MUGELLO – Continua l’affascinante viaggio nel mondo dei funghi. Stavolta Alessandro Francolini, esperto mugellano di micologia, prosegue e conclude la trattazione del tema sul nome “boletus”, che identifica i porcini e non solo. E come sempre l’articolo è arricchito da bellissime foto, scattate dallo stesso Francolini.

Al termine dell’articolo precedente abbiamo accennato alla figura del medico e botanico Pier Andrea Mattioli e alla sua opera “Discorsi su De Materia Medica” stampata nel 1544, in cui viene tradotto in italiano e integrato con “amplissimi discorsi, et comenti, et dottissime annotationi” un corposo lavoro (De Materia Medica) risalente al 1° secolo d.C., scritto dal botanico e medico greco Dioscoride Pedanio.
Pur non riguardando direttamente le vicissitudini del nome Boletus, parlando dei “Discorsi” del Mattioli è d’obbligo menzionare qualcuno degli “amplissimi discorsi, et comenti” di carattere fungino che vi si possono rinvenire. Tanto per rendere l’idea di quanto poco si conoscesse ancora nel 1500 sul mondo dei funghi, sulla loro natura, sulla commestibilità/velenosità e su quali fossero i rimedi (?!?) da adottare nei casi di intossicazione.
In alcuni capitoli si può leggere: “Sono i funghi di due specie; buoni da mangiare e mortiferi. Molte le cause della loro velenosità; quando nascono ove siano sotto chiodi arrugginiti o panni fradici; vicino a qualche caverna di serpenti, o su alberi che producono frutti velenosi […]. Quelli non velenosi sono gradevoli, ma se mangiati copiosamente nuocciono e strangolano, quando non si possono digerire generando quel morbo che si chiama colera. Al che, si rimedia bevendo del nitro, della liscivia con salamoia acetosa oppure un decotto di satureia o d’origano. Spegne ugualmente il loro veleno lo sterco di gallo bevuto con aceto […]. Nutriscono ma malagevolmente si digeriscono; e però per la più parte se ne escono interi per di sotto, insieme con le altre superfluità dei cibi […]. Nuocciono i funghi, o per essere naturalmente velenosi ovvero per mangiarne troppi, nondimeno tutti strangolano serrando il fiato come strangolano i lacci gli impiccati […]. Levano in tutto la malvagità, che hanno i funghi di strangolare, le pere selvatiche […]. Giovano le uova delle galline bevute con aceto.”
Che dire? In tutti questi discorsi, una sola informazione corretta forse c’è: che mangiare troppi funghi (quelli buoni, per inteso) fa male! Magari senza arrivare allo “strangolamento”, ma comunque è vero: fare abbuffate di funghi fa male. Tutto il resto è abbastanza raccapricciante, soprattutto per quanto riguarda gli “antidoti” da somministrare a chi è colto da avvelenamento da funghi. Mamma mia! Lo sterco di gallo bevuto con aceto poteva forse servire per causare una sorta di “lavanda gastrica fatta in casa” ma probabilmente la cura era più deleteria della malattia Tra questa serie di “annotationi” quella sulla velenosità dei funghi nati “sotto chiodi arrugginiti o panni fradici; vicino a qualche caverna di serpenti, o su alberi che producono frutti velenosi“, risalente già ai tempi di Plinio e di Dioscoride, si è poi tramandata in alcune zone come credenza popolare fino alle soglie del 20° secolo. Andando così ad integrare le “colorite” ma pericolosissime teorie empiriche che stabiliscono essere tossico un fungo quando, cuocendolo assieme ad alcuni ingredienti “spia” (come aglio, prezzemolo, cipolla o il famoso cucchiaino di argento), si osserva che tali ingredienti scuriscono. Assurdità delle più deleterie! Basta provare a cucinare dei comunissimi e commestibilissimi porcini, accompagnati da tali elementi spia per rendersene conto: talvolta scuriscono (soprattutto l’aglio e il prezzemolo) e talvolta no; dipende ovviamente dalla modalità e dai tempi di cottura; così come, viceversa, cucinando delle mortali Amanite phalloides accompagnate da tali spie si possono ottenere gli stessi due risultati: alle volte scuriscono, altre volte no.
