Panorama di Vicchio dal colle di Montesassi
Panorama di Vicchio dal colle di Montesassi

VICCHIO – Il Mugello costituisce un condensato straordinario di cultura, di arte e di storia, che sa offrirsi gratuitamente elevando doti e qualità dei centri maggiori e delle frazioni meno conosciute. Un patrimonio che appartiene al nostro costume, alla nostra identità civica, riconoscibile nei monumenti, nelle ville, nei castelli e soprattutto in un numero incredibile di luoghi di culto.

Che siano grandi o piccoli, pievi o suffraganee, oratori o cappelline, tutti sono pronti a regalare un fregio, un frammento d’arte, un riferimento prezioso e insostituibile della nostra storia, incastonati come gemme preziose in un paesaggio dal fascino incomparabile. Ma queste qualità indiscutibili non bastano a garantire la loro esistenza.

Molti di questi luoghi infatti, sono relegati al silenzio, osteggiati da un’indifferenza comune che sa perdersi in un processo irreversibile di degrado e di abbandono, fino a generarne la scomparsa, a cancellare quell’identità morale e materiale propria dei nostri avi, che sembrava inossidabile. Se vogliamo, un’identità generata da necessità oggettive del passato, dal desiderio di appartenenza a un luogo, a una terra, spesso sinonimo di comunità e di valori sociali poco comuni, forse inadeguati alla quotidianità dei nostri tempi. Ogni zona del Mugello custodisce un numero imprecisato di luoghi di culto in completo abbandono, molti ancora recuperabili, altri semi crollati o in pieno degrado, spesso difficilmente riconoscibili.

Una chiesa, una cappella, un tabernacolo, sono sempre stati preziosi riferimenti di un ambiente, di un popolo, di casate signorili e di gente umile, della storia e degli eventi da loro stessi prodotti, una condizione inoppugnabile per le generazioni di un tempo e che ora sembra destinata a scomparire, o più comodamente a dissolversi nell’apatica insensibilità dei nostri tempi.

Un disagio percepibile anche nella zona di Vicchio, soprattutto nella fascia collinare a destra della Sieve e in particolare in tutta l’area di Montesassi, dove una natura florida e rigogliosa, sembra ormai riappropriarsi di tutto ciò che l’uomo, per molti secoli, aveva modificato secondo le proprie esigenze materiali e spirituali. Una zona frequentata assiduamente nel periodo etrusco e poi diventata di importanza fondamentale per la
nascita e la crescita del capoluogo in epoca medievale, oggi poco popolata, perché ormai priva delle case poderali e degli spazi coltivati che la caratterizzavano al tempo della mezzadria.

L’accesso a quest’area, è possibile grazie a una campestre che poco a valle di Ponte a Vicchio, abbandona decisamente il fiume per salire repentina fino all’apice del Poggio di Montesassi. La strada arranca lungo un fitto bosco di cerri e querce, attraversa qualche spazio meno aspro e più aperto, che lascia intuire piccoli appezzamenti un tempo coltivati. Il percorso si conclude su un pianoro a 337 metri di quota, uno luogo relativamente aperto in grado di offrire un colpo d’occhio straordinario sulla borgata di Vicchio e sulla campagna circostante, che sa unirsi al lontano Appennino in uno scenario di forte suggestione paesaggistica.

Questo piccolo altipiano ospitava la chiesa di San Giusto a Montesassi, fino a qualche tempo fa ridotta a un rudere, ora finalmente recuperata e adibita a civile abitazione. Un’opera di recupero lodevole e importante che permette di conservare memoria di una delle chiese più antiche di Vicchio (sec. XIV), un luogo di culto che gli Adimari di Firenze, avevano costruito poggiandone le basi sui resti di un’antica rocca, appartenuta e concessa ai Guidi da Federico II. Inserita nel piviere di San Martino a Scopeto o Viminiccio, la chiesa costituiva il riferimento spirituale di boscaioli e scalpellini, le uniche attività alternative a un’agricoltura poco produttiva, condizionata da un terreno pietroso e poco profondo, spesso in declivio e dagli spazi coltivabili contenuti.

