PALAZZUOLO SUL SENIO – Da questo testo sono state poi estratte le note che formano la mostra dedicata ad Antonio Poli, in corso a Palazzuolo fino all’11 luglio prossimo. Lo ha scritto il figlio Stefano, e tanti Palazzuolesi ritroveranno episodi, personaggi, situazioni che hanno fatto la storia del loro paese. Un contributo importante, come quello della sorella Daniela (articolo qui)

Daniela, mia sorella, mi chiama mentre torno dall’ufficio e mi dice: “Ho parlato col Guidotti: manca roba”. “Intendo gli anni da amministratore in Comune, la banda, la Pro Loco, insomma quella parte di vita fatta di impegno pubblico. Tu l’hai vissuta con lui più da vicino …. perché non scrivi qualcosa.”. Ha chiuso la frase con un punto, certo, non punto esclamativo ma nemmeno un punto interrogativo.

Preso alla sprovvista mi esce solo un “Guarda che quando scrivo sono piuttosto prolisso”. Mi sembra una scusa e forse lo è ma non sopporto l’idea di apparire pigro o codardo e così viro  subito su un “Va be’ … ci posso provare”. Il vivavoce chiude la chiamata con un ‘Blup’ e solo l’acufene, familiare, torna ad accompagnare il lento sedimentare delle faccende quotidiane. Ben presto i sorrisi e i grugniti della giornata si depositano e, come c’era da aspettarsi, resta a galla  l’impegno più  grave, quell’invito, … Prova! scrivi tu. Questa volta il punto esclamativo c’è, forse l’ho messo io o forse c’era anche prima e non me ne ero accorto.

Amo rovistare nel passato degli altri ma non frugo quasi mai nel mio e ora non ricordo dove ho riposto le voci, le immagini, le suggestioni di quegli anni così lontani. Cerco di fissare il periodo, del resto fare i conti è il mio mestiere e dopo un paio di calcoli lo delimito più o meno fra la seconda metà degli anni ’70 e la prima degli anni ’90. Guardo sul fondo e aspetto. Non passa molto che compare una bolla, laggiù in basso e poi accanto un’altra e poco dopo altre ancora. Le vedo ingrandirsi e salire fino alla superficie dove esplodono liberando immagini che si animano e si sovrappongono l’una sull’altra e tutte insieme vanno a coprire il fondo sabbioso delle molte questioni che ho lasciato in sospeso anche oggi.

E difficile ordinare quelle storie animate in una cronologia coerente, i ricordi sono troppo lontani e poi sto guidando e la strada si prende la sua parte. Sopraffatto dai tanti e troppi fili di vita che si intrecciano e si sovrappongo a formare un unico indistinto tessuto, decido di cercare di fissarli così come sono venuti a galla senza chiedermi quale di essi venga prima né quale meglio racconti la vita di Tonino, mio babbo.

  1. Nella segheria di Oberon
    Con Rodolfo Donatini e Tonino Cavini ad un Canta Maggio

    W il Carnevale

La prima bolla quando esplode mi porta a pomeriggio di Febbraio della fine anni ‘70, anno più anno meno. Martedì grasso immagino, il cielo è bigio come si addice al periodo e il paese e deserto, come sempre nei giorni feriali in inverno. Un piccolo corteo carnevalesco a cui partecipano una ventina di bambini, praticamente tutti quelli del paese, è aperto da un mesto cartello portato su un’asta che recita appunto “W il Carnevale”. L’alfiere era Mario, elettricista comunale, uomo buono che non ha mai detto di no a nessuno e mai avrebbe posto rifiuto a Tonino. Seguiva un improvvisato ensemble musicale costituito da Ivo alla grancassa, Camina al susafono e i due Tonini, che erano diversi in molto e discordi in tutto, tranne che nel volersi bene. Tonino Priore suonava il tamburo e Tonino l’Americano suonava i piatti. Si trattava dei primi strumenti raccolti dalla ricostituenda banda musicale e credo proprio di non sbagliare se dico che era la prima volta che suonavano in pubblico. Il corteo si chiuse alla Casa del Villeggiante ex Circolo dei Cacciatori e a sua volta ex Casa del Fascio, ombelico delle attività ricreative paesane. Finì senza altri balli e senza neanche il conforto di un piccolo rinfresco, semplicemente tutti a casa.  Nel ricordo l’episodio ha un sapore decadente e quasi patetico, fu sicuramente imbarazzante per tutti loro e per noi giovani, più spettatori che partecipi. Eppure, nel sentimento di disagio da cui non fui risparmiato, sentivo netto e incredibile un fondo di ammirazione non certo per la prestazione musicale, che sì e no avevano preso un paio di lezioni di musica, ma per il coraggio di esporsi da adulti al ridicolo, nell’impresa, in quel momento abbastanza improbabile, di ricostituire la banda musicale.