Sempre dai “Discorsi su De Materia Medica” si incontra un’altra “annotatione” abbastanza grave e pericolosa: quella di aver scritto che tutti i funghi che crescono sugli alberi sono innocui. Dice infatti il Mattioli: “Nascono i funghi non solamente sul terreno, ma anche sugli alberi. E questi funghi non sono pericolosi (purché non nascano sopra alberi velenosi) come i funghi di terra; perché così non vi è pericolo che nascano su ferro, né su panno fradicio, né su serpente morto o altro animale velenoso…”
Qui, come altrove, il Mattioli riprende di nuovo molte delle superstizioni/credenze popolari (in voga già dai tempi di Plinio e di Dioscoride) che tanti guai possono aver provocato alla salute dei ricercatori: basti pensare, tra i funghi lignicoli, al tossico Hypholoma fasciculare o alla tossica e potenzialmente mortale Galerina marginata.
I funghi del Cesalpino
Poco più giovane del Mattioli ma come lui famoso e celebrato medico, Pier Andrea Cesalpino (1519-1603) ha lasciato importanti studi sia nel campo della Botanica che della Fisiologia. Considerò i funghi come piante prive di semi e li collocò entro molti raggruppamenti come i Suilli (le Boletaceae attuali) commestibili quelli a carne bianca e malefici quelli a carne che diventa livida; e i Boleti (le Amanita attuali, tra cui Amanita caesarea) a “forma di uovo quando trovansi sotto terra”.
In dettaglio il Cesalpino descrive così questi due gruppi di funghi, integrando le sue osservazioni anche con ricette culinarie (prassi che verrà seguita spesso e volentieri da molti studiosi-micologi successivi):
“Suilli. Volgarmente Porcini. Nascono sulle montagne, tra le eriche e le felci; sono più grossi e pesanti dei Boleti, di colore quasi fulvo nella parte superiore, grigio cenere in quella inferiore, bianco all’interno. Prima si cuociono, in modo che perdano l’acqua che contengono, poi si friggono in molto olio, dopo averli bene infarinati. Si conservano anche sotto sale, o essiccati al forno. Quelli velenosi si chiamano in volgare Malefici e non si possono riconoscere se non tagliandoli: la loro carne diventa immediatamente di colore livido; inoltre nella loro parte concava presentano un colore giallastro o verdognolo. Sono invece commestibili quelli a carne bianca.”
“Boleti. Ovoli. Nascono dalla terra avvolti in una specie di membrana che li fa assomigliare a uova. Sono identici a quelli descritti da Plinio. Si mangiano fritti nell’olio o in casseruola. Ve ne sono di molto simili, ma velenosi, di colore rosso più acceso e con maggior numero di lamelle nella concavità del cappello.”
Quel “colore rosso acceso” non può che far venire a mente l’attuale Amanita muscaria che, inoltre, ha effettivamente un buon numero di lamelle essendo queste assai fitte.
Nasce forse dalla fama sia del Mattioli che del Cesalpino e dalla diffusione delle loro opere l’uso verbale, ancora attuale, di chiamare “malefici” le Boletaceae a carne virante o, per estensione, tutte le Boletaceae che non siano i “4 porcini ottimi commestibili”. Qui in Mugello ho sentito più volte utilizzare l’appellativo “mallefici” (col raddoppio della “elle”) quasi per dare più peso dispregiativo a tali specie. Altro epiteto mugellano molto in uso è “fungacci”. E, sarà colpa mia ma non posso farci niente, io ci vedo una sorta di “razzismo micologico” ingiustificabile e gretto, vista l’importanza di queste e di altre specie che, instaurando simbiosi micorrizica con le essenze arboree dei nostri boschi, contribuiscono al benessere di tali ambienti. D’altra parte è ancora troppo frequente (l’ho già scritto in altro articolo, ma desidero ripeterlo anche qui) la triste visione di tanti bellissimi e talvolta enormi “malefici” o “fungacci” abbattuti e ribaltati e senza scusanti di sorta visto che molti di essi (come Butyriboletus regius, Imperator luteocupreus, Imperator rhodopurpureus, Rubroboletus rhodoxanthus, Rubroboletus satanas) non possono essere stati “tirati via” avendoli scambiati per porcini, talmente tante ed evidenti sono le caratteristiche morfo-cromatiche che li differenziano.
