San Cristoforo a Casole
San Cristoforo a Casole

VICCHIO – Una stretta comunale abbandona la SP 551 all’altezza di Osteria, poco a valle del capoluogo, volgendo decisa verso la zona collinare preappenninica. La strada segue il corso tortuoso del Torrente Arsella, poi ignorata la tabella per Rupecanina, piega verso destra, segue ancora il torrente scavalcandolo almeno due volte, fino a che due file scure di cipressi segnano i lati di un modesto tratto in salita, preludio all’area di Casole e a una campagna che sa offrirsi con scenari fra i più suggestivi del Mugello.

Le memorie più antiche di Casole o Casola, sono leggibili in documenti dell’episcopio fiesolano redatti nel 1103 e 1134 e in altre Bolle coeve, conservate però nell’Archivio Arcivescovile di Firenze, tanto da far supporre che le due Diocesi avessero entrambe notevoli autorità e poteri nella zona. Ancora nel XIII secolo, i Conti Guidi disponevano in Casole di un castello per il controllo di un vasto feudo, concesso loro con diploma imperiale da Federico II, esteso fino all’alpe di Vitigliano e a Monteacuto.

Difficile individuare oggi le tracce di quella antica disposizione territoriale, forse riconoscibile negli ampi spazi prativi o nelle lussureggianti olivete, come nelle strutture poderali che punteggiano il paesaggio. Un luogo da sempre caratterizzato da un’intensa attività agreste, per questo ambito da illustri casate del passato. L’esempio più significativo di tali condizioni ci è offerto da Villa Altoviti, dimora storica di origini remote, già citata come “Casa Nuova” in documenti del 1251.

Villa Altoviti a Casole
La cancellata di ingresso alla villa, con il lupo rampante,emblema degli Altoviti

Fu in antico proprietà dei Landi per passare agli Altoviti verso la metà del Seicento, portata in dote nuziale da Lucrezia Landi nel suo matrimonio con Francesco Altoviti. Gravemente danneggiata con il terremoto del 1919, fu oggetto di un accurato restauro che gli avrebbe conferito un aspetto tipicamente settecentesco, con ampio terrazzo e loggiato a tre arcate. Fra i suoi annessi resta il grazioso oratorio dedicato alla SS. Vergine, posto a margine del parco.

Villa Altoviti a Casole, l’oratorio della SS. Vergine

Poco a monte della villa è la chiesetta di San Cristoforo a Casole, raggiungibile per chi sale, con una brevissima deviazione sulla sinistra, che in pochi metri conduce al cospetto del grazioso edificio. Qui, nonostante le asperità di un terreno in decisa pendenza, la collina può offrire un modesto spazio al piccolo luogo di culto, la cui facciata guarda il grandioso panorama offerto dalla piana di Vicchio.

Non abbiamo certezze sulle origini della chiesa di Casole, certamente molto antiche ma documentate solo dal XIII secolo. Nel 1260, sotto la guida di Ser Rogerius Garattelli, rettore di allora, il popolo di San Cristoforo era chiamato a sostenere, con quattro staia di grano, l’esercito fiorentino nella battaglia di Montaperti contro i senesi. Nel secolo successivo, la vetustà, gli agenti atmosferici, l’assenza di una manutenzione periodica, avevano ridotto la chiesa quasi in rovina. L’edificio fu restaurato e forse ricostruito dopo il 1383, momento in cui prese forma nel popolo anche un primo sodalizio o Compagnia per il sostegno del popolo.

Per lungo tempo San Cristoforo ebbe un ruolo importante nella comunità, tanto da stimolare gli interessi e le ambizioni di importanti casate nobiliari che si alternarono nel patronato, come gli Alamanni, i Bivigliani, i Bernardini, i Medici e poi i Bartolini, i Gucciardini, i Grazzini e infine l’Istituto delle Minime Ancelle  della SS. Trinità delle Montalve, che avevano proprietà in Casole e in altre zone del Mugello.

Inizialmente inserita nel piviere di Santo Stefano in Botena, vi rimase unita fino al 1785, momento in cui soppressa la pieve di Santo Stefano, la chiesa di San Cristoforo fu assegnata definitivamente alla pieve di San Giovanni Battista a Vicchio.

Guide e testi di storia locale, indicano il 1791 come l’anno di un nuovo e radicale restauro o di una ricostruzione dell’edificio di culto, facendo riferimento alla data MDCCIXC incisa sulla trave d’ingresso, anche se la disposizione inusuale dei caratteri romani, offrirebbe una interpretazione più coerente con l’Anno Domini 1789.

San Cristoforo a Casole, epigrafe sopra l’architrave d’ingresso

Tuttavia, nonostante  questa minima discrepanza temporale, tutta l’epigrafe scritta in latino che precede la data, sa trasmettere a chi legge, un profondo senso di pace e spiritualità, potendo essere così tradotta e interpretata: “I miei occhi saranno aperti e le mie orecchie saranno attente alla preghiera di colui che prega in questo luogo. Anno del Signore MDCCIXC”.

La facciata

La facciata si presenta dunque secondo un disegno semplice ma elegante, coperta a due spioventi, con croce trilobata sull’apice anteriore e timpano delimitato da una cornice lineare. Nella parte alta, una finestra con architrave curvilineo, offre la giusta illuminazione degli interni.

