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Home»Copertina»Le interviste dell’Ingorgo: a tu per tu con Alessandro Raveggi
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Le interviste dell’Ingorgo: a tu per tu con Alessandro Raveggi

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BORGO SAN LORENZO – Venerdì 30 ottobre è stato protagonista di una delle più seguite e partecipate presentazioni della terza edizione di Ingorgo Letterario: Alessandro Raveggi, scrittore fiorentino, ha presentato “Grande Karma” edito per Bompiani rivelando tanti altri interessanti aspetti di sé che Andrea Tagliaferri ha approfondito per la redazione di Ingorgo Letterario in questa bella intervista.

“Per strada, non so che ora fosse ma era tardi, mi ha colpito in faccia un’arietta fresca e mentre camminavo ho pian piano ritrovato se non l’ispirazione (esiste l’ispirazione?) almeno il giusto stato d’animo e la voglia di scrivere.” In queste parole di Roberto Bolaño c’è una delle mie fisse: l’ispirazione. Cos’è per te l’ispirazione (se esiste, appunto)?

Beh l’ispirazione come tradizione nasce nella poesia, come invasamento divino. La voce del poeta viene fatta parlare o dal genio o dall’inn, o qualche entità superiore (maligna o benevola che sia, o entrambe le cose) e verga i suo versi – così almeno fino ad un certo periodo, forse anche fino a Baudelaire, quando è emersa la figura del poeta flaneur della metropoli, e lì le cose cambiano, perché l’ispirazione è parecchio contaminata da una pluralità di voci e sguardi e strade. Per il romanziere, abituato alla prosa del mondo cioè ad andare in giro in qua e là tra facce e pezzi di mondo, ad essere (almeno io credo) naturalmente un flaneur e una canaglia, non può a mio avviso esserci un’unica ispirazione, ma una rete di connessioni o coincidenze significative che ti spingono a scrivere una storia, dei volti, un paradosso, un panorama animato da una comunità. La sua è un’ispirazione orizzontale così come quella del poeta è stata per tanto tempo un’ispirazione verticale. Non che il romanziere non viva di ‘verticalità’ poetica, così come nel poeta convivono momenti di orizzontalità.

Hai un metodo di scrittura? Se sì, è cambiato negli anni?

Di solito apro dei taccuini che poi non completo mai, taccuini diciamo tematici, con idee o abbozzi di libri, siano essi romanzi o saggio o anche raccolte poetiche. Ne apro diversi, quello che chiudo di solito è quello che ha vinto in quanto a idea di testo da scrivere. Poi di solito le mie scritture sono accompagnate da abbondanti studi, anche in romanzi apparentemente meno ‘documentati’ c’è il bisogno di esplorare tematiche, filosofie, mappe, foto, facce immortalate da fotografi importanti. Ricerco da Google Books a Jstor, dalla Biblioteca Nazionale e centri di documentazione, oppure persino Pinterest e Wikipedia (sì, può essere una fonte di informazione da verificare ma spesso rivela certe chicche assolute). I miei taccuini intanto si sono riempiti di citazioni, di epigrafi potenziali. Successivamente, certo di pensare a delle giornate fisse e delle giornate mobili di scrittura e comincio a scrivere. Ovvero sedute dove mi prendo tre ore in biblioteca – scrivo divinamente alla Biblioteca Nazionale Centrale, mi conforta il fatto di essere in una selva tropicale di libri di tutto il mondo che posso potenzialmente consultare come annuserei un fiore. Il primo materiale scritto mi aiuta a capire il progetto del romanzo o l’idea di una raccolta e da lì stendo una struttura sinottica per il lavoro futuro, sia in prosa che in poesia.

Io scrivo a casa, alla mia scrivania, non riesco a farlo altrove. Tu dove scrivi?

Già risposto su. Scrivo a casa nel mio studio, ma scrivo anche in Biblioteca Nazionale. A volte scrivo tra una ora di ricevimento e l’altra all’università. Ora che è tutto su Zoom, fra una sessione Zoom e l’altra. Tendo a non rendermi conto di quanto o quando scrivo. Ma bisogna sicuramente chiudere la porta degli altri nostri lavori, e aprire la porta della scrittura giornalmente. Non mi pongo limiti, può essere una riga come 10.000 battute. Ho imparato ad affrontare senza ansia da prestazione il tempo della scrittura. Più utili forse deadline temporali di mesi o settimane entro le quali abbozzare idee o finalizzarle.

Hai dei rituali di preparazione alla sessione di scrittura?
Un tempo ascoltavo musica, oggi ho bisogno di silenzio e concentrazione, vuoi perché ho la casa abitata da due allegri bambini. Di solito tutto inizia dalla lettura. D’altronde si scrive 10% e si legge 90% della propria vita. Scrittura e lettura sono complementari, quasi la stessa cosa.

Ti imponi un numero di battute o raccogli quello che viene?
Raccolgo quello che viene e poi lo rivedo e mi deludo o meno.

Qual è l’autore che più ti ha influenzato?
Non so, te ne potrei dire tanti. Ti posso dire l’autore che più mi influenzerà forse per il futuro della mia scrittura corrente: Agustin Fernández Mallo. Un autore che trovo straniante, che mi ha fatto lo stesso effetto balsamico di quando ho letto altri due grandi ibero-americani: Bolaño e Fresán. Ci sono autori che mi hanno influenzato nello stile, Wallace (ma il Wallace letto in originale!), il già menzionato Bolaño, Volponi, forse un po’ anche Coccioli, però ci sono autori che mi interessano per come trattano le tematiche che di volta in volta tocco.

Che libro stai leggendo?
Il bellissimo ‘Underland’ di Robert MacFarlaine (Einaudi, anche se lo sto leggendo in inglese).

Andrea Tagliaferri
©️ Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 2 novembre 2020

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