Ancora sui nomi boleti e suilli
Giovan Battista Porta (1540-1615), napoletano, appassionato cultore di scienze naturali e di matematica, fondò giovanissimo nella sua casa (nel 1560) un’Accademia scientifica (“Academia secretorum naturae”) il cui scopo primario era quello di spiegare i fenomeni naturali.
Per quanto riguarda il nostro argomento, sono degni di attenzione i lavori in cui il Porta descrive molte specie fungine, integrando tali scritti con alcune note riguardanti i nomi (dialettali o meno) che a tali specie venivano dati. A proposito del termine boleti il Porta scrive: “I migliori di tutti sono i Boleti, che vengono così chiamati in latino, ma che i Greci appellano Bolìtai e i napoletani del nostro tempo Ovoli o Boloccioli, per l’aspetto che ricorda un uovo.” Evidentemente si tratta, ancora, dell’attuale Amanita caesarea.
Altrove il Porta scrive: “Seguono le Amanite, così chiamate dai greci, che corrispondono ai Suilli dei latini, ai Farnei di Apicio, e che i napoletani chiamano oggi Silli e Ammoniti”; con evidenti corruzioni linguistiche da Suilli e da Amanite. Il termine Ammoniti si è poi perpetrato in parecchi nomi dialettali che vengono dati ai porcini in molte zone dell’Italia Meridionale: muniti, municchi, monete, ecc.). Si tratta, ancora, proprio di una sorta di “inversione” del significato che hanno attualmente i termini Boletus e Amanita.
Anche il naturalista palermitano Paolo Boccone (1633-1704) impiega il termine Boletus ma in modo completamente estraneo sia a quanto era stato tramandato fino ai suoi tempi sia a quanto siamo oggi abituati: in alcune sue opere (“Museo di piante rare” e “Museo di fisica ed esperienze” del 1697) il Boccone descrive 44 specie fungine con allegati vari disegni, tra cui un “Boletus violaceus exitialis” e un “Boletus fuscus, basi globosa”. Dai loro disegni si può risalire rispettivamente ad un attuale Cortinarius violaceus e ad una attuale Calvatia excipuliformis: il termine boletus è dunque qui inteso esclusivamente per trasmettere l’immagine di una “zolla”, nel senso di qualcosa di più o meno rotondeggiante che “esce” dal suolo; e, ovviamente, non ha niente a che vedere né con il Boletus degli Antichi né con il Boletus attuale.
Tra i più famosi botanici di tutti i tempi va ricordato il francese Joseph Pitton de Tournefort (1656-1708). Direttore del “Jardin du Roi”, deve la sua fama soprattutto alla sua opera di sistematico. Tra i suoi scritti più importanti vi è “Elements de botanique” del 1694, tradotto poco più tardi in latino (“Institutiones rei herbarie”, 1700), considerato il caposaldo della Botanica settecentesca pre-linneana. Applicando anche alla Micologia i principi sistematici impiegati per la classificazione dei fiori, il Tournefort vi introduce per la prima volta una suddivisione in generi: cioè dei raggruppamenti abbastanza ben definiti per loro caratteristiche morfologiche e cromatiche. Il Tournefort pone i funghi nella 17a e ultima classe in cui suddivide il Regno vegetale: la classe delle “Erbe e suffrutici sprovvisti di fiore e di seme”; e divide questa classe in 7 generi tra cui quelli che a noi interessano sono Fungus e Boletus.
“Fungus: genere di piante formate da un cappello, da un gambo inserito nel primo; la parte convessa del cappello è raramente striata; quella concava, rivolta verso il basso, è percorsa da lamelle o da tubuli.” Questo gruppo, quindi, può attualmente identificarsi grosso modo con quella parte dei Basidiomycetes in cui l’imenio è esterno, cioè esposto all’aria, e che contiene –principalmente– gli attuali Ordini Agaricales e Boletales.
“Boletus: genere di piante appartenenti ai funghi, ma ricoperti in gran parte da alveoli o da finestre.”
Il Tournefort ne descrive 7 specie, da cui si deduce che questo genere corrisponde alle odierne Morchellaceae, ai Clathrus e ai Phallus.
Per quanto riguarda la “storia del nome Boletus” è chiaro che, all’inizio del ‘700 con il Tournefort, tale termine va ad indicare una nuova tipologia di funghi (Morchellaceae, Clathraceae e Phallus) ma che, di nuovo, è molto lontana dalle Boletaceae attuali che, per il Tournefort, facevano parte del “Genere Fungus”.