Nei tempi precedenti la costruzione della chiesa, tutta la zona era divenuta una componente di interesse strategico per la Repubblica Fiorentina, che proseguiva nella sua opera incalzante per il controllo della parte settentrionale del Contado, e sul finire del XIII secolo, Montesassi insieme a molti luoghi del Mugello, entrava a far parte della giurisdizione cittadina.

Per volere di Firenze, l’8 febbraio 1295, fu ordinata la costruzione del Ponte di Montesassi, l’odierno Ponte a Vicchio. I lavori furono commissionati ad abili capomastri scalpellini in forza alla Repubblica, come Gianni di Megliorotto da Vico, Nuto di Bruno da Fiesole, Meglio Meglionelli del popolo di San Lorenzo a Montefiesole e Fede di Gianni dalla Pievecchia.

Si narra, che nonostante le provate capacità dei tecnici, le prime fasi di vita del manufatto, si rivelarono infelici a causa del crollo dell’arcata centrale, avvenuto proprio in fase di costruzione. L’incidente provocò aspri dissidi tra Firenze e gli scalpellini, ma una volta conclusa, l’opera si dimostrò di importanza vitale per il futuro della zona.

Il nuovo ponte permise infatti, la discesa dei popolani di Montesassi, che oltrepassato il fiume, iniziarono a costruire le prime abitazioni di Vico, un piccolo nucleo abitato, più tardi ingrandito e fortificato dalla Repubblica con il nome di Vicchio. Nonostante la naturale disgregazione del popolo, la chiesa di San Giusto proseguì nel suo mandato pastorale.

Nel 1515 vi era rettore Filippo Adimari, membro della casata fondatrice che ancora ne manteneva il patronato, passato poi ai Morelli, altra facoltosa famiglia del luogo.

Piante di popoli e strade – Popolo di S.Giusto a Montesassi-1580-1595

In una pianta di fine Cinquecento, conservata in Archivio di Stato, la chiesa è rappresentata al centro di un territorio abbastanza vasto, collocata in posizione dominante il Ponte a Vicchio e lo scorrere della Sieve. La zona appare attraversata da una fitta rete di strade campestri che conducono a case poderali e dimore di un Popolo che contava un numero di individui prossimo alle 150 unità. Nel 1745 il popolo di Montesassi si era accresciuto fino a 233 abitanti, un incremento demografico contenuto, forse insufficiente a giustificare la presenza di una chiesa, o comunque inadeguato ai progetti e alle aspettative della Mensa vescovile fiorentina, che con un decreto del 22 settembre 1773, ordinava la soppressione di San Giusto, con beni e rendite assegnati più tardi, al beneficio della più grande e crescente pieve di San Giovanni Battista a Vicchio.

I tempi successivi relegarono la chiesa a spazio di preghiera temporaneo, frequentato saltuariamente dai locali e destinato a un progressivo quanto inevitabile declino. Un luogo di culto che oggi resta ignoto nel suo aspetto esteriore e nelle architetture degli interni, ma del quale resta ancora testimonianza tangibile in un quadro custodito nel Museo del Beato Angelico di Vicchio.

Madonna in trono col Bambino tra i santi Giusto e Lorenzo, sec. XVI – Museo Beato Angelico di Vicchio

L’opera, una tempera su tavola databile alle prime decadi del Cinquecento, riproduce la figura della Madonna in trono con il Bambino benedicente fra i santi Giusto e Lorenzo. Il primo è rappresentato in abiti vescovili e sostiene nella mano sinistra un grosso pane diviso in sei pagnotte, un attributo simbolo di carità cristiana dai molteplici significati, tra i quali il miracolo del pane compiuto dal santo e la sua opera evangelica condivisa con sei compagni vescovi. Nella parte destra del quadro è la figura di San Lorenzo, con la palma e la graticola, simboli del martirio. In basso, al centro dell’opera, resta l’imposta acroma che ospitava il ciborio. Per lungo tempo, genericamente attribuito alla scuola di Filippino Lippi, il dipinto denuncia invece, caratteri tipici della Scuola fiorentina e di artisti pittori attivi nella prima metà del XVI secolo.

