
Il libro di Caterina Tortoli ha il merito di richiamare l’attenzione su un pittore, Pietro Moretti, che ha rivolto gli occhi sulla realtà, rappresentandola in modo spiccatamente personale e caratterizzandosi così per una propria originalità nell’ambito delle correnti pittoriche del nostro tempo. Come emerge in modo pressoché costante anche dalle pagine dell’autrice, il linguaggio artistico di Pietro Moretti si distingue per il tratto denso e vivace e per pennellate da cui prendono forma corpi, in questo caso per lo più adolescenziali, che trasmettono sensazioni fino ad un coinvolgimento totalizzante dell’osservatore. Nelle opere di Moretti si percepisce una forte e drammatica testimonianza della realtà, che si fa espressione dell’interiorità e delle emozioni dell’artista che inevitabilmente si riflettono e coinvolgono l’interiorità e le emozioni dello spettatore. Tratti figurativi, insomma, che richiamano quella forma di arte espressionistica, nata nel primo decennio del Novecento, in Germania e derubricata poi come “arte degenerata” ed infine sopressa dal nazismo sul finire degli anni ’30. Nei quadri di Moretti ed in particolare nell’uso delle pennellate energiche e dei colori spesso contrastanti, nelle figure che riflettono angosce ed inquietudini e, al tempo stesso, un bisogno di reagire alle ansie della realtà contemporanea, si leggono suggestioni e richiami alle opere, ad esempio, di Ernst Ludwig Kichner, uno dei fondatori dell’avanguardia espressionista del movimento del Die Brücke (“Il Ponte”). Non sarà superfluo, anche in vista di una comprensione dell’opera di Moretti, riflettere sul valore etimologico e semantico dei due termini ed evidenziare che “espressionismo” viene da exprimere, ovvero dal verbo latino premӗre, che vuol dire comprimere, pressare, ma anche spingere e dal prefisso ex, preposizione con la quale si costruisce il complemento di moto da luogo e significa da, fuori, quindi Exprimere significa “spingere fuori”, con quell’evidente movimento dall’interno verso l’esterno, dalle emozioni alla realtà circostante, cui facevamo cenno poco sopra. Ed anche il Brücke, ovvero il “Ponte” allude ad un collegamento tra interiorità ed esteriorità, tra animo e corpo.
Ed in questo percorso dal dentro al fuori che Moretti ci propone, Caterina Tortoli ci fa da guida con la sua prosa attenta, accurata, talvolta pure dialogica, dato l’uso ricorrente di verbi, aggettivi e pronomi alla prima persona plurale: “vediamo un giovane”, “Ed eccoci”, ed infine “alla nostra destra”. Si tratta di uno stile espositivo che favorisce il coinvolgimento del lettore-osservatore accompagnato da Caterina in questa promenade tra questi Quadri di un’esposizione. Un po’ come Musorgskij di fronte ai quadri dell’amico Viktor Hartmann, anche Caterina rimane colpita dalla raffigurazione che Moretti fa dell’adolescenza e ne coglie l’elemento di fragilità in rapporto al mondo attuale che attornia i soggetti rappresentati. L’autrice sottolinea questo aspetto proponendo una lettura delle opere, per così dire, filologica e supportata dalle sue conoscenze filosofiche, psicologiche e sociologiche. Insomma, arte e scienze umane e perfino letteratura rappresentano in questo libro una proposta di analisi delle opere di Pietro Moretti, al tempo stesso, dettagliata e di ampio respiro e pertanto oltremodo interessante.
I limoni sono protagonisti anche di un altro quadro di Moretti – L’inconsapevolezza dei limoni – nel quale ad esser inconsapevoli, come indica Caterina, sono i ragazzi, sui cui occhi, questi frutti sono messi e che, alla stregua di bende postoperatorie, preludono ad un risveglio e ad un recupero della vista. Tuttavia, permane nei due adolescenti uno status di obnubilamento e di illusorio benessere veicolato nelle loro menti dal ruolo sempre più invadente delle emittenti televisive. E qui come non pensare ai limoni dell’omonima poesia che Montale ha posto in apertura dei suoi Ossi di seppia ed il cui “odore” – dice il poeta – è per “noi poveri la nostra parte di ricchezza” (vv. 20-21). Pure qui, nei versi montaliani, l’agrume rappresenta una fonte di speranza, un’epifania di salvezza o comunque una nuova luce che calma il conflitto delle passioni nel contesto del “male di vivere”.
Come indica anche il sottotitolo del libro, è il tema dell’adolescenza nelle sue varie declinazioni ad essere oggetto di analisi di Caterina Tortoli. Numerose, diversificate ed interconnesse sono le derivazioni tematiche legate al corpo adolescenziale ed alle sue trasformazioni. Le pennellate decise dell’artista e l’accozzamento di colori contrastanti sono funzionali ad esprimere le emozioni proprie di questa delicata fascia d’età. E tra le emozioni forti Caterina evidenzia quelle che possono essere suscitate dall’idea del suicidio e dal pensiero, potremmo dire in termini neuropsichiatrici, del passaggio dall’ideazione all’azione suicidaria.
