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Home»Copertina»I racconti di Dina Checchi, Leonella Nencioli e Anna Cioni
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I racconti di Dina Checchi, Leonella Nencioli e Anna Cioni

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MUGELLO – Nella mostra “2 giugno 1946: Referendum Costituzionale, le donne di Luco e Grezzano al voto” sono state usate le voci di tre signore (Dina Checchi, Leonella Nencioli e Anna Cioni), tratte da un’intervista di Marcello Landi e Cristina Tagliaferri del 1995, dove emergono aspetti della vita a Luco e Grezzano negli anni della guerra e immediatamente successivi. Ecco i video con gli audio originali e le trascrizioni, rielaborate e trascritte da Felice Bifulco e Loriana Tagliaferri.

Intervista ad Anna Cioni, nata il 2 febbraio 1920 e morta 25 dicembre 208, casalinga.

La famiglia

Il nonno era in Grecia, Gigi in Africa, io ero sempre a scrivere le cartoline della Croce Rossa. Cino era a casa, la Beppina fu presa dai tedeschi e portata al Ciolli insieme alla Dina del priore a fare da mangiare ai tedeschi. Romano fu preso durante il rastrellamento in piazza, dovevano fucilarlo poi lo portarono a Borgo, andai a trovarlo. La bambina piccina era sempre al mulino dai miei. C’erano il babbo, la mamma, le altre sorelle Beppina e Colombina. Il mulino allora lavorava molto, c’erano tanti contadini, aveva due macine, una per il grano e una per il granturco. A Grezzano c’era un mulino, a Luco due, due a Figliano, uno alla Tintoria.

Villa Trentanove

Ho avuto delle noie con i tedeschi, uno veniva sempre con una macchina e voleva prendermi la bambina, non so perché. Allora io scappavo al rifugio che si era fatto di là dal fiume. Alla villa Trentanove c’erano prigionieri tedeschi, nelle cantine, c’erano anche dei bravi ragazzi che a volte scappavano e venivano a casa nostra, una volta ci aiutarono a battere il grano. Le stanze della cantina erano chiuse da cancelli di ferro. Questi ragazzi poi furono presi. Ricordo bene quando tornarono gli uomini dalla guerra, Nello, Vittorio, Gigi che era partito nel 1938.

Quando cascò la bomba nel Vallone?

Mi ricordo quando cascò la bomba nel Vallone e poi il bombardamento di Borgo del 1943. Le bombe venivano sganciate qui e cadevano a Borgo. Dopo le bombe arrivavano i feriti, lasciai la bambina dalla mamma e andai ad aiutare lassù all’0spedale. C’era il dottore Ceri Giuseppe dal 1942. C’era tanta, tanta gente, soprattutto di via Garibaldi ad aiutare, a portare acqua calda. Il dottore Barchielli Alberto mi diceva: «Vieni, vieni qua», il Ceri invece usava i guanti, il camice. C’erano tanti, tanti feriti, mi ricordo di uno con un braccio ciondoloni, il macellaio di Borgo. Si era fatto un rifugio di là dal fiume, dove ci sono delle piccole colline. Al mulino poi gli inglesi misero i cannoni, nel campo davanti a casa, ci rimasero tutto l’inverno del 1944. Arrivarono anche quelli col turbante, gli indiani, con dei capelli lunghi, se li pettinavano. Certi ragazzi belli! Gli inglesi no, tutti ubriaconi. Agli inglesi bastava dargli da bere, anche l’aceto, bevevano anche quello. Si sapeva quello che succedeva da Leone che aveva una radio bella. Mi ricordo quando si andava a scuola, allora c’era il fascismo, ero una piccola italiana anch’io, ci portavano in piazza a sentire la radio.

com’era la vita di tutti i giorni delle donne in tempo di guerra?