La Banda di Palazzuolo

Ebbero coraggio e ragione e così tanti palazzuolesi crebbero e molto nella musica negli anni a venire e così è ancora oggi. Fra tutti ricordo con dolcezza Yuri, un angelo e un bravissimo trombonista.

2. Cigni neri

I favolosi anni ’80, quanti soldi giravano!

Oggi sono facili le polemiche sui soldi sperperati ma almeno allora esistevano una sanità di primordine e un’istruzione libera a gratuita. Comunque, era il periodo d’oro dei gemellaggi fra località e Palazzuolo non mancò l’occasione. Fautore fu il sindaco di un paesino della Francia di cui non ricordo il nome così come non lo ricordo del simpatico primo cittadino. Ricordo però che il paese stava nel Limoges e aveva meno abitanti di Palazzuolo, cosa che mi stupì alquanto; ricordo anche che il sindaco parlava un ottimo italiano, ammirava il nostro paese ed era un entusiasta dell’Europa Unita, entusiasmo ormai decisamente fuori moda. Ma all’epoca era diverso, la radio cantava “… tu ragazzo dell’Europa, tu non pianti mai bandiera …”. Col senno di poi se allora ci fossimo data una bandiera forse il mondo ci avrebbe guadagnato.

Comunque, il gemellaggio fu suggellato da visite e doni incrociati. I francesi donarono una coppia di cigni neri e il buon sindaco euroentusiasta ci spiegò che i cigni vivono a lungo e sono monogami e questo doveva essere di buon auspicio per la lunga e fedele amicizia fra i nostri paesi. I cigni vissero per alcuni anni nel nostro fiume, non così a lungo come previsto, forse delusi dal dilagante euroscetticismo degli anni successivi. La visita fu ricambiata doppiamente, prima con una spedizione al vertice istituzionale e poi con una tournée bandistica credo accompagnata dalle irresistibili fruste di Sgubbi.

Il gemellaggio, con Bruno Cavini e Roberto Ridolfi

Ricordo la partenza della visita ufficiale, programmata con l’ammiraglia di Roberto che però ospitava nel bagagliaio il bombolone del metano non lasciando quindi spazio ai bagagli. Si ripiegò così sulla Fiat Uno del comune che, carica di quattro amministratori e dei relativi bagagli, assomigliava più una squadra di lavoratori stagionali che a una rappresentanza diplomatica. La visita fu un successo e raggiunse l’apice in una esecuzione della celebre “Firenze stanotte sei bella ..” cantata a cappella dai fantastici quattro amministratori, in ordine alfabetico, Bruno, Egidio, Roberto e Tonino.

È un vero peccato che all’epoca non fossero disponibili videocamere a buon mercato.

3. Piove sul bagnato

Le immagini non sono nitide, il bianco e nero ha preso il posto dei colori sbiaditi che invece, come vecchie istantanee Polaroid, avevano tinto le storie uscite dalle prime bolle. Siamo nei primi anni ‘80. I manifesti appesi nel paese sapevano nella grafica e nei colori di un dopoguerra ormai finito da tempo ma rimasto appeso qua e là sui muri scalcinati del nostro borgo. Sotto al titolo, “Piove sempre sul bagnato!”, ribolliva una vivace invettiva contro la decisione di chiudere il locale sportello del venerando istituto bancario Credito Romagnolo. Già, perché la nostra imperscrutabile burocrazia aveva stabilito che di sportelli bancari ce n’erano abbastanza e, per aprirne uno nella più redditizia Firenze, si doveva chiuderne uno da qualche parte. E quale miglior candidato del sonnecchiante sportello palazzuolese?  Bisognava assolutamente evitare di abbandonare la comunità sotto il giogo monopolistico della concorrente Cassa di Risparmio di Firenze! Una battaglia di straordinaria modernità si sarebbe detto allora e per qualche anno ancora. Oggi che il genio dei rispettatissimi monopolisti affascina anche la sinistra rosa confetto, le ragioni liberal progressiste sono archiviate come di roba da vecchi dinosauri. La battaglia fu persa e lo sportello migrò com’era nella natura delle cose. Credo che fossero i primi anni nel Consiglio Comunale anche se la militanza nel Partito Repubblicano risaliva alla fuga del re, che ho volutamente scritto nel carattere minuscolo che tanto gli si addiceva.

