FIRENZUOLA – Ricordi di un vecchio prete (Ed. La Giuntina, Firenze, 1986) di don Leto Casini non è un diario, ma contiene una serie di ricordi scritti quando il parroco era già ultraottantenne. Fu sollecitato a farlo dal’Arcivescovo Card. Silvano Piovanelli, e per adempiervi è andato a rovistare nei meandri della memoria, più per dovere che spinto da un anelito personale. Era abituato a obbedire fin dai tempi del seminario, ma dopo aver aderito a ogni richiesta dei superiori – moltissime, in oltre 60 anni di sacerdozio – riusciva sempre a immergersi con soddisfazione nelle varie esperienze, e così sarà stato anche per quest’ultimo lavoro.

Firenzuolino per nascita (16.04.1902), è morto quasi novantenne a Firenze. Per aver protetto moltissimi ebrei durante la seconda guerra mondiale fu riconosciuto “Giusto tra le Nazioni” e, nel 2004, è stato insignito della Medaglia d’Oro al Valor Civile alla memoria.

Questo suo impegno è attestato anche nel libro Amici per la vita il cui autore – Louis Goldman – era un ragazzo ebreo che, dopo varie vicissitudini, si era trovato a Firenze tra il ’43 e il ’44. E, proprio in queste pagine, Goldman descrive le caratteristiche organizzative di don Casini e la sua caparbietà nel raggiungere gli obiettivi. Fu anche catturato dalla famigerata “banda Carità” e imprigionato alle Murate. Memorabile l’aneddoto, che lo  stesso parroco descrive, quando nel corso di un secondo arresto, preoccupato per una lista di nomi contenuti in un foglietto che aveva in tasca, si buttò in testa il mantello e, strappando di nascosto il foglio, lo fece a pezzi ingoiandolo velocemente. E dopo si mise a ridere, perché don Casini era un mattacchione, e aveva anche una buona dose di autoironia, che gli ha permesso di non prendersi mai troppo sul serio e di mantenere quella dose di umiltà con la quale ha sempre affrontato ogni situazione.

La prima, vera sorpresa di questo testo è stata la dedica: “A Cici Einstein, gentile fiore in boccio pestato dal brutale tallone nazista”. Cici Einstein non è un nome nuovo a chi ha letto Il cielo cade, il piccolo capolavoro scritto da Lorenza Mazzetti che, durante il passaggio della guerra, era ospite insieme alla gemella Paola dello zio Robert Einstein (cugino di Albert) e della sua famiglia nella Villa del Focardo a Rignano sull’Arno. Cici (Anna Maria) era una delle figlie di Robert (e cugina delle Mazzetti), che rimase uccisa insieme alla sorella Luce e alla mamma Cesarina Mazzetti a seguito di una crudele esecuzione nazista. Il cielo cade parla proprio di quel periodo, visto e raccontato con gli occhi e i pensieri della bambina di allora.

Ma che c’entra don Casini con tutto questo? C’entra perché quando le ragazze Einstein-Mazzetti frequentavano il liceo Michelangiolo a Firenze, lui era docente di religione e le aveva conosciute bene; così, quando nel ‘62 seppe che la Mazzetti aveva scritto questo libro, andò a trovarla per sincerarsi che fosse frutto di fantasia. Ma, putroppo, i fatti di cui aveva scritto Lorenza corrispondevano alla triste verità. Le salme delle Einstein e del padre Robert – suicidatosi pochi mesi dopo – riposano in una tomba monumentale al cimiterino della Badiuzza, dove anche Lorenza e Paola Mazzetti giacciono l’una accanto all’altra, come sono state sempre in vita.

Ritornando ai ricordi di don Leto, è sorprendente la quantità di esperienze di cui scrive: dal seminario firenzuolino e la passione per la meteorologia e la sismologia, al ministero esercitato in parrocchie tutto sommato vicine – come Giugnola, San Pellegrino e Marcoiano – da lui interamente restaurate. Poi il periodo a Varlungo, proprio negli anni del passaggio della guerra. Quindi ancora a Palazzuolo sul Senio, a ricostruire la chiesa dalle macerie, e da lì in Svizzera, in Olanda e poi via per mare, quale cappellano di bordo su navi passeggeri dalle rotte più svariate. Un incarico, quest’ultimo, forse meno noto, ma ugualmente mosso dal desiderio di stare accanto a chi in mare lavorava ed a chi era costretto a intraprendere lunghissimi viaggi nella speranza di un futuro migliore. E, per finire, il “ritorno” al carcere, questa volta come cappellano, e – ultimo ministero – quello al piccolo santuario di Maria Santissima delle Grazie. Una vita che gli ha permesso di girare il mondo in lungo e in largo e di conoscere la varietà del genere umano.

La scrittura è simpatica, schietta, non filtrata da particolari tecniche, e ne rivela il carattere profondo ma in grado di prendere tutto con un filo di leggerezza, sempre facendo attenzione ad alleviare i pesi altrui. Un carattere mite ma anche curioso e allegro, perché la vita va onorata esaltandone il meglio. Ma – e forse è questa la caratteristica principale che vi emerge – non vi è un filo di autocompiacimento o di autoeroismo, perché ogni atto, anche il più valoroso, viene rivissuto come normale e dovuto, ovvero l’unico che lui – o qualsiasi altra persona, secondo il suo modo di vedere – avrebbe potuto compiere.

Grazie don Leto Casini per questo insegnamento di vita che ci hai lasciato, e grazie a Ivana Bicchi per avermi dato l’opportunità di leggerlo”

Elisabetta Boni
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 21 Luglio 2026

 

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