Non me la rammentare. Si aveva la terra lassù in collina, andavo con tuo nonno Amedeo, mi insegnava a fare il rame, io andavo con la stagna a ramare le viti, lavoravo come un uomo. Quando c’erano i bombardamenti e avevo la bambina piccina, la prendevo a sacchetto e andavo nel rifugio, poi la lasciavo dalla mamma e andavo a lavorare. Qualche volta venivo chiamata all’ospedale per fare qualche nottata. Il mulino lo mandava avanti il babbo. La terra la lavoravo io. Durante la guerra mi ricordo che anche da San Giorgio venivano a mettere la canapa nell’acqua corrente della gora a macerare. Nella gora c’è una ripresa, dove si andava a lavare, lì l’acqua l’avrebbe portata via, invece mettevano dei picchetti per fermarla, con dei pali attraverso, tutta pigiata in modo che stesse ferma. A me mi garbano tanto questi ricordi vecchi… Ho conservato tutte quelle cosucce vecchie.

Intervista a Dina Checchi, nata il 6 maggio 1913 e morta 9 ottobre 2002, casalinga.

La famiglia

Mi sposai nel 1934, la Grazia è nata nel 1935, Marcello nel 1939, Paolo a dicembre del 1940 e Francesco ad aprile del 1944. Ugo mio marito, faceva il barbiere il sabato e la domenica e il calzolaio negli altri giorni. Quando mi sposai in famiglia oltre ai suoceri c’erano tre cognati. Si abitava nel quartiere vicino alla chiesa, poi nel 1939 si andò in via Garibaldi.

Sfollati a San Giorgio

Quando la guerra cominciò io credevo di morire, tutti i giorni. Qui quando c’erano i tedeschi passavano sempre degli areoplani che si abbassavano e mitragliavano. Facevo sempre la spola tra San Giorgio, dove ero sfollata, e la casa per prendere qualche cosa. Ugo pensava di essere più sicuri a mandarci a San Giorgio, invece era meglio se stavo con i suoceri, almeno mi facevano compagnia. Ci siamo stati un mese, si dormiva in un granaio, c’erano i pipistrelli appesi. Sola con questi bambini. Cercavo di attaccare alla poppa Francesco, pensavo: «Se muoio io, muoiono anche loro». A Luco non andavo tutti i giorni. Se c’era da prendere la carne, e sapevo che ammazzavano una bestia al Bertaccini o al Cillone, mandavo la Grazia che aveva 9 anni, con una persona grande di San Giorgio. I tedeschi ammazzavano le bestie. Ricordo che alla casa del Guidotti c’erano attaccate zampe, teste, ammazzavano per mangiare, i pezzi migliori li prendevano loro, ma avanzava sempre qualcosa. Francesco è stato il più sano di tutti, è sempre stato bene anche se mi dicevano: «Tu gli dai il latte impaurito!».

Scampato pericolo

Si aveva anche l’orto di guerra, nel Vallone. Un giorno il nonno disse: «Vo a segare il grano e porto con me i bambini». Portò con sé questi tre ragazzi ma poi si accorse che il grano era ancora verde, non era maturo. Allora lasciò lì la falce e disse: “Andiamo a fare un po’ di rifugio”. Nel tempo che era lì passarono degli areoplani che attraversavano gli Appennini e che buttarono una bomba proprio lì sul grano. Sicché anche quello fu un miracolo, non si ritrovò più nulla, era sparita la falce e tutto il resto, rimase solo una buca fonda proprio dove era il grano. Io ero a dare il latte al bambino e quando vidi questo polverone dalla finestra andai a chiamare Ugo e gli dissi: «I nostri bambini sono morti». Credevo fossero lì invece il nonno li aveva portati con sé. Doveva essere di giugno del 1944. Da piccini vi portavo a fare merenda al Checchi, la nonna vi faceva bere il latte di mucca, era tutto peli, ma insomma, mi diceva: «È calduccino, faglielo bere ai bambini». Era appena munto e anche senza bollire.

