
MUGELLO – L’Alto Mugello e Pietramala in particolare mi sono davvero cari e familiari. Ci ho passato gran parte dell’adolescenza con i primi amici, le prime ragazze, i primi sogni. Ricordo con nostalgia quei momenti semplici tra mareggiate di paleo che ondeggiavano al vento e l’odore dei campi di lavanda… Ogni volta che ci andavo, avvertivo nell’aria qualcosa di strano; era come se la neve, che allora scendeva copiosa d’inverno, non isolasse gli abitanti solo fisicamente ma anche come mentalità e modo di essere. Lì chi parlava toscano e lavorava a Firenze non si pensava certo fiorentino, chi lavorava a Bologna e parlava bