MUGELLO – Francesco Petrarca, sommo poeta, erede di Dante, letterato e collezionista di rari codici antichi era un uomo incline alla pace e sostenitore della concordia fra le genti. Nel suo poema “Italia Mia” nel 1344 esortava i signori della penisola ad abbandonare i contrasti affinché l’Italia potesse tornare ad essere “la Patria in ch’io mi fido / madre benigna e pia”. Petrarca credeva nella superiorità della parola rispetto alla volgarità delle armi, confidava nella forza della diplomazia rispetto alla inciviltà della guerra. Eppure in una sua lettera di pochi anni più tardi, nel 1349, indirizzata ai cittadini della Repubblica Fiorentina, vi troviamo una esortazione accalorata e decisa a muovere guerra verso un nemico vile e selvaggio che aveva il suo feudo inespugnabile sugli Appennini fra Bologna e Firenze, nel cuore dell’alto Mugello.

Che cosa era accaduto al mansueto poeta da indurlo ad una invettiva così violenta contro le bande di briganti che infestavano quelle terre? “Oh, che disumana ferocia! — uomini d’estrema crudeltà, o meglio belve mostruose e assetate di sangue, ti tesero un agguato — a te, ignaro e disarmato — nel bel mezzo della strada. Erano una stirpe di briganti, orribili e sconosciuti al mondo italico, che non si sarebbero accontentati dell’oro — il bottino supremo solitamente ambito dai predoni — se non avessero potuto versare deliberatamente il tuo sangue e privarti del sospirato ritorno a casa e della tua sepoltura. [7] Oh, inaudita sete di sangue! Cos’altro cercate, o cani feroci? Cos’altro volete da un corpo già spogliato dei suoi averi?” Con questo tono veemente descriveva un agguato in cui due suoi carissimi amici erano caduti probabilmente nei pressi dell’Osteria Bruciata (viene riportata da alcuni autori la località esatta: Fonte Manzina) ed erano stati derubati dei loro averi.

Ma lo sdegno di Petrarca non poteva essere così acceso se non fosse accaduto che uno dei due venisse brutalmente ucciso e massacrato inutilmente. Luca Cristiani riuscì a fuggire, ma Mainardo Accursi cadde sotto le lame dei ladri. Luca, Mainardo ed il nostro Francesco si frequentavano da molti anni, da quando erano studenti universitari a Bologna ed, in seguito, alti funzionari presso la famiglia Colonna ad Avignone. Erano cresciuti intellettualmente insieme e si volevano così bene che avevano progettato di andare ad abitare sotto lo stesso tetto per affrontare in comunione le insidie della vecchiaia che oramai era alla porte. Insieme a loro si sarebbe aggiunto anche un altro amico, Socrate e tutti e quattro, in una sorta di comune ispirata ai principi di amicizia esposti negli insegnamenti di Sant’Agostino sarebbero andati a vivere a Parma, città prediletta da Petrarca che voleva finalmente tornare in Italia, dopo i molti anni trascorsi in Provenza.

Animati da questo grandioso progetto di vita, sentendosi quasi miracolati per essere scampati tutti e quattro indenni allo sterminio della Peste Nera del 1348 che aveva mietuto vittime in tutta Europa, si dovevano incontrare nella primavera del 1349 per mettere a punto la loro idea. Il sogno andò dolorosamente deluso e Petrarca si sentiva responsabile dell’accaduto perché i due si erano recati a Parma per incontrarlo scendendo da Avignone, ma Petrarca non si trovava in città in quel momento. Essi proseguirono per Firenze lasciando detto all’inserviente del poeta che sarebbero ritornati molto presto. Petrarca attese, ma non ebbe più loro notizie. Subito si incupì pensando alle ben note insidie che i valichi appenninici rappresentavano per i viandanti. Erano terre selvagge, aspre amministrate con ferocia ed arroganza da una famiglia di feudatari che difendeva il brigantaggio e che faceva affari con i malviventi.

Il poeta nella sua lettera ai fiorentini non cita mai il nome di questa famiglia, ma è chiaro che si trattasse degli Ubaldini, i signori delle Alpes Ubaldinorun fin dal 600 quando calarono dal nord Europa raggiungendo i territori presso Cornacchiaia, Camaggiore e Bordignano. Poi si espansero controllando un territorio veramente strategico fra Bologna e Firenze. Ovviamente il Comune di Firenze non poteva sopportare che i suoi commerci fossero minacciati dalla presenza di una potenza avversa e, a fasi alterne durante un arco di tempo assai lungo, oltre cento anni, aveva mosso attacchi più o meno efficaci contro gli Ubaldini.