I rifugi e Cencio

I rifugi erano nelle Cale, in Bagnone e due erano qui: quello dei signori e quello dei poveri dove si dormiva sulla paglia, in più di trenta. C’era anche Silvia, una donnona che occupava lo spazio da parte a parte. Quando i bambini dovevano andare a pisciare diceva: «Questi bambini mi passano sui piedi». C’era tutta la famiglia Valeri con sei figli. Nel rifugio dei signori c’era Cencio, il fabbro e la Cencina, la moglie. La mattina si andava a guardare la moglie del fabbro che si scioglieva il crocchio e si pettinava la coda. Io non avevo mai visto una coda così lunga. Nel rifugio dei signori c’erano tutti i Barchielli e quelli di Leone. Ma di preciso non si sapeva chi ci fosse lì dentro perché noi si stava nei nostri buchi. La Cencina anche quando era a casa, a pulire le scarpe andava nella strada, era precisa. Come avrà fatto con Cencio che era sempre tutto nero! Dice che lo faceva cambiare prima di salire in casa. Era bravo, lavorava sempre, era sempre nero. Lei invece era fissata, c’è stata una mia cugina a servizio, lo so bene. Cencio era un artista sapeva anche suonare l’organo in chiesa. Allora era in fondo, sotto al palco dove si sedevano i signori, ora non c’è più quel palco. Quando lo disfecero, negli anni ’30, la mia padrona aveva la panca vicino alla Madonna dove andava tutta la sua famiglia.

Arrivano gli americani

Quando ero nel rifugio arrivò la Rosina che stava a Chisciano e aveva sposato il Magna, disse che alla Sieve di Borgo c’erano gli americani. Io ci credetti subito, invece il signor Luigi Barchielli che era lì, disse di non dargli retta, che erano tedeschi travestiti. Piano, piano arrivarono davvero. Quando c’erano i tedeschi, degli alleati dicevano: “Fiumana a Firenze”. Volevano dire che erano a Firenze. I primi americani vennero proprio al rifugio, io ero fuori avevo in collo il piccino e gli altri lì intorno. Tirarono fuori dal tascapane scatolette e sapone. Gli altri che erano al rifugio mi guardarono male. Io pensai che se fossero stati tedeschi non mi avrebbero dato quella roba, magari me l’avrebbero presa.

Prega mamma, prega

Un giorno in casa mi dissero di andare da uno zio in Panicaglia. Presi con me i ragazzi e una pentola con l’acqua e il coniglio, un po’ la portavo io un po’ la nonna. Con noi venne anche l’Italia con tutti i suoi bambini che andavano da un parente, per strada la figlia più grande mi diceva: «Ma lo sai che la mamma ne aspetta un altro, come si farà?». Quando si fu in Panicaglia si cominciò a sentire il rumore di una formazione di aerei. Quelli di casa allora mi dissero di prendere i bambini, scappare e di nasconderci in un fossetto. I bambini non vollero uscire, cominciarono a cascare le bombe, le mucche iniziarono a muggire, io mi misi lì in cucina con i bambini quando Marcello mi disse: “Prega mamma, prega”. Sulla parete c’era infatti il quadro della Madonna e noi si aveva tanta fede.

Il silenzio della guerra

Non si sapeva nulla di quello che succedeva, se moriva qualcuno a Chisciano non si sapeva. Non si sentiva una mamma chiamare un bambino, eppure in via Garibaldi di bambini c’è n’erano tanti. Si aveva tanta paura.

Le signorine

Una volta si era andati a dormire da una zia, ci si buttò sul letto, io però non dormivo mai. Durante la notte venne un soldato nero, ero sveglia, mi voleva dare un cucchiaio che secondo lui era d’argento. In guerra succede di tutto, non mi toccò, stette nella stanza un pezzetto, non lo capivo, poi se ne andò. So che andò anche dalle sorelle Martini. Aveva chiesto a Daddo dove poteva trovare una donna, una signorina. Lui gli disse di una casa con tre signorine. La sera capitava che le Martini sentissero bussare alla porta di casa, fecero fatica a liberarsi dei soldati, alla finestra avevano una inferriata e la porta resistente.


Intervista a Leonella Nencioli, nata 24 marzo 1915 e morta il 1° luglio 2000, commerciante.

La radio

Mio padre Leone era stato il primo a Luco a comprare la radio, gli piaceva ascoltare la musica, la teneva sopra un mobile in salotto. Non so se qualcun altro a Luco l’avrà avuta. Quel giorno era di pomeriggio aprì le finestre perché c’era un monte di gente giù in piazza per sentire la dichiarazione di guerra. Quando l’annuncio fu quasi finito, qualcuno secondo me non aveva capito quello che succedeva, passò la Dina del priore, aveva gli occhi pieni di pianto. Mi ricordo che in casa c’era qualcuno che disse rivolto alla Dina: «Oh che esagerata!».

© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello

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