
Dal 1292 i popolani di San Martino e di San Jacopo ottennero in enfiteusi, per quattordici anni, boschi e pascoli situati nella contea dello Stale. Si trattava di una vasta tenuta, confinante con il territorio di San Jacopo, donata nel 1048 dal conte Guglielmo Bulgaro ai monaci benedettini cluniacensi della Badia di Settimo. Essi vi costruirono una grangia, una sorta di fattoria fortificata. Nel 1236 la proprietà passò ai monaci cistercensi di San Galgano, nel frattempo subentrati ai cluniacensi nella Badia di San Salvatore a Settimo.
La presenza di un castello è ritenuta certa nell’opera Rocche e castelli di Romagna. Anche Franco Poli, in un articolo pubblicato su Il Filo del Mugello, sostiene questa tesi, corredandola con una fotografia nella quale sono visibili un’antica porta e un tratto delle mura.
Più prudente è invece don Stefano Casini che, nel Dizionario di Firenzuola, esprime dubbi sull’esistenza di un vero e proprio castello, ipotizzando che Castro fosse piuttosto un borgo rurale, non diverso da altri insediamenti della zona. Qualora questa ipotesi fosse corretta, è possibile che il paese fosse comunque almeno in parte fortificato, come sembrerebbe confermare la presenza, ancora oggi, di una porzione dell’antica porta di accesso. Lo stesso Casini osserva inoltre che “il nome di Castro, certamente nome latino, può esser venuto da qualche accampamento romano fermatosi sulle vie che varcano i suoi monti”.
L’espressione impiegata nella donazione di Tagido, “quarta portionem de castrum Castri”, sembra conciliarsi con entrambe le interpretazioni: da un lato lascerebbe intendere l’esistenza di un castrum, come sostenuto da Franco Poli; dall’altro confermerebbe l’uso di Castro quale toponimo della località, in linea con l’interpretazione proposta da don Stefano Casini.
Nel 1526 anche Niccolò Machiavelli, durante una ricognizione militare dell’Appennino, citò Castro, definendolo “un altro passo detto Castro, che è di natura difficile”, confermandone così l’importanza strategica.
Chiesa di San Martino a Castro
Le prime notizie della chiesa di San Martino a Castro risalgono al XIII secolo. Nel fondo diplomatico dei Cistercensi sono conservati alcuni documenti che la menzionano. Due riferimenti compaiono anche nella Decima Pontificia del 1276, mentre già nel 1254 è attestato lo Spedale di Fonte Manzina, situato nel territorio di San Martino.
In questo tratto dell’alto Santerno sorgevano due chiese: San Martino a Castro e San Jacopo al Montale. Dal XVI secolo San Martino fu sottoposta al patronato granducale. A causa dell’estremo degrado della chiesa di San Jacopo e del progressivo spopolamento della zona, il rettore Biagio Giacomelli riferiva che “la parrocchia era ormai quasi spopolata e che, durante l’inverno, molti abitanti emigravano temporaneamente in cerca di pascoli”. Per questo motivo l’arcivescovo Antonio Altoviti decretò, nel 1558, l’unione delle due parrocchie. Le due comunità rimasero unite fino al 1788, anno in cui fu completata la nuova chiesa di San Jacopo e le due parrocchie tornarono ad essere distinte.
La situazione sociale della parrocchia verso la metà del XIX secolo è documentata dal censimento del 1841, la prima moderna rilevazione della popolazione del Granducato di Toscana.
Gli abitanti sono 327, distribuiti in 55 famiglie e altrettante abitazioni, con una media di circa sei persone per nucleo familiare. Il parroco è don Innocenzio Lasi.
Le occupazioni riportate dal censimento si riferiscono generalmente al capofamiglia. Si contano 14 coloni, impegnati nella coltivazione dei poderi a mezzadria; 8 agricoltori possidenti, proprietari di piccoli appezzamenti; 21 operanti, ossia lavoratori salariati; 6 garzoni e 3 indigenti. Questi ultimi erano distinti tra indigenti necessari, cioè anziani, malati o persone permanentemente impossibilitate a lavorare, e indigenti casuali, la cui condizione di povertà dipendeva da difficoltà temporanee, dalla stagionalità del lavoro o da problemi di salute. Completano il quadro alcune attività artigianali e di servizio: un fabbro, un vetturale, un carbonaio, un sarto e un mugnaio.
Le donne sono quasi sempre registrate come filatrici oppure attendenti alle cure domestiche, a testimonianza del ruolo prevalentemente svolto all’interno dell’economia familiare.