Poli a una manifestazione del Partito Repubblicano a Borgo San Lorenzo, con Giovanni Spadolini

La fede repubblicana in babbo non era figlia dell’ovvia considerazione che, se gli uomini sono tutti uguali, allora i re semplicemente non esistono. La ragione era un’altra. La repubblica era superiore perché un intero popolo non può stare appeso a un uomo solo, così come una casa non può poggiare su un solo sasso. Mi raccontò di come aveva vissuto il dramma dell’armistizio: una intera divisione del regio, armata e in pieno organico, accampata subito a valle del paese, era letteralmente svanita in un paio di ore. Il re, la corte, i marescialli d’Italia, irreperibili; nessuno dava ordini, era impossibile obbedire. Un giovane ufficiale rifugiato in casa di Celestino piangeva di impotenza mentre si toglieva la divisa per vestire panni civili non suoi. Il suo credo mazziniano sgorgò inarrestabile e cocciuto da quelle lacrime.

Con Roberto Ridolfi, 1983 a Roma, al Ministero Infrastrutture

4. Dusty

I video si trovano ancora facilmente sul web, la rete che ci imprigiona tutti facendoci credere di essere più liberi. Erano brevi episodi a cartone animato che la nostra RAI aveva preso a prestito dalla BBC e narravano di un canguro netturbino che puliva il mondo e insegnava a tenerlo pulito. Il protagonista si chiamava appunto Dusty. Credo che babbo fosse allora Presidente della Pro Loco e nella giunta comunale con una delega, forse solo sottintesa, all’ambiente. Pragmatico come sempre, fece stampare dei cartelli didascalici, le cui rimanenze hanno oziato polverose per molti anni nel garage di casa. Tre diversi colori e tre testi diversi, fra i quali ricordo solo quello che ammoniva “Chi lascia pulito trova pulito!”. Era il più profondo nel significato e il meglio arrangiato in italiano, perentorio come una implicazione logica anche se, a dire il vero, ben difficile da dimostrare. Aveva da pochi anni sconfitto un tumore, che in casa per pudore e scaramanzia chiamavamo ‘ascesso polmonare’. Il campo di battaglia era stato il suo corpo e quella indubbia vittoria di una chirurgia d’altri tempi, gli aveva devastato il torace e precluso, almeno in quei primi tempi, i lavori di fatica. Così partiva con Ghirelli per appendere i fatidici cartelli ai bordi delle strade e ovunque la noncuranza potesse fare danni. L’ottimo Ghirelli non aveva altri difetti se non il non saper leggere e, salito sulla scarpata, doveva attendere indicazioni esatte per evitare di inchiodare il monito a capo in giù.

L’affettuoso sarcasmo dei paesani non tardò a fare filotto e Tonino, detto l’Americano perché emigrato in Australia, volontario in servizio permanente effettivo alla tutela dell’ambiente, venne subito soprannominato Dusty. Il soprannome durò poco, come la campagna del canguro a cartoni animati. A lungo ancora invece il nostro Dusty americano si occupò di ambiente e agricoltura. Per questo impegno molti anni dopo masticò amaro per una condanna lieve ma dolorosissima. Tutta la giunta fu dichiarata penalmente rea di avere accumulato, dove erano sempre stati, i rifiuti urbani del paese. A nulla valse l’accorata arringa difensiva che evidenziò l’impossibilità di conferirli a impianti di smaltimento che all’epoca non esistevano. ‘Dura lex, sed lex’, ma per Tonino, armato soprattutto del proprio buon senso e digiuno dei sottili sofismi giuridici, la vicenda apparve come un’assurdità.