Il sagrato è rialzato di tre gradini, coperto da un loggiato a padiglione, con quattro pilastri poggianti sul muretto di base che circuisce lo spazio antistante l’ingresso. Alcune lapidi ricordano i sacerdoti di Casole e i caduti del popolo nella Grande Guerra. Due lesene piane culminanti in capitelli di ordine toscano, segnano gli angoli della facciata, secondo un disegno architettonico che si ripete anche negli spigoli retrostanti dell’edificio. Nella parte posteriore destra si erge il campanile a vela con due campane di antica fattura.

San Cristoforo a Casole, il campanile a vela

Sul lato interno della singolare struttura, prospiciente il tetto della chiesa, all’imposta delle due arcate, è incisa la data 1908, anno della costruzione ottenuta per sovrapposizione di inserti di pietra e laterizi, che conferiscono al manufatto una gradevole cromia. La parete nord del campanile porta invece uno stemma di marmo con un’epigrafe che le ingiurie del tempo e la posizione infelice, rendono di difficile lettura, ma che dovrebbe riportare il motto “ MALO MODO QUAM FEDARI” (preferisco morire piuttosto che essere disonorevole), probabilmente adottato dai committenti benefattori.

L’interno della chiesa è ormai completamente spoglio di arredi e suppellettili e non può offrire che un vago ricordo del passato. Il presbiterio è rialzato di due gradini, delimitato da una balaustra a pianta curvilinea con colonnette quadrangolari sagomate.

San cristoforo a Casole, interno
Pala d’altare con San Cristoforo, Sec. XVIII

Nella parete di fondo, dietro l’Altar Maggiore, resta una grande imposta con lesene piane e timpano interrotto dal simbolo eucaristico. Al suo interno era un dipinto, olio su tela di ambito toscano, raffigurante il Santo patrono, databile alla metà del XVIII secolo (1750-1799).

Ma il suolo di Casole può sorprenderci ancora con altri luoghi d’interesse, altri monumenti, altre realtà storiche che meritano di essere menzionate.

La strada comunale che ci ha condotti al cospetto di Villa Altoviti e poi alla chiesa di San Cristoforo, prosegue instancabile verso l’Appennino, seguendo un tracciato antico, che attraversa un’area intensamente coltivata almeno fino alla seconda metà del secolo scorso.

Paesaggio di Vitigliano

Sopra la chiesa di Casole infatti, l’ambiente mostra una conformazione diversa, gli spazi sono liberi con panorami suggestivi che si aprono in ogni direzione, interrotti solo da maestose case poderali e appezzamenti agricoli, figli del nostalgico periodo mezzadrile. Dopo circa tre chilometri, rapiti e lusingati da questo paesaggio di altri tempi, ecco stagliarsi in lontananza la sagoma snella del campanile a vela di Sant’Alessandro a Vitigliano.

Sant’Alessandro a Vitigliano

Questa piccola chiesetta di montagna, trasformata oggi in civile abitazione, conserva tracce di notevole interesse storico. Come detto, in antico Vitigliano era parte integrante di un vasto feudo dei Conti Guidi. Nel corso del XII secolo, vi ebbero proprietà importanti gli Adimari, anche se il feudatario più potente della zona era certamente il vescovo di Firenze, che ne manteneva il dominio ancora alla fine del Quattrocento.

Le origini della chiesa sembrano risalire al 1283, forse dovute agli interessi e alle finalità dello stesso episcopio cittadino, che a metà del Cinquecento esigeva ancora dal popolo di Sant’Alessandro, un censo annuo di venti libbre di “chacio” e due staia di grano.

Intanto, dal 1485 il patronato era stato ceduto alla Badia Fiorentina, che in futuro vi avrebbe mantenuto stabilmente un sacerdote. Poi, in epoca granducale, il patronato passò al reggente della Toscana e solo più tardi la chiesa divenne di collazione libera.

Era ancora attiva negli anni Settanta del Novecento, anche se affidata a un Vicario Economo. Unico annesso parrocchiale, l’ oratorio di San Donnino, posto circa un chilometro più in basso della chiesa. Il piccolo luogo di culto è collocato in fronte a una massiccia casa colonica e separato dalla stessa, dalla vecchia strada ora non più percorribile, che collegava il capoluogo alla chiesa di Vitigliano.

L’oratorio di San Donnino a Vitigliano
Oratorio di San Donnino – Facciata

La facciata dell’oratorio è volta a levante e guarda i ripidi coltivi che degradano verso il corso dell’Arsella. Nonostante le dimensioni contenute, il piccolo edificio sacro mostra caratteri di un’architettura particolare, con copertura a due spioventi che si trasformano in un tetto a padiglione nella parte anteriore, a protezione del portico precedente l’ingresso. Proprio questa caratteristica, conferisce una certa eleganza all’intera struttura, esaltandone il pregio architettonico, inconsueto per il contesto in cui si trova. Il portico infatti, si estende su tutta la facciata ed è sorretto da quattro esili colonne con capitelli di ordine toscano, che trovano appoggio sul muretto di base che circuisce il sagrato. Questo piccolo spazio, chiuso da un cancelletto di ferro e pavimentato in cotto, precede la facciata tipica di queste strutture di campagna, con porticina di legno affiancata da due finestrelle con inferriata.

Sulla parete posteriore, murato all’apice del tetto di coppi e tegole, resta il telaietto metallico che un tempo sosteneva una campanella. Non conosciamo con precisione lo scopo di questo oratorio, ma sappiamo che in passato era celebre per la custodia di una reliquia (un dito) di San Donnino, ancora molto venerata nella prima metà del Novecento, quando il luogo di culto viveva costantemente delle cure del parroco di Vitigliano.

Massimo Certini
©️ Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 18 Ottobre 2026

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