In relazione agli adolescenti il suicido viene visto come un tentativo di “punirsi per stare meno male” (p. 51). Un atto di titanismo, lo chiama Caterina, eroico (p. 29), quasi fossimo di fronte ad novello Werther o a un nuovo Jacopo Ortis, che nel suicidio vedono un atto di eroismo contro una società che li respinge e tende ad emarginarli e verso la quale provano istinto di ribellione ed ansia di libertà assoluta. Quella stessa libertà che, alla stregua del Catone dantesco, “è sì cara, / come sa chi per lei vita rifiuta”. (Dante, Purgatorio, canto I, vv. 71-72).
L’acquerello su carta intitolato Digerirti offre l’opportunità a Caterina Tortoli di sottoporre alla riflessione del lettore la questione della lingua. Infatti, uno dei due protagonisti dell’opera sopraffà l’altro e sembra intenzionato a zittirlo, esercitando un atto di violenza con le mani sulla bocca. L’importanza del possesso della parola, così centrale, ad esempio, nell’insegnamento pedagogico di don Milani, è fondamentale nel creare condizioni di uguaglianza e libertà. “La parola ci fa uguali”, diceva il priore di Barbiana e proseguiva, “la parola ha qualcosa di divino; infatti, anche nel Vangelo Gesù è chiamato Verbum, cioè Parola”. E quanto la parola e la lingua siano importanti affinché l’individuo possa esercitare appieno la propria “sovranità” ed essere pienamente consapevole nelle proprie scelte, lo deduciamo ad esempio dal senso d’inferiorità che prova il Renzo manzoniano di fronte al latinorum di don Abbondio oppure che hanno provato i nostri nonni mezzadri analfabeti di fronte all’arroganza del fattore o del padrone del podere. Per renderci conto di quanto la parola sia importante, sotto questo aspetto, basti pensare che, appena si instaura un regime totalitario, una delle prime decisioni imposte è la cesura e la soppressione della libertà di stampa, di espressione, di associazione, di attività politica, che sono tutte varianti della libertà di parola. Per questo, ha ragione Caterina, quando scrive che “togliere la parola equivale a togliere la vita” (p. 89).
Un altro elemento di riflessione suscitato dall’azione integrata di Pietro e Caterina, ovvero di pittura e letteratura, è relativo alla raffigurazione ne L’oblio del pesce rosso, della celebre fiaba siciliana di Colapesce. In particolare, l’idea del movimento, resa dall’indefinitezza dei tratti della coda, richiama da vicino lo stile sfumato con il quale, nell’arte futurista, vengono rappresentati la figura animale nel Dinamismo di un cane a guinzaglio di Giacomo Balla (1912) e il motociclista dell’Uomo nuovo (1918) di Mario Sironi. Sul piano dei contenuti la fiaba, cui si ispira l’acquerello di Moretti, con il protagonista divenuto metà bambino e metà pesce richiama quel processo metamorfico proprio dell’adolescenza, al quale è stato fatto riferimento poco sopra. La conclusione poi, con il personaggio che ad un certo punto non riemerge più dal mare, mostra palesi analogie con il non riemergere più dalla galleria della cava di Rosso Malpelo; nell’uno e nell’altro abbiamo un sacrificio di sé, una sorta di cinico suicidio indotto dai superiori: il re di Messina nel primo caso, il soprastante dei cavatori di rena in quello dell’adolescente verghiano.
Dal tratto, dai colori, dalle figure delle opere di Pietro Moretti traspare l’intento di indagare le emozioni umane, ma, al tempo stesso, emerge anche la capacità di suscitare emozioni in chi le guarda. Ed è proprio all’analisi di queste ultime – o meglio a quelle sei da lei definite emozioni di base – che l’autrice dedica una quindicina di pagine nella parte finale del suo libro. Vengono quindi prese in esame l’ansia-paura – tra loro opportunamente distinte tra la prima, la quale rappresenta un sentimento totalizzante e quindi con niente di specifico da cui difendersi, e la seconda, che fa riferimento a qualcosa di più o meno concreto da temere – la tristezza, la rabbia, la sorpresa, il disgusto, la gioia. Talune emozioni sono legate al piacere ed il piacere è una sensazione prodotta in noi da qualcosa di bello e di coinvolgente. Ed il coinvolgimento è, a sua volta, legato alla dimensione soggettiva che inevitabilmente riguarda sia la sfera emotiva che quella cognitiva. E questo è ciò che l’autrice dice avvenire davanti alle opere di Pietro Moretti, il cui valore estetico, espressivo e comunicativo non lascia indifferenti, così come indifferenti non lasciano le belle pagine del libro di Caterina Tortoli, che, da professore di scuola media, ho conosciuto diversi anni fa nell’età complicata dell’adolescenza.
Foto: Marco Tortoli
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 15 marzo 2026
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