Il termine Boletus è presente di nuovo nell’opera del medico e botanico tedesco Johann Jakob Dillen (= Dillenius, 1687-1747), considerato il padre della Crittogamologia, specialmente per quanto riguarda i muschi. Il Dillenius suddivise i funghi in due gruppi principali, correggendo ed ampliando l’impostazione precedente data dal Tournefort:
1. Pileati et pediculo donati (ossia muniti di cappello e gambo)
2. Pileo destituiti (ossia privi di cappello).
Nel primo gruppo il Dillenius distingue:
1.a] Genere Amanita: che comprendeva funghi lamellati
1.b] Genere Erinaceus: che comprendeva funghi aculeati
1.c] Genere Morchella: che comprendeva funghi alveolati
1.d] Genere Boletus: che comprendeva funghi porosi
Nel secondo gruppo inserisce:
2.a] Genere Fungoides: che comprendeva funghi con gambo, ramosi o non ramosi, terricoli o arboricoli.
2.b] Funghi sprovvisti di gambo:
Questa classificazione nasce evidentemente da una visione ordinata e metodica che sapeva cogliere le caratteristiche morfologiche salienti e costanti delle varie specie in modo da catalogarle con cognizione di causa. Per la prima volta nella storia [finalmente (!) ma non è ancora finita…] il termine Boletus viene usato per indicare funghi con cappello e gambo e con imenoforo composto da tubuli dotati di pori.
I Boletus e i Suillus dal Micheli al Fries
Pier Antonio Micheli (Firenze: 11 dicembre 1679 – Firenze: 1 gennaio 1737) è stato uno dei maggiori botanici italiani ed è considerato il vero fondatore della Micologia. Si appassionò alla Botanica fin da giovane e raccolse circa 19000 piante conservate poi in exsiccata. Ha dato un decisivo contributo allo studio dei funghi osservandone le lamelle attraverso il microscopio, e scoprendo per primo la presenza delle spore. Verificò anche l’esistenza del velo universale e riuscì a dimostrare che i funghi si riproducono per mezzo di spore.
La sua classificazione dei funghi fu rivoluzionaria perché, oltre ai caratteri macroscopici, il Micheli si basò sull’osservazione delle spore al microscopio, prassi che all’epoca costituiva una novità assoluta. Nella sua sistematica il Micheli usa il termine Boletus per indicare le Morchellaceae, rifacendosi in parte agli scritti del Tournefort; mentre usa il termine Suillus per indicare funghi con imenio a tubuli e pori separabili dal cappello (rifacendosi quindi, almeno in parte, alla antica tradizione nomenclaturale dei tempi di Plinio; ciò che oggi viene raggruppato sotto la Famiglia delle Boletaceae); il Micheli usa inoltre il termine Polyporus per quei funghi il cui imenio a tubuli non è separabile dal cappello (quindi, a grandi linee, ciò che ancora oggi viene indicato col genere Polyporus).
In seguito Linneo (1707-1778) continuerà a considerare i funghi come piante, inserendoli nella categoria delle “Crittogame”, cioè quelle piante prive di organi riproduttivi visibili (o, in altre parole, “prive di fiori”). Linneo riprenderà anche il termine Boletus nella accezione del Dillenius e lo userà per indicare i funghi a tubuli e pori (sia terricoli che arboricoli: grosso modo ciò che oggi fa parte complessivamente delle Famiglie delle Boletaceae e delle Polyporaceae). Dal punto di vista sistematico Linneo nei suoi lavori di botanico adottò non solo la nomenclatura proposta dal Dillenius ma anche quanto il Dillenius aveva proposto sulla classificazione riguardante i funghi, non volendo approfondire né accettare le teorie rivoluzionarie (poi dimostrate le più corrette) del Micheli la cui sistematica si basava anche sulla microscopia e sull’osservazione delle spore.
Elias Magnus Fries (Femsjö, 15 agosto 1794 – Uppsala, 8 febbraio 1878) è stato un micologo e botanico svedese. Studioso di Sistematica micologica e di Micologia descrittiva, è riconosciuto (assieme al Micheli) come il padre ed il massimo esponente della moderna Micologia. Autore anche di vari e importanti testi di Botanica, deve tuttavia la sua fama ai vari lavori di catalogazione e descrizione di diverse migliaia di specie fungine, con ben 26 opere date alle stampe in un arco di quasi 60 anni.
