Gensini, con interventi a cura di Sandra Vigiani.

Federer, Nadal, Djokovic, ma anche Borg e Connors, McEnroe e Lendl e tanti altri campioni del tennis sono riusciti a raggiungere traguardi straordinari non solo per merito delle loro qualità tecniche e atletiche, ma anche grazie a determinate competenze trasversali, innate o acquisite nel tempo: la resistenza allo stress, la capacità di saper cambiare il proprio gioco, l’attitudine al problem-solving e soprattutto la resilienza, che non è solo una componente necessaria per vincere, ma rappresenta la vera anima di questo sport. “Slam” racconta momenti di grande tennis con una nuova chiave di lettura, attingendo alle categorie concettuali teorizzate dalla psicologia del lavoro che oggi fanno la differenza nello sport e nella vita. Perché non esiste un tennista che, nell’attimo cruciale di una partita o nell’arco della sua carriera sportiva, non abbia vissuto momenti di estrema difficoltà e profonda crisi così potenti da fargli quasi gettare la spugna. Ma il vero campione, grazie alla resilienza, trova la forza di affrontare e superare ogni avversità, risollevandosi più forte e vincente di prima.

Antonio Pianigiani nato a Firenze nel 1968, si è laureato in Giurisprudenza ed ha conseguito un Master in Gestione e sviluppo delle Risorse Umane. HR Manager in importanti multinazionali per oltre quindici anni, attualmente è responsabile della qualità e della privacy di una primaria azienda pubblica bolognese. Da sempre appassionato di sport, segue soprattutto il tennis, con una particolare attenzione agli aspetti psicologici della gestione dello stress e del cambiamento.

© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 18 giugno 2024

PALAZZUOLO SUL SENIO – Ancora pochi giorni per visitare una mostra speciale, piccola ma interessantissima e sorprendente. Allestita nella saletta dei musei palazzuolesi – archeologico e civiltà contadina – nel Palazzo dei Capitani, già il titolo incuriosisce: “Quando i delfini nuotavano nella Valle del Senio”.

E’ dunque una mostra paleontologiaca, e dimostra, con reperti fossili rinvenuti nella valle di Palazzuolo, come un tempo l’area fosse ricoperta dalle acque. Ecco allora fossili bivalvi (articolo qui), affini al genere Lucina (articolo qui), ed ecco una vertebra di cetaceo, rinvenuta nel fosso di Visano da Gianfranco Menghetti nel 2008, un reperto databile tra i 14 e i 12 milioni di anni fa (articolo qui) , e un dente di un megalodonte -uno squalo gigante preistorico (scheda qui).

Merita una visita. Chiude il 30 giugno prossimo.

© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 18 Giugno 2024

Vertebre lombari di cetaceo
indeterminato,
Serravalliano (Miocene Medio), loc. Fosso di Visano, Palazzuolo.

Il cetaceo preistorico di Palazzuolo

Se nella Marnoso-arenacea i macroresti di invertebrati (molluschi, echinodermi ecc.) sono assai poco comuni, quelli di vertebrati (pesci e cetacei) risultano addirittura eccezionalmente rari.

Scoperta – Nel novembre del 2008 il sig. Gianfranco Menghetti raccoglie nel Fosso di Visano presso Ca’ Martella una grossa pietra di forma vagamente cilindrica (altezza max 21 cm, diametro max 19,5 cm, peso 9,6 kg) che lo incuriosisce per la presenza, sulla superficie superiore, di quello che sembra tessuto osseo spugnoso. Il reperto, depositato presso il locale museo civico (ora Museo Archeologico Alto Mugello), viene “riscoperto” nel 2022 dal curatore onorario Alfredo Menghetti che contatta il dr. Marco Sami, responsabile del settore geo-paleontologico del Museo Civico di Scienze Naturali di Faenza (RA), per avere un parere sullo stesso.

Preparazione e restauro – Per permettere lo studio del resto, presso il laboratorio del museo faentino si rende indispensabile una sua lunga ed accurata preparazione. In un primo momento il reperto viene grossolanamente liberato dalla compatta matrice calcarea grazie all’utilizzo di martelli e scalpelli di varie misure mentre, per una preparazione più accurata, viene successivamente utilizzato un mini-scalpello pneumatico Dremel. La superficie ossea progressivamente liberata dalla roccia è  consolidata con resine reversibili per restauro (Paraloid B-72 disciolto in acetone) mentre le porzioni ossee più fragili e/o lacunose sono state rinforzate grazie ad un particolare mastice reversibile a caldo utilizzato presso il Laboratorio di restauro paleontologico dell’Università di Firenze. In totale le operazioni di preparazione e restauro hanno comportato una settantina circa di ore di lavoro.