Ai tempi del Petrarca la situazione si era aggravata perché la peste di pochi anni prima aveva bloccato i commerci, diminuito drasticamente i passaggi sui valichi appenninici spesso sottoposti a dazi, ridotto le scorte di cibo. In più, nel 1350, si sarebbe celebrato il Giubileo della Chiesa Cattolica e ciò avrebbe comportato una ripresa dei traffici di pellegrini e mercanti. Dunque Petrarca non poteva tollerare che nella sua amata Italia, vicino alla civilissima Firenze, operassero indisturbate bande di predoni, violente e non curanti delle autorità e dei trattati che regolavano il passaggio.

Certo erano anni duri per la civiltà europea, i numerosi signori locali che controllavano il territorio, non avevano scrupoli e ricorrevano immediatamente alle armi per difendere o imporre i loro interessi, ma il sommo poeta aveva convinzioni più moderne e sperava ardentemente che l’uomo si elevasse ad una nuova dignità, abbandonasse i vili contrasti materiali ed aspirasse ad un “diritto comune”, ad una fratellanza universale. Però, questo grande intellettuale prese amaramente atto del fatto che purtroppo la civile dialettica non poteva fare breccia nelle menti di questi signori prepotenti e arretrati.

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D’altra parte dobbiamo comprendere il suo stato d’animo: da poco tempo aveva perso la sua amata Laura, donna ideale, ma molto più carnale della Beatrice dantesca, falciata anche lei dalla peste; adesso, due suoi amici erano scomparsi. Aveva inviato un messo a Firenze per cercare di reperire informazioni sulla loro sorte. Quando questi fece ritorno e si presentò di fronte al poeta iniziò a piangere a dirotto dicendo fra un singhiozzo e l’altro che Mainardo era stato fatto a pezzi dai briganti sull’Appennino, Luca era riuscito a fuggire, ma terrorizzato aveva fatto perdere le sue tracce sconvolto dall’accaduto e quasi impazzito. Petrarca riuscì a capire che era sopravvissuto solo molto tempo dopo. Con bestie di tal genere ogni parola è sprecata, Firenze doveva fare sentire la sua autorità di città illuminata, di erede della tradizione dell’Antica Roma in cui la legge che ci è donata dagli dei deve avere il sopravvento sulla brutalità del disordine e del caos.

Petrarca espone ai fiorentini la testimonianza dei contadini del luogo, brava gente, che erano accorsi in gran numero in soccorso al malcapitato, ma dopo un inseguimento estenuante, queste banda di predoni aveva trovato rifugio in un castello dei nobilotti del luogo. Ed infatti ecco la conclusione della sua drammatica lettera: “Chi vuole abbattere un albero deve cominciare dalle radici; chi vuole prosciugare i ruscelli deve seccarne la sorgente; chi vuole debellare i briganti deve concentrarsi sull’eliminazione di coloro che li proteggono. Procedete con rapidità e successo lungo la via che avete intrapreso; Con il favore degli dei, infrangete le ignobili roccaforti del crimine e cancellate questa macchia dalla vostra vista, tramandando ai posteri quella fama di giustizia che avete ricevuto dai vostri avi. Che Dio Onnipotente vi preservi — vittoriosi e incolumi tra le grandi sciagure del mondo — in uno stato di somma felicità.” Non poteva esserci esortazione più precisa, più efficace, carica di quella ammaliante retorica coltivata dagli anni di studio dei testi ciceroniani.

I fiorentini non aspettavano altro. Un uomo la cui fama di grande saggio con enormi conoscenze sia in campo politico che letterario li incitava ad un’azione decisa e drastica: eliminare le radici del crimine per rendere il territorio circostante Firenze più sicuro e civile. Dopo parole come queste la visione dei Priori del Comune fu più chiara, avevano il loro casus belli. La guerra contro gli Ubaldini doveva essere ripresa con più energia e con più risorse, non c’era da perdere tempo. Ecco perché molti storici definiscono questa fase del contrasto fra Firenze e la casata feudale appenninica “la Guerra di Petrarca”, fu senz’altro lui il grande ispiratore. Quanto una idea ben esposta può muovere le genti! Quanto un genio del pensiero può influenzare una intera classe politica!

Firenze si mise subito in moto. Petrarca, un fiorentino come loro, insignito dell’alloro poetico in Campidoglio, un cittadino illustre che la Signoria desiderava ardentemente tornasse a vivere in città, li aveva sferzati, lodandoli sì, ma anche criticando la loro molle inerzia: “…chiedo con insistenza qualcosa che meglio si addice al vostro onore: memori dell’antica gloria e della giustizia per cui un tempo foste così rinomati, non permettete che esse vadano perdute sotto il vostro governo. Vi scongiuro caldamente di far sì che le strade pubbliche — lungo le quali i fedeli di ogni regione affluiranno alla vostra città e fin sotto le mura del Santo Padre (soprattutto ora che si avvicina il Giubileo) — vengano liberate dai briganti e rese sicure per i pellegrini; altrimenti, sopraffatti da un timore più che giustificato, potrebbero vedersi costretti ad abbandonare il loro pio proposito o a deviare dal cammino prestabilito.  Il mancato intervento energico in tal senso — sebbene io confidi che agirete prontamente — vi marchierebbe con un’onta di eterna infamia. Occorre soprattutto mettere in sicurezza il valico appenninico, dove è previsto il maggior afflusso di viaggiatori.”

