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Home»Copertina»Dalla soffitta riaffiorano i ricordi…
5 Mins Read Copertina

Dalla soffitta riaffiorano i ricordi…

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MUGELLO – Un quaderno dalla copertina nera e dai bordi delle pagine rossi, come usava un tempo. Una scrittura nitida, precisa. Zeppo di traduzioni di latino, il quaderno; solo in fondo, nelle ultime pagine, due “temi” (si chiamano ancora così?). L’alunno è un sedicenne mugellano che frequenta la scuola dei Salesiani a Borgo San Lorenzo. Siamo nel 1949, il suo nome è Guido Boni, il futuro “Angelo Biondo di Vicchio”. Farà parte negli anni ‘50, gli anni della rinascita dopo le macerie fisiche e umane della guerra, di quel gruppo di ciclisti mugellani, insieme a Nencini e ai fratelli Baroni, che porteranno il Mugello in giro per le strade d’Italia e d’Europa, pedalando in faccia alla miseria, ma mai scordandosi delle proprie origini, delle radici. I due “temi” del Boni ragazzo che qui sotto riporto, solo ora rinvenuti dai familiari in una soffitta, parlano di fatica, di guerra, di delusioni, ma anche di gioia genuina, di vera felicità. Un piccolo squarcio di realtà d’epoca fotografata con semplicità, ma con grande precisione e capacità di scrittura (non per niente Guido Boni voleva diventare maestro, poi la passione per la bicicletta prevalse su tutto). Qua e là , nei temi, qualche correzione dell’insegnante che mi sono permesso di non considerare per lasciare al testo tutta la sua genuinità, compreso qualche inesattezza grammaticale. Strano il titolo del tema “Un desiderio soddisfatto”: a leggerlo, infatti, si capisce chiaramente che il desiderio di cui Guido parla (una bici nuova) non fu al momento affatto soddisfatto. Forse un refuso; oppure talmente forte era quel desiderio, che l’unico esito possibile nella mente del ragazzo era appunto la sua soddisfazione. E infatti, di lì a poco, avrà la tanto desiderata bici nuova, Guido, e titoli sui giornale e interviste in radio e tv; e diventerà per tutti “L’Angelo Biondo di Vicchio”.

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Una grande gioia della mia vita

Cinque anni fa il babbo era  a fare il militare in Jugoslavia. Durante l’occupazione tedesca rimase prigioniero. Fu condotto a Francoforte in Germania, e da allora stetti più di otto mesi senza aver notizie.

Quanto soffrii, durante quel tempo non è descrivibile.

Eravamo soli, io e la mamma. Avevo undici anni. Era poco tempo che non andavo a scuola. Mi toccava lavorare come faceva il babbo per poter vivere. La mamma faceva i cappelli, ma quei pochi soldi di giuadagno bastavano appena per comprare i vestiti e le scarpe e perciò dovevo guadagnarne altri per comprare il pane.

Lavoravo dov’era prima il babbo. In una fattoria a zappare intorno alle piante del selavatico. Lavoro pesante per me.

Non mi concedevo neppure un momento di libertà. Quando sentivo i mei compagni saltare e gridare nella strada mi veniva da piangere. Pensavo che lo avrei potuto fare anch’io come essi se fosse stato a casa il babbo, ma purtoppo questo non mi era stato concesso e dovevo lavorare per guadagnarmi il pane per me e per la mamma. Un po’ dal lavoro pesante, un po’ dalla passione per il babbo, non mi reggevo più in piedi. Un giorno mentre ero al mio lavoro, sentii chiamare di verso a casa mia. Da prima, non detti ascolto a queste voci, ma sentendo che insistevano mi affacciai più in là qualche metro, dove si scorgeva la mia casa e mi  misi ad ascoltare. Era la mamma che mi chiamava.

Ella mi disse di andare subito a casa perché dopo qualche ora doveva arrivare il babbo.

In quel momento non so quello che facessi. Incominciai a correre verso casa come un pazzo, lasciando la giacchetta, saccapane e zappa.

Quando arrivai a casa, la mamma piangeva dalla felicità, e mi disse che alle undici il babbo sarebbe giunto alla stazione.

Verso l’ora che doveva arrivare, partimmo per andare ad incontrarlo. Lo trovammo poco dopo. Ci abbracciammo piangendo dalla felicità e venimmo a casa con la massima allegria. Si festeggiò quel giorno felicissimo e da allora ho tenuto e terrò sempre in mente quella giornata come la più splendida e felice della mia vita.

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Un desiderio soddisfatto

Un giorno nel mese di gennaio scorso venivo a scuola qui dai Salesiani. Le strade erano coperte di neve e il cielo nero minacciava di nevicare ancora.

Venivo in bicicletta e per una forte discesa mi sbandò la ruota della bici e caddi battendo contro un albero. Fortunatamente non mi feci moto male, ma la bicicletta si ruppe. La feci riparare al meccanico ma aveva patito troppo nella caduta e a pedalare mi faceva morire dalla fatica.

Pregai molto il babbo di ricomprarmela, ma anch’egli lavorava in una fattoria e i soldi che guadagnava bastavano appena per la famiglia e per mantenermi a scuola, perciò dovevo attendere ancora e intanto mi logoravo dalla fatica e dalla rabbia quando vedevo i miei compagni andare via e io non riuscivo a stargli dietro.

Un giorno il babbo mi fece rallegrare dicendomi che se fosse andato bene un interesse avrei avuto la bicicletta dopo quindici giorni. Aspettavo ansioso il giorno che aveva detto ma quando ci arrivammo le cose andarono diversamente al previsto e rimasi ancora con quella biciclettaccia.

Bruno Confortini
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 14 dicembre 2021

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