In origine la tavola era raccolta da una cornice dorata a bordi modanati, collocata sopra l’Altar Maggiore nella chiesa di San Giusto. Agli inizi del Novecento, l’oggetto manteneva ancora la sua composizione originale ed era custodito negli ambienti della canonica della pieve di Vicchio. Tuttavia, la storia di Montesassi non appare circoscritta unicamente a questa icona e alla vita della sua chiesa. Tutta la collina presenta tracce di reperti e monumenti arcaici, già noti e censiti nelle prime indagini archeologiche compiute nelle ultime decadi dell’Ottocento.

Sul fianco sud ovest della collina, a poche decine di metri dal terrazzo naturale che ospita l’edificio di culto ristrutturato, resta visibile un grosso blocco di arenaria, che porta alla sommità un pozzetto quadrangolare, con lati interni di circa un metro e mezzo, profondo una cinquantina di centimetri e munito di foro di scarico. Il lato orientale dello stesso blocco, reca tre nicchie rettangolari di probabile uso votivo. Altri monumenti di questo tipo, si collocano lungo i fianchi della collina, spesso difficilmente individuabili, occlusi da una vegetazione fitta e impenetrabile.

Resta affascinante e plausibile l’ipotesi, che il luogo, in tempi remoti, abbia mantenuto caratteri di sacralità e che alla pratica del culto pagano, si sia sovrapposto quello cristiano dopo l’erezione della chiesa di San Giusto. E probabilmente non è un caso, che la festa “grossa” di Montesassi, fosse celebrata proprio il giorno successivo alla Pentecoste, ricorrenza concomitante con l’inizio della raccolta dei cereali anche in alcuni riti pagani.

Il piccolo altipiano resta dunque, un luogo di grande valore storico e di notevole importanza archeologica, punto cruciale di una zona ricca di elementi arcaici, che gradualmente e molto lentamente, ci restituiscono tracce della nostra storia più antica. Campomarzi, Romanesca, Maltempo nel piano alluvionale della Sieve, Pimaggiore, Poggio Colla, insieme a Montesassi, sono i riferimenti indicativi di un luogo particolare, uno scrigno di monumenti antichi ancora tutto da aprire, in grado di restituire nuove testimonianze della civiltà etrusca e forse anche dei periodi precedenti.


Un’ipotesi per altro, già emersa nelle prime indagini di scavo, e poi confermata durante gli interventi più recenti, organizzati e condotti dagli istituti proposti, che hanno prodotto risultati lusinghieri e inedite valutazioni sulla presenza etrusca nel nostro territorio. L’ultima campagna di scavo conclusa nel 2015 sul Poggio Colla, ha confermato infatti, l’esistenza presunta di un’ acropoli attiva tra il VII e il II secolo avanti Cristo, e la presenza di un tempio distinto almeno da due fasi edilizie, dove si svolgevano rituali dedicati alle massime divinità etrusche.

Quelle stesse indagini hanno permesso inoltre, lo straordinario ritrovamento di una stele con enigmatiche scritture di significato religioso, che offrono nuove considerazioni sulle pratiche di culto di quella civiltà e della sua capillare diffusione nella zona.

Tutti elementi che non lasciano dubbi sull’identità di un sito di enorme valore culturale, e stimolano la fantasia per gli esiti di future indagini archeologiche, che sapranno svelarci molto di questo angolo di Mugello così appartato, un tempo fulcro spirituale di un’intera comunità, ma soprattutto, riferimento strategico per i collegamenti tra la regione padana e l’area più settentrionale dell’Etruria.

Massimo Certini
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 26 Luglio 2026

 

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