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La chiesetta di Santa Maria a Fabbrica

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VICCHIO – La strada provinciale Sp 41 prende forma poco fuori la periferia orientale di Borgo San Lorenzo e prosegue ininterrottamente sul fianco destro della Sieve, fino a Dicomano. Il tracciato si inoltra in uno scenario agreste tipico della campagna mugellana, attraversando zone ben coltivate, ricche di scorci e colori ormai simbolo identificativo di questa terra straordinaria. Un percorso semplice e lineare, solo in apparenza privo di attrazioni turistiche o culturali, ma che in realtà rappresenta l’unica opportunità di accesso alle splendide località collinari che punteggiano il fianco settentrionale del Monte Giovi.

Poco prima di giungere a Ponte a Vicchio, per chi scende da Sagginale, un cartello, sulla destra, indica la deviazione per Barbiana; è l’ingresso irrinunciabile a un territorio poco conosciuto e frequentato, per questo ancora integro e in grado di sedurre il visitatore con un paesaggio che ricorda un Mugello di altri tempi.

La comunale segue inizialmente la parte inferiore di una piccola valle disegnata dal Borro di Rimaggio, la cui forza naturale in passato, era in grado di muovere i ritrecine del Mulino di Baldracca. Proprio all’altezza di questa struttura, ora in abbandono, ma indispensabile un tempo all’economia rurale del luogo, la strada si divide in direzioni diverse che salgono le pendici del Monte Giovi; ora in direzione della la pieve di San Martino a Scopeto, ora per raggiungere la chiesa di Barbiana, luoghi iconici che hanno segnato la storia in questa parte del Mugello, dal Medioevo fino alle epiche lotte partigiane combattute durante il secondo conflitto mondiale.

A breve distanza dal bivio e dal mulino, un’altra deviazione sulla destra, guadagna in breve il poggetto di Fabbrica e l’omonimo complesso di antiche costruzioni perfettamente ristrutturate che inglobano anche la chiesetta intitolata a Santa Maria.

Le origini di questo grazioso luogo di culto, restano al momento ignote, come rare e sporadiche appaiono le note documentabili che tracciano il suo percorso pastorale, dall’inizio fino ai nostri giorni.

È ipotizzabile che in antico, la chiesa costituisse il riferimento spirituale di una piccola Corte o comunità appartenuta ai signori da Fabbrica, che insieme a queste terre, possedevano altri beni a Cercina, Monteloro, Monterinaldi, e in altri luoghi della Val di Sieve.

Un documento datato al 24 aprile 1042, conservato fra le pergamene dell’Archivio di Stato fiorentino, fa riferimento alla transazioni dei beni tra i componenti di quella famiglia, senza rilasciare tuttavia, alcuna indicazione sulla chiesa. Lo stesso accade in un altro documento simile, rogato circa due secoli più tardi, quando nel 1252 gli Aliotti del Padule in Mugello, acquistavano terreni nella Corte di Fabbrica, divenendo fedeli sudditi e livellari del vescovo di Firenze.

A questo periodo comunque, sono ascrivibili le prime indicazioni certe e documentabili sulla presenza della chiesa, che nel 1260 appare elencata nel Libro di Montaperti, fra i popoli chiamati a fornire aiuto a Firenze nell’epica battaglia contro Siena.

Rettore di Santa Maria era allora un Ser Amadure Ugolini, che insieme al suo popolo, prometteva tre staia di grano come contributo e sostegno all’esercito fiorentino. Un elemento questo, che se confrontato con le “promesse” di altri popoli del circondario mugellano, lascia intuire per la Corte di Fabbrica, una densità demografica contenuta, sostenuta da un’economia sterile o appena sufficiente a un autoconsumo.

La chiesa di Santa Maria a Fabbrica compare nuovamente citata negli elenchi decimari del 1276 -77 e poi nella Decima pontificia del 1302, dove figura come suffraganea della pieve di San Cresci in Valcava.

Poi, dal 1484, la rettoria sarà unita alla chiesa del Cistio, e il popolo inglobato in quello di San Donato.

La carenza demografica, propria di un luogo povero e appartato, deve aver determinato nel tempo, un graduale impoverimento del ruolo sociale e spirituale della chiesa, tanto da renderla quasi anonima e poco documentata nei secoli successivi. Il professor Francesco Niccolai, nella sua mirabile guida del Mugello, ci ricorda che agli inizi del Novecento, l’edificio era ormai “ridotto a capanna”, quindi probabilmente poco adatto a qualsiasi iniziativa o attività pastorale, una condizione confermata da testimonianze orali anche per la seconda metà dello stesso secolo.

Nonostante queste poche note, che non esaudiscono pienamente il nostro desiderio di conoscenza sulla storia in quest’angolo del Mugello, la chiesa di Santa Maria è ancora là, pronta a mostrarci i suoi caratteri di antichità, orientata secondo l’asse est ovest e realizzata con grosse bozze di pietra locale, ben tagliate e unite da poca malta. In alcune parti il paramento appare sostituito con materiali diversi, aggiunti in occasione di ripetuti e indispensabili interventi di restauro.

Collocato in posizione leggermente rialzata, il piccolo edificio mostra una facciata a capanna con copertura non originale. L’abside si appoggia alla parete orientale, segnato nella zona mediana da una piccola monofora, e con tetto di tegole e coppi, recentemente rimaneggiato come quello dell’aula. L’edificio non presenta attualmente finestre o aperture, se non quella della lunetta posta sopra il portale d’ingresso, costituito a sua volta da stipiti monolitici e da un robusto architrave.

In origine invece, la chiesa doveva prendere luce da aperture diverse, ancora intuibili da alcune tracce presenti sui fianchi della struttura.

La parete sud, mostra i segni di pesanti interventi conservativi che hanno alterato forme e aspetto del paramento, ma nella zona prossima all’abside, resta visibile una porta con stipiti composti da pietre di grosso taglio sovrapposte, con architrave monolitico privo di archivolto, forse non ricollocato durante il restauro della parete.

Meno alterato, se non integro, appare il fianco nord, che presenta tracce di alcune aperture tamponate. La più elegante e significativa, è contrapposta a quella del lato sud, e collocata alla stessa distanza dalla parete absidale. Anche questa ha stipiti realizzati con grosse pietre sovrapposte che sostengono una trave robusta, a sua volta sormontata da un archivolto realizzato con blocchi perfettamente tagliati che danno origine alla lunetta. Sulla sinistra di questa porta, si apre una stretta feritoia con archivolto ricavato in un’unica pietra. Ancora sulla stessa parete nord, ma nella parte alta e prossima alla facciata, è una finestra con stipiti monolitici e grosso architrave che reca l’imposta di un finto archivolto.

Un luogo di preghiera semplice, ormai da troppo tempo muto e silenzioso, testimone della fede e dell’animo di generazioni antiche, ora da amare e conservare solo come simbolo sacro, raro e insostituibile, retaggio prezioso di un tempo e dell’architettura romanica in Mugello.

Massimo Certini
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – luglio 2026

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