5. Intervenite numerosi

La 126 bianca di Luca di Beppuccio, più grande di me e già patentato, procedeva lenta per le vie del paese. Col megafono Geloso piazzato sul tettuccio annunciavo serate danzanti e spettacoli di cabaret. Non c’erano aggettivi alle feste annunciate se non ‘consueto’ e ‘tradizionale’ che, a dire il vero, non promettevano molta allegria. “Questa sera presso la Casa del Villeggiante … “. L’odore è quello di piadina fritta e vino rosso. Sagre, corse di somari e tanto ballo liscio. Folta la partecipazione e magra la cassa con offerte libere che a mala pena pagavano la benzina ai folcloristici gruppi musicali che risalivano la valle dalla piana romagnola per trillare polke e walzerini.

Ma non tutto sapeva di fritto e di brace. Il primo impegno fu di far conoscere la montagna con le gite accompagnate dal Signor Motta e poi da Ivo. Fu allora che nacque il suo primo scritto: una guida dei sentieri nella campagna del nostro Comune, fu un atto di amore per la nostra terra ma soprattutto sentiva il grande bisogno di condividerlo. Ci furono una o forse più di una edizioni di una mostra dell’artigianato locale.

Infine l’intuizione più felice, quella di salvare dall’oblio il ricordo del tanto vissuto, in buona parte ancora di stampo feudale, in cui era nato e che stava velocissimamente scomparendo. Lo ha detto chiaro nell’introduzione al libro più didattico fra quelli che ha scritto, “museo della vita e del lavoro delle genti di montagna”, non aveva nostalgia per quel mondo che giudicava più ingiusto e doloroso di quello nuovo. Ma è proprio questo fascino a conoscere e preservare la storia, che dà la misura della motivazione scientifica e non solo emotiva di quell’incessante lavoro di ricerca e catalogazione. Lavoro che mai lasciò spazio a fantasiosi e improbabili misteri e a facili “… si racconta che ..” così purtroppo comuni nella divulgazione storica nazional popolare.

All’inizio il museo fu allestito nelle sale della Casa del Villeggiante, scenario come si vede di quasi tutte le storie. Specialmente nei primi anni Elvio Donatini, squisito e cordiale nei modi e nel parlare, fu di grandissimo aiuto mettendo a disposizione conoscenze e competenze.

Nella Pro Loco

Ricordo una delle ultime assemblee dell’Associazione Turistica Pro Loco a cui ho partecipato e forse una delle ultime sue da Presidente. In discussione la possibilità di sospendere la consueta o tradizionale (a seconda delle edizioni) Sagra del Tortello. La sagra fu poi effettivamente sostituita dalla Sagra del cinghiale, più sanguigna e mascolina.

Nell’Italia da bere della fine degli anni ‘80 dove la TV debordava di pubblicità di veloci manicaretti precotti, ci fu grande preoccupazione fra i soci sulla evidente fine della centenaria (ma che dico? “millenaria!”) tradizione culinaria palazzuolese. Ricordo dai partecipanti emergere un “A te degh mé, in l’e fa brisle!”. Il riferimento era appunto ai tortelli e alle giovani donne che, nella rigida divisione per genere delle attività umane, avrebbero avuto il compito di tramandare la tanto preziosa ricetta. Tonino non era d’accordo, bisognava avere fiducia, le nuove generazioni giovani avrebbero imparato a cucinare. La previsione fu azzeccatissima se si considera che il nuovo sport nazionale si gioca nelle telegeniche cucine e che casseruole e battutini hanno preso il posto del pallone di cuoio.

6. Piastrelle, fragole, lumache e lamponi

Sul OM Super Taurus con il fratello Mario

Si può intraprendere un’impresa per passione, per opportunità, per necessità o per tradizione. Babbo, con zio Cecco, aveva lavorato nel commercio del legname e le cose erano andate discretamente. Il ciclone, che continuerò a chiamare “ascesso polmonare”, sconquassò anche l’impresa di famiglia e la famiglia stessa. Con i fratelli fu trovata una soluzione che ci desse un guscio protettivo in attesa di capire se le ferite si sarebbero cicatrizzate, cosa all’inizio niente affatto scontata. Tutto andò per il meglio e quando le acque si calmarono crebbe in lui il desiderio di intraprendere una qualche attività.

La prima fu una rappresentanza di piastrelle per un produttore della vicina Castel Bolognese. Non ho idea di quale fu il profitto ma durò pochi anni, l’edilizia non era la sua vocazione. Restarono in garage i campioni per mostra e un affascinante attrezzo a specchi che consentiva di vedere un intero pavimento avendo a disposizione una sola piastrella.