Studio – La complessa preparazione del reperto ha finalmente permesso di portare alla luce  due vertebre (una completa e una lacunosa) di dimensioni medio-grandi inglobate in un nodulo calcareo assai compatto e ben cementato, probabilmente originatosi precocemente nel corso della diagenesi. È possibile infatti che i processi microbici legati alla decomposizione della sostanza organica dei tessuti dell’organismo, con liberazione di ammoniaca (NH3), abbiano incrementato l’alcalinità dei fluidi presenti nei pori del sedimento favorendo la precipitazione carbonatica in prossimità dei resti. Secondo il prof. G. Bianucci, paleontologo esperto di mammiferi marini dell’Università di Pisa, trattasi presumibilmente delle ultime vertebre lombari di un cetaceo adulto di medie dimensioni con probabile lunghezza di circa 3,5 metri: l’esiguità dei resti e il loro scarso valore diagnostico non permettono purtroppo di ipotizzare una classificazione più accurata. La natura erratica del ritrovamento non ha permesso di risalire con certezza all’esatto livello stratigrafico di provenienza ma l’omogeneità geologica dell’area di ritrovamento – con affioramento esclusivo delle torbiditi di mare profondo della Formazione Marnoso-arenacea – ha comunque consentito di datare questi fossili ad un momento del Miocene medio (Serravalliano) compreso tra circa 14 e 12 milioni di anni fa.

Infine, malgrado l’incompletezza e l’esiguità dei resti rinvenuti, va ricordato che si tratta di un evento rarissimo per l’intero alto Appennino tosco-romagnolo. Infatti, per quanto ci è dato conoscere, esiste un solo altro ritrovamento simile relativo ad alcune ossa fossili di cetaceo (“balenottera”?) recuperate nel 1995 negli affioramenti coevi della F.ne Marnoso-arenacea in località Occhio del Sole (Santa Sofia, FC).

© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 3 maggio 2024

Dente fossile dello squalo Carcharocles megalodon, Serravalliano (Miocene Medio), loc. Crespino del Lamone (stampa 3D, Laboratorio di Paleontologia dell’Università di Firenze)

Lo squalo gigante

Come già scritto, nei sedimenti di mare profondo della F.ne Marnoso-arenacea i resti di vertebrati sono estremamente rari e rappresentati quasi esclusivamente da pochissimi ed isolati denti fossili di pesci. Tra questi, il ritrovamento di gran lunga più importante e spettacolare è avvenuto recentemente nella limitrofa alta vallata del Lamone in località Bibbiana, fra Crespino del Lamone e Casaglia.

Qui, nel 2019, in strati torbiditici del Miocene Medio (Serravalliano) è stato scoperto un magnifico dente di quello che deve aver rappresentato il più grande pesce predatore di tutti i tempi, lo squalo gigante Carcharocles megalodon; benché sia vissuto dal Miocene al Pliocene inferiore (tra 23 e 3,6 milioni di anni fa), sembra che nel bacino del Mediterraneo sia conosciuto solo per il Miocene. Diffuso nella maggior parte degli oceani del passato, a parte le regioni polari, prediligeva le aree costiere con acque calde o temperate. Il nome specifico “megalodon”, dal greco “grande dente”, evidenzia la sua principale caratteristica: il dente fossile da Crespino del Lamone è alto ben 12 cm ma sono segnalati esemplari fino a 18 cm (per confronto i denti di squalo bianco non superano i 5,8 cm!). Date le enormi dimensioni (si pensa che potesse raggiungere i 16/18 m di lunghezza ed arrivare a 35/50 tonnellate di peso!), la sua dieta doveva richiedere un’ampia disponibilità di cibo ed essere basata quasi certamente su grossi mammiferi marini, prevalentemente cetacei come quello presentato nella mostra e rinvenuto in rocce simili e della stessa età! Sulle cause dell’estinzione di C. megalodon gli scienziati ipotizzano la probabile concomitanza di più fattori avversi quali cambiamenti nella distribuzione delle popolazioni dei grandi mammiferi marini, le loro principali prede, forse associati ad un abbassamento della temperatura e, inoltre, alla crescente competizione con altri predatori più efficienti (grazie alla caccia in gruppo) come le orche.