Sarà proprio il Fries a porre definitivamente fine al “peregrinare” del termine Boletus, definendo il “Genere Boletus” così come oggi lo intendiamo [o, più precisamente, come è stato inteso fino agli albori del 3° millennio, cioè prima dell’avvento dell’analisi molecolare e dello studio del DNA anche in ambito micologico]. Nella diagnosi del genere Boletus il micologo svedese scriveva: “Questo genere, istituito da Micheli, anche se sotto un altro nome (Suillus) è tra i più naturali e tutti i generi naturali sono i migliori e devono essere conservati”. Attualmente il genere Boletus è, per correttezza scientifica, indicato con “Boletus Linnaeus : Fries”.
Mentre per l’attuale genere Polyporus la dicitura scientificamente corretta è (in omaggio a Pietro Antonio Micheli): “Polyporus P. Micheli ex Adans”. Anche il nome Suillus è poi rimasto in ambito micologico, andando a rappresentare un particolare genere di Boletaceae, di cui alcune specie sono munite di una sorta di anello sul gambo. Si tratta del genere Suillus (Gray 1821).
Ma le vicissitudini del genere Boletus e delle specie in esso comprese non sono finite. Già dall’inizio del 3° millennio, anche in Micologia si è cominciato ad indagare più approfonditamente sui criteri di individuazione/separazione di generi e specie sfruttando, oltre alla consueta osservazione al microscopio, anche l’analisi molecolare e lo studio del DNA. In seguito a questi nuovi studi su base filogenetica, anche il “vecchio” genere Boletus risalente al Fries è stato rivoluzionato dalle nuove norme di classificazione in quanto considerato “abbondantemente” polifiletico (cioè contenente molte specie discendenti da “antenati ancestrali” ben diversificabili tra di loro), risultando quindi tra i generi che più sono stati smembrati: se dai tempi del Fries fino ai primi anni del 2000 il genere Boletus poteva annoverare decine e decine di specie tra commestibili, non commestibili e tossiche, raggruppate a loro volta in molte Sezioni, oggi non è più così. Attualmente entro al genere Boletus sono annoverate poche specie, e tra queste vi rientrano i “4 porcini ottimi commestibili” che rappresentano gli unici Boletus reperibili in Italia (come già accennato in una precedente puntata di questa Rubrica); cioè: Boletus aereus, Boletus edulis, Boletus pinophilus e Boletus reticulatus.
Le altre specie che fino agli inizi del 3° millennio facevano parte dei Boletus reperibili in Italia, sono state inserite in altri generi sia di vecchio ma soprattutto di nuovo conio. Generi che quindi si possono attualmente considerare come monofiletici. Tra gli altri (in parentesi l’anno di introduzione): Baorangia (2015), Butyriboletus (2014), Caloboletus (2014), Cupreoboletus (2015), Cyanoboletus (2014), Exsudoporus (2014), Hemileccinum (2008), Imleria (2014), Imperator (2015), Lanmaoa (2015), Neoboletus (2014), Rheubarbariboletus (2015), Rubroboletus (2014), Suillellus (1909), Xerocomellus (2008), Xerocomus (1887).
Bibliografia consultata
(1) LAZZARI, Giacomo_ Storia della Micologia Italiana_ Arti Grafiche Saturnia, Trento, 1973
(2) BRUNORI, Andrea, BUISCHIO, Alessandro, CASSINIS, Alessandro_ Funghi “dalla leggenda… alla scienza”_ De Tommaso Editore, Roma, 2003
(3) A.M.I.N.T., a cura di_ Tutto Funghi – Cercarli, riconoscerli, raccoglierli_ Giunti Editore, Firenze, 2015
Nelle prossime puntate daremo uno sguardo ad alcune delle specie commestibili più o meno facilmente reperibili in Mugello. Con qualche avvertenza per non cadere in possibili errori di valutazione che potrebbero avere conseguenze anche gravi.
Per recuperare le puntate precedenti:
“Pillole di funghi”: la nuova rubrica curata da Alessandro Francolini
PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Il Genere Amanita – prima parte
PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Qualche Amanita mugellana – prima parte
PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Il genere Amanita, seconda parte
PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Porcini mugellani, prima parte
Alessandro Francolini
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 5 ottobre 2025
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