Babbo era molto legato all’idea un po’ arcaica che la terra e i suoi frutti fossero l’unica vera fonte di ricchezza e soddisfazioni per l’umanità. A tavola si beveva vino che producevamo in famiglia con molto amore e molto lavoro, fatica che raramente veniva ricambiata dalla qualità del vino. Silvio era alto e panciuto, bianco nella pelle disegnata dalla canottiera e per il resto rubizzo più che bronzeo per la lunga esposizione al sole della campagna. Una presenza che contrastava con la moglie Wilma, minuta, ossuta e scura di carnagione. Con babbo affittarono il campo di fronte al Molin Cicchetto, oggi occupato da villette. L’idea sembrava geniale: il prezzo delle fragole è alto per le primizie per scendere via via che la stagione avanza e infine risalire un poco a fine stagione. Era proprio qui, nello scorcio di fine stagione che si sarebbe concentrato il picco produttivo di un impianto in montagna, dove il fresco rallenta la maturazione. L’impianto produsse per alcuni anni ma la decisione di non rinnovare le piante mi fa pensare che l’impresa non fosse così profittevole. Furono però giornate felici e speranzose e questo fu il profitto più prezioso. Dopo qualche anno vennero le lumache, di specie Vignaiola per la precisione. Difficile sapere come gli venne l’idea che condivise con Dante, di cui tanto mi stupiva il parlare, toscano in italiano e romagnolo in dialetto. Comunque, fatto il recinto e raccolte le fattrici, che come si sa non richiedono altro essendo la specie ermafrodita, si avviò l’allevamento. Un tentativo di marketing con una sorta di sagra, ricordo piovosissima, non diede i risultati sperati e anche le Vignaiole passarono.

I lamponi arrivarono per ultimi e, fra le diverse imprese, fu l’unica che sopportai di malavoglia. Frutto prezioso, matura in luglio e agosto e deve esser raccolto nel pomeriggio quando il sole ha asciugato la rugiada così abbondante vicino al fiume. Così, mentre raccoglievo sentivo con grande tristezza i miei amici schiamazzare in piscina, giusto di là dal fiume. Il frutto del frutto poi era quanto più deludente, assommando per un pomeriggio a una trentina di cassette che impilate in un paio di colonne superavano di poco il metro. Una sera salendo la scala di legno che dal fiume ci riportava a casa babbo, forse intuendo il mio disappunto, mi ringraziò: “Meno male che ci hai aiutato, erano già maturi e domani avremmo dovuto scartarne molti”. Capii che aveva capito e mi bastò e così gli suggerii che la prossima impresa fosse un campo di cocomeri, che almeno a sera ci sarebbe stata la soddisfazione di vedere una montagna di frutti invece delle solite quattro cassettine.

Questa è una bolla fatta di bolle, come spesso accade all’acqua del fiume, quando saltando da una sega di sasso cade nella pozza e si riempie d’aria in forme composte. Lo stesso accade nella storia degli uomini che percorre sempre più strade di quante un racconto, lineare per definizione, possa racchiudere.

A chi non abbia conosciuto Tonino sembrerà che l’elemento che tiene insieme queste bolle e queste storie sia la voglia di riscatto nel tramite di un’impresa economica o anche solo la voglia di lavorare, che certo non gli mancava. Babbo non si risparmiava mai di spiegarmi cosa faceva e perché lo faceva e posso dire per certo che tutte queste attività rientravano in pieno nella sua dimensione pubblica. Infatti le fragole, le lumache e i lamponi nei suoi intendimenti erano impianti sperimentali e lui sognava di trovare un’attività che potesse far tornare al profitto la terra di montagna. Sperava che altri lo imitassero e che un nuovo modo di coltivare la terra fermasse l’inesorabile abbandono al selvatico che ha così cambiato il profilo delle nostre terre. Mi ha ripetuto cento volte: “La montagna vive se l’uomo la coltiva”. Riconosco in questo una certa difficoltà a comprendere che la montagna che lui aveva conosciuto non era stata così da sempre e in realtà non era nemmeno così antica.

Stefano Poli
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 1 luglio 2026

Share.
Leave A Reply

Exit mobile version