
MUGELLO – Nelle campagne tra Piazzano, Vezzano e dintorni negli anni sessanta c’erano giorni in cui nell’aria si diffondeva un sinistro cigolare accompagnato da un costante rotolio. Poco dopo, echeggiava nell’aria un grido roco, orribile, minaccioso: “Donne, venite fori, è arrivato Magnaccia!”. Magnaccia era un personaggio davvero strano; si trascinava dietro un grosso barroccio che sembrava sempre sul punto di disintegrarsi e carico di povere mercanzie. Girava di casolare in casolare tra le massaie contadine allo scopo di recuperare pelli essiccate di coniglio o piume d’animale, evidentemente richieste sul mercato, scambiandole quasi sempre con una varichina, un sapone marca “Sole” o al limite, ma solo per gli affari di lusso, una granata di saggina. Ricordo ancora sotto la loggia della nonna quelle pelli macabre e ciondolanti che rimanevano lì a lungo rigirate e riempite di paglia perché si essiccassero bene per non perdere il “lucroso” affare.
Tornando ora a Magnaccia, in effetti il suo passaggio aveva pure uno scopo intimidatorio. Difatti, mamme e nonne quando i bimbi piccoli erano agitati o ne combinavano qualcuna più grossa del solito minacciavano: “Guarda che ti faccio portar via dal barroccio di Magnaccia!”. Noi ci credevamo davvero e a quei tempi, a voi sembrerà strano, non potevamo nemmeno chiamare “Telefono Azzurro”. Anzi, a dirvela tutta non c’era neppure l’ombra di un telefono nei paraggi e per quanto ne so io gli psicologi erano tutti disoccupati! Così quando il losco individuo stava per arrivare, qualcuno di noi che aveva assunto compiti di vedetta gridava a squarciagola: “Scappate, arriva Magnaccia!”. E tutti si dileguavano in un baleno come un branco di scoiattoli impauriti.
In effetti, Magnaccia faceva davvero paura. Sempre sporco, portava sulla testa un lugubre cappellaccio nero ed era coperto di stracci ciondolanti e maleodoranti come quelli appena recuperati in un tugurio; era quasi senza denti e si fasciava le mani per tirare il pesante carro. O perlomeno, quella è l’immagine rimasta impressa nei miei occhi di bambino. La sua voce era cavernosa e stridula nel contempo e sembrava uscire non dalla bocca ma direttamente dallo stomaco. Portava un lungo coltellaccio appeso alla cintola, e vi giuro che nessuno di noi osava pensare a cosa gli potesse realmente servire.
Un giorno io e altri tre bambini avevamo sgraffignato delle mele a Natale, un vecchio contadino che aveva un frutteto laggiù in fondo alla vigna. Io ero molto piccolo, avrò avuto 4 o 5 anni, e mi gratificava partecipare a quelle azioni “eroiche”, mi facevano sentire importante e considerato dal gruppo. Ci sedemmo dunque su un muretto appartato tutti felici per mangiarle in santa pace. All’improvviso, da dietro il tronco di un grosso noce, ecco spuntare in silenzio la sagoma angosciante di Magnaccia senza il suo barroccio. Con aria minacciosa venne deciso verso di noi; tutti scattarono come molle e in pochi secondi scomparvero in un fosso lì vicino. Io, invece, rimasi letteralmente paralizzato, le mie gambe erano diventate di pietra, pesantissime. Completamente incapace di reagire e con un nodo in gola, vidi Magnaccia avvicinarsi a me tirando fuori il coltellaccio; l’enorme lama brillò sinistramente al sole. I miei amici nascosti nel fosso guardavano la scena terrorizzati. Magnaccia mi strappò bruscamente la mela di mano, la divise in quattro parti e iniziò lentamente e con cura a sbucciarla. Poi tirò fuori di tasca un pezzo di cartone, lo mise sul muretto e ci appoggiò sopra i quattro spicchi. “Tieni mimmi”, mi disse, “così le mordi meglio” e se ne andò.
Da quel giorno non ebbi più paura di lui e quel grido “Arriva Magnaccia!”, per me diventò quasi un grido festoso. E che dire dei miei amici, da allora mi tennero in grande considerazione; ero l’unico che era riuscito a parlare con Magnaccia e, strano a dirsi, ero pure sopravvissuto!
Fabrizio Scheggi
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – gennaio 2024