Firenze entrò immediatamente in una economia di guerra: pochi giorni dopo aver ricevuto la lettera del poeta la Camera del comune, il principale organo della fiscalità urbana, definì una copertura finanziaria per iniziare la guerra contro gli Ubaldini. In una settimana furono inviati numerosi ambasciatori in Mugello ed in Romagna per verificare le condizione esposte dal Petrarca. Nel luglio del 1349 una risoluzione ufficiale dei priori condannò gli Ubaldini come fuorilegge, la città offrì a coloro che abiuravano la loro lealtà verso il clan la cancellazione dei debiti e dieci anni di esenzione dal pagamento delle tasse. Mainardo Accursi, la vittima dell’imboscata era per giunta un cittadino fiorentino per cui, da un punto di vista politico, il comune riuscì velocemente a mettere a punto tutte le rivendicazioni del caso.

Le truppe di Firenze penetrarono nel territorio degli Ubaldini riportando le prime vittorie continuando la battaglia fino a tutto il dicembre del 1349. Anche Boccaccio appoggiò con convinzioni le motivazioni del caro collega e lo andò a trovare a Padova per portargli l’invito del Comune di Firenze ad accettare l’incarico di docente presso l’università appena istituita. Intanto sul campo di battaglia lo sprone di Petrarca portava i suoi frutti: nel giugno del 1350 cadde la fortificazione di Montegemoli vicino a Cornacchiaia ed il signore ubaldino, Maghinardo, si arrese consegnando altri fortini tra Imola e Bologna. La guerra alternava fasi diplomatiche a fasi più sanguinarie. Però era netta convinzione dei fiorentini che con gli Ubaldini non si poteva trattare perché venivano considerati inaffidabili e ghibellini convinti (mentre Firenze era guelfa). Per cui in città il comune era alla continua ricerca di denaro per comprare armi e vettovaglie. Era assai attivo anche il reclutamento dei capitani delle truppe che dovevano avere, per così dire un pedigree toscano.

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Oltre alla provenienza da varie città del contado meridionale, tutto il Mugello filo fiorentino fece la sua parte (Firenzuola, San Godenzo, Barberino, Borgo San Lorenzo, Scarperia….).  La maggior parte del denaro per finanziare le truppe proveniva dalla benemerita confraternita di Orsanmichele, cioè una associazione di misericordia (si era particolarmente arricchita durante il periodo della peste incamerando cospicue donazioni e lasciti) che elargì al comune prestiti assai vantaggiosi. Il comune istituì una tassazione sul consumo del vino ed altri prodotti (“gabella del mercato delle bestie vive che si vendono in città”, “gabella di muline e gualchiere, ecc.) per pagare gli interessi. Insomma, dopo un lungo tempo in cui la presenza degli Ubaldini veniva tollerata chiudendo un occhio, adesso Firenze si era convinta a porre fine al predominio e al controllo sulle maggiori vie di comunicazioni nord-sud da parte della potente famiglia.

Petrarca morì ad Arquà sui Colli Euganei nel 1374 all’età di settant’anni. I Fiorentini decapitarono l’ultimo esponente della famiglia degli Ubaldini del ramo mugellano della Pila, Maghinardo Novello, nel 1373 a Firenze, con una cerimonia che ricorda molto quella che Giulio Cesare orchestrò per giustiziare a Roma il re gallico Vercingetorige. Forse il sommo poeta aveva ricevuto notizie di come la municipalità fiorentina fosse riuscita a sgominare definitivamente i responsabili morali della morte del suo carissimo amico Mainardo Accursi che, in gioventù aveva amorevolmente ribattezzato Sempliciano, per sottolinearne il carattere buono e puro.

Firenze portò nell’Alto Mugello il suo blasone, la sua cultura raffinata e progredita, forte della tradizione romana ma devota ai principi cristiani, in quella nuova forma del pensiero occidentale che conquisterà tutta Europa e che verrà denominata con il termine di Umanesimo.

Marco Zini
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 11 ottobre 2026


Bibliografia essenziale

Petrarca Francesco: Familiares, Vittorio Rossi, 4 vol. Firenze Sansoni 1933-34
Dotti Ugo: Vita di Petrarca, Roma Laterza 1987
Caferro William: Petrarch’s War, Cambridge University Press 2020
Casini Stefano: Dizionario Biografico, Geografico, Storico del Comune di        Firenzuola Firenze 1914

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