
Di famiglia semplice, Malesci cominciò presto a lavorare come artigiano. Sfruttava però ogni momento libero per dedicarsi alla sua vera passione, il disegno. I suoi schizzi, incredibilmente freschi e precisi, stupirono prima i compaesani e poi il pittore fiorentino Raffaello Sorbi (1844-1931), interpellato da un amico della famiglia Malesci affinché esprimesse un giudizio sul talento del giovane. Già celebrato come enfant prodige e promessa dell’arte italiana, vincitore di importanti concorsi ancor prima di compiere 18 anni, Sorbi si era poi parzialmente smarrito tra romanticismo, verismo e soggetti settecenteschi; era comunque riuscito a ottenere una cattedra all’Accademia di Firenze. Il pittore, forse rivedendo se stesso nel quindicenne Malesci, tentò di convincere i genitori a iscriverlo all’Accademia. Tuttavia, il bilancio domestico non poteva prescindere dall’apporto di Giovanni, che rimase a Vicchio.
Uomo schietto, umile e al tempo stesso orgoglioso, Fattori si era sempre tenuto alla larga dai salotti e dalle frequentazioni che avrebbero potuto garantirgli maggiore gloria e ricchezza; allo stesso modo, non aveva mai rinunciato al suo stile e alla sua concezione dell’arte per solleticare il gusto del mercato. L’unico riconoscimento ufficiale ottenuto fino ad allora era stata la nomina a professore di perfezionamento in pittura presso l’Accademia fiorentina, con un compenso di duecentoquaranta lire annue, una catasta di legna e l’uso gratuito di uno studio. In cambio di questi “privilegi”, si era impegnato a tenere a lezione uno o due scolari senza chiedere alcun compenso.
Gli allievi di Fattori appartenevano ai più diversi ceti sociali. A quelli accolti gratuitamente (spesso ben più numerosi dei due previsti), si aggiungevano infatti gli alunni privati: i primi provenivano in genere da famiglie povere, mentre quelli che potevano permettersi di pagare per ricevere gli insegnamenti del maestro avevano estrazioni più elevate. Tra questi ultimi figuravano anche i figli – e le figlie – di alcune famiglie della borghesia e della nobiltà fiorentina, non sempre dotati di talento e sincera passione per l’arte.
Fattori, non c’è da meravigliarsi, si legava soprattutto agli studenti meno abbienti, che sceglieva personalmente. Li seguiva con particolare attenzione e con maggiore severità; pretendeva da loro continui miglioramenti e non tollerava risultati inferiori alle potenzialità che intuiva in ciascuno di essi. Tanto era esigente con Malesci, quanto era indulgente, per esempio, con la contessina Della Chiesa o con Pasqualina Cervone (futura moglie del pittore Armando Spadini).
Quando, il 30 agosto 1908, anche Fattori si spense, Malesci scoprì di essere stato nominato suo erede universale. Accolse la notizia con commozione mista a preoccupazione: accettare quell’eredità, per lui, significava impegnarsi solennemente a conservare l’opera del grande macchiaiolo e a rispettarne le volontà, compito non semplice. In realtà, nel corso della sua lunga vita, Malesci non si sarebbe limitato a tutelare da speculazioni il corpus artistico del maestro, ma avrebbe costantemente lavorato per promuoverne la memoria presso la critica e l’opinione pubblica, contribuendo in modo sostanziale alla sua rivalutazione.
Negli anni successivi alla fine del conflitto, Malesci prese parte a numerosi eventi artistici di notevole rilievo: tra gli altri, la prima Biennale romana (1921), la Primaverile di Firenze (1922) e i concorsi Stibbert e Ussi (1924, entrambi a Firenze).
Per vincere la nostalgia della regione d’origine, Malesci vi faceva spesso ritorno in estate. I suoi viaggi più importanti – almeno sotto il profilo artistico – furono però quelli che lo portarono sulle coste della Campania e poi in Bretagna, Normandia, Belgio e Paesi Bassi: alla costante ricerca di nuovi tipi di paesaggio e di diverse condizioni di luce, ampliò il suo lessico di pittore studiando i cieli e i profili di luoghi assai diversi tanto dalle colline del Mugello e dalla riviera versiliana, quanto dalle Alpi e dalla Pianura Padana. Ebbe successo anche a Bruxelles, dove, nel 1952, fu allestita una grande mostra di arte italiana che comprendeva un buon numero dei suoi lavori.
Continuò a dipingere e a organizzare mostre con grande vitalità anche dopo aver superato la soglia dei settant’anni; rimasto vedovo, si risposò al termine del 1957. Nel 1964 ebbe luogo a Milano, presso la Galleria Vinciana, l’ultima sua mostra curata personalmente.
Giovanni Malesci si spense il 12 settembre 1969, alla vigilia dell’ottantacinquesimo compleanno.
Nel 1972, la Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente di Milano, la Società delle Belle Arti – Circolo degli Artisti di Firenze e il Comune di Vicchio gli avrebbero reso meritato omaggio, allestendo tre grandi mostre retrospettive sotto il patrocinio del Presidente della Repubblica.
(tratto dal sito www.giovannimalesci.it)
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