Basandosi sulla notevole somiglianza nella forma e nella struttura dei denti, in passato questo animale è stato classificato nel Genere Carcharodon poiché si riteneva che dovesse appartenere alla stessa linea evolutiva dell’attuale squalo bianco (Carcharodon carcharias), della Famiglia Lamnidi. Attualmente invece la maggior parte degli scienziati ipotizza che le apparenti similitudini della dentatura siano più che altro frutto di un fenomeno di convergenza evolutiva e si preferisce collocarlo nel Genere Carcharocles (ma anche Otodus), nella Famiglia estinta degli Otodontidi.

In considerazione della sua notevole valenza scientifica, il reperto originale da cui i paleontologi dell’Università di Firenze hanno ricavato il calco è stato depositato presso il “Museo Geologico G. Capellini” dell’Istituto di Scienze geologiche dell’Università di Bologna.

© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – maggio 2024

Formazione Marnoso-arenacea

Lastra arenacea con impronta di echinide irregolare (“riccio di mare”), Miocene Medio. Poggio di Fantelluccio

Il substrato roccioso di gran parte dell’Appennino tosco-romagnolo, quindi della media ed alta vallata del Senio, è costituito da un’enorme pila di strati spessa complessivamente quasi 3 km. Le rocce prevalenti, l’arenaria e la marna (rispettivamente sabbia e fango consolidati da carbonato di calcio), determinano l’appellativo di Formazione Marnoso-arenacea (FMA) dato a questo imponente corpo geologico la cui origine si deve alla sovrapposizione di migliaia di particolari “frane” sottomarine di sedimento misto ad acqua note col nome di correnti di torbida. Queste, nel corso del Miocene medio-superiore (tra circa 16 e 7 milioni di anni fa), andarono depositandosi su fondali marini confinati in ampie fosse allungate con andamento grosso modo parallelo a quello dell’attuale crinale appenninico. A causa dei normali processi di decantazione ogni singolo strato torbiditico risulta composto da una “coppia” di strati rocciosi differenti: uno arenaceo alla base, più grossolano, che sfuma gradualmente in uno marnoso verso l’alto, più fine (gradazione).

Tra un evento di torbida e il successivo potevano trascorrere anche migliaia di anni, durante le quali decantavano sui fondi abissali dei finissimi fanghi chiari (emipelagiti) ricchi di microfossili planctonici.   

L’analisi della composizione mineralogica delle arenarie e delle antiche correnti sottomarine (registrate nelle cosiddette impronte di fondo) ha permesso di stabilire che i detriti trasportati dalle correnti di torbida erano forniti prevalentemente dall’erosione della “neonata” catena alpina, già emersa. Non mancavano però, in subordine, strati originatisi da aree diverse come il fianco sud-occidentale del bacino (torbiditi ibride tipo “strato Contessa”) oppure la sua estremità sud-orientale (es. torbiditi calcaree tipo “Colombina”), prodotte dall’erosione delle piattaforme carbonatiche dell’Italia centrale (es. Gran Sasso).

Tracce fossili

In generale, le rocce di ambiente marino profondo sono solitamente assai povere di resti di antichi organismi e i depositi torbiditici della F.ne Marnoso-arenacea (FMA)  non fanno eccezione.

In tali sedimenti assumono perciò una grande rilevanza le tracce fossili (o icnofossili) dell’attività biologica di svariati tipi di organismi che, per mancanza di parti dure o per condizioni inadatte alla loro fossilizzazione, non si sono preservati: in pratica, quelle che erano piste di spostamento o tane scavate nei soffici fondali marini da molluschi, “vermi”, crostacei, celenterati o echinodermi si sono potute talora conservare sotto forma di impronte o calchi naturali di arenaria o marna (in origine, sabbia e fango). Siccome risulta quasi impossibile identificare l’organismo che ha prodotto un certo tipo di traccia, gli icnofossili vengono classificati basandosi sul loro significato etologico, cercando cioè di riferirli al tipo di attività biologica che li ha prodotti. Dei 9 principali gruppi individuati dagli scienziati, 5 risultano ben rappresentati negli strati della FMA:

“strutture di abitazione”, ovvero cunicoli o tane permanenti (es. Ophiomorpha) di animali marini endobionti (bivalvi, vermi, crostacei, ecc.) che si procuravano il cibo filtrando l’acqua per mezzo di organi specializzati;

“strutture di nutrizione”, gallerie prodotte da animali prevalentemente detritivori – in gran parte vermi marini – per nutrirsi delle sostanze organiche contenute nei sedimenti in cui si trovavano rintanati (es. Zoophycos);