Il livello di istruzione risulta ancora modesto. Soltanto 20 persone sanno leggere senza saper scrivere, mentre 26 sono in grado di leggere e scrivere. L’alfabetizzazione femminile è ancora più limitata: le donne con un minimo di istruzione sono appena 13 e, nella maggior parte dei casi, possiedono soltanto la capacità di leggere.
La popolazione è prevalentemente giovane: quasi tutti gli abitanti hanno meno di sessant’anni. Le persone comprese tra i 61 e i 70 anni sono 9, quelle tra i 71 e gli 80 anni sono 7, mentre soltanto due superano gli ottant’anni. Tra queste figura Maria Angiola Marcani, novantenne che vive da sola, una condizione particolarmente rara per l’epoca e significativa della sua eccezionale longevità.
Nel 1861 la parrocchia ricevette la visita pastorale dell’arcivescovo Gioacchino Limberti. Il canonico Palagi, che faceva parte del suo seguito, lasciò una breve ma significativa testimonianza nel diario della visita:
“Oggi abbiamo visitato la chiesa di Castro. Il parroco è un certo Cugi di Prato. Tiene la sua chiesa come una chiesa di monache; e la canonica pure è bellissima. Anche qui c’è stata la prima comunione, e le donne hanno cantato “O gran Sacramento”.”
Dalle parole del canonico traspare l’apprezzamento per l’ordine e la cura con cui il parroco don Cugi manteneva sia la chiesa sia la canonica. La nota testimonia inoltre la viva partecipazione della comunità alla visita pastorale, culminata nella celebrazione della Prima Comunione e nel canto liturgico eseguito dalle donne della parrocchia.
La tradizione dell’Angioletto è condivisa dalle comunità di San Martino e di San Jacopo. Nel 1855 il territorio di Firenzuola fu duramente colpito da una grave epidemia di colera, che causò numerose vittime. Le due comunità, tuttavia, rimasero indenni e non registrarono alcun decesso.
In segno di riconoscenza alla Vergine, gli abitanti fecero voto di recarsi ogni anno, il 15 agosto, al santuario di Boccadirio. Durante il pellegrinaggio, un bambino, vestito da angioletto e in groppa a un asino, portava l’olio destinato ad alimentare la lampada dell’altare maggiore, tradizione che continua ancora oggi, sebbene il dono dell’olio sia stato sostituito da un’offerta in denaro.
La balaustra che separa il presbiterio dalla navata è attribuita allo scalpellino Tito Ballerini, anch’egli artista di grande valore, morto in Africa nel 1940 e coautore del pregevole portale della cappella del cimitero di San Piero Santerno.
Di fronte all’altare della Madonna del Rosario è collocato un pregevole crocifisso del XVII secolo; un secondo crocifisso, della stessa epoca, è posto sopra l’altare maggiore.
L’altare in legno di castagno fu realizzato interamente a mano nel 1983 da Luciano Bellini, in memoria del figlio.
Particolarmente significativo è il fonte battesimale, realizzato su disegno di Tito Chini. È identico a quello originariamente collocato nella chiesa di Salecchio e successivamente trasferito nella Propositura di Santo Stefano a Palazzuolo sul Senio. Proprio durante il restauro eseguito in occasione di questo trasferimento furono rinvenuti alcuni marchi di fabbrica nella colonna che sostiene la conca, consentendone l’attribuzione alla manifattura Cantagalli di Firenze. Sebbene manchi una documentazione diretta, è verosimile che almeno parte del fonte battesimale di Castro sia stata realizzata da codesta manifattura. Un altro esemplare, molto simile per forme e decorazione, è conservato nella chiesa di Montalbano.
Nel territorio di Castro ebbe luogo anche un curioso episodio di falsificazione monetaria, ricordato sia da Giovanni Villani nella Cronica sia da Marchionne di Coppo Stefani. Nel registro delle cause criminali del podestà Beraldo, in data 15 ottobre 1345, si legge che alcuni appartenenti alla famiglia Bardi, insieme a Rubecchio del Piovano, avevano fatto giungere da Siena alcuni maestri falsari per coniare illegalmente monete e quattrini nell’alpe di Castro. Due dei falsari furono catturati e arsi vivi; sotto interrogatorio confessarono di agire per conto dei Bardi, i quali, citati in giudizio e rimasti contumaci, furono condannati al rogo come falsari. È significativo osservare che pochi mesi dopo, nel gennaio 1346, fallì il banco dei Bardi, con perdite stimate in circa 900.000 fiorini.
Sergio Moncelli
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 19 luglio 2026