“tracce di pascolo”, piste spesso meandriformi lasciate da organismi – principalmente molluschi, anellidi e artropodi – che si spostavano sulla superficie del substrato in cerca di nutrimento (es. Helmintoraphe);

– “strutture agroalimentari”, particolari sistemi di piste e di tane disposte secondo un modello geometrico più o meno regolare prodotte probabilmente da organismi che le percorrevano per cibarsi dei microrganismi intrappolati o attirati dal muco di rivestimento delle gallerie stesse (es. Paleodictyon);

– “tracce di spostamento”, vale a dire solchi, piste e gallerie (con andamento rettilineo o lievemente sinuoso) lasciate dal passaggio di animali che si spostavano sulla superficie o all’interno del fondale marino (es. Scolicia, prodotta da echinoidi irregolari).

Calcari a Lucina

I depositi torbiditici dell’Appennino romagnolo, tendenzialmente assai poveri di macrofossili, a volte inglobano sporadici blocchi calcarei – spesso riccamente fossiliferi – definiti “Calcari a Lucina” (CAL) per la caratteristica presenza di vistosi bivalvi affini al Genere Lucina. La loro genesi, assai dibattuta in passato, è stata recentemente assimilata alle ricche comunità biologiche situate nei fondali oceanici in prossimità di emissioni fredde di fluidi (cold seeps), soprattutto metano (CH4) e idrogeno solforato (H2S).

Si è scoperto che queste particolari “oasi di mare profondo” basano le loro catene alimentari sulla chemiosintesi effettuata da particolari batteri metano-ossidanti: poiché l’energia necessaria per costruire materia organica viene ricavata da reazioni chimiche ossidative piuttosto che dalla luce solare con la fotosintesi, esse possono svilupparsi anche a migliaia di metri di profondità (fino a – 7.000 metri nella Fossa del Giappone!). In aggiunta, il metano che filtra attraverso il sedimento ha un’azione mineralizzante sullo stesso fornendo per ossidazione il carbonio necessario per la precipitazioni diretta di carbonati nei paraggi dell’emissione gassosa.

Inoltre i batteri, oltre a formare colonie a vita libera, sono presenti come simbionti nelle branchie di varie specie di molluschi specializzati assai simili a quelli presenti allo stato fossile nei CAL dell’Appennino: questo e molti altri indizi fanno ritenere tali rocce gli analoghi miocenici delle “oasi di mare profondo” dei moderni fondali oceanici. Infine la distribuzione apparentemente casuale dei CAL sarebbe da porre in relazione a fuoriuscite locali di metano “spremuto” dalla FMA soprattutto durante le principali fasi dell’orogenesi appenninica (Miocene medio-superiore, tra 14 e 7 milioni di anni fa). Nel territorio palazzuolese vi sono 2 principali affioramenti di questa tipologia:

a) CAL di Poggio Cavalmagra, i più antichi del settore in esame (Langhiano superiore, circa 15 milioni di anni), inglobati in un orizzonte caotico di frana sottomarina spesso 60-80 m ed esteso per una trentina di km;

b) CAL di Le Colline/Gruffieto e dei Prati Piani/Monte Faggiola (Serravalliano inferiore, circa 13 milioni di anni), entro la successione prevalentemente marnosa di una frana sottomarina di 40-50 m di spessore e 50 km di estensione.

© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – maggio 2024

MARRADI – “Un fil rouge lungo ventotto secoli: da Esopo a Renato Ridolfi” Questo il tema dell’evento promosso e organizzato dal Centro Studi Campaniani “ E. Consolini” che si terrà venerdì 21 Giugno corrente alle ore 21 dedicato al compianto Renato Ridolfi , che, fra le molteplici sfaccettature della poliedrica personalità, si dimostra eccellente linguista. Un omaggio che si vuole non solo celebrativo ma anche esplicativo del grande spessore che inserisce l’opera di Renato Ridolfi, Nondum matura est nella continuità favolistico satirico- moraleggiante iniziata da Esopo 28 secoli fa. Favole queste, riprese e adattate da Fedro alle peculiarità del latino, riviste e ritmate da Jean de la Fontaine uniformandole alle sonorità barocche del francese in uso XVII secolo, fino a Renato Ridolfi che, trasfondendole nel dialetto marradese di cui è stato profondo conoscitore, fa del nostro dialetto una lingua a tutti gli effetti. Un patrimonio da tramandare ai giovani perché attraverso la conoscenza delle loro radici possano costruire il loro futuro.

© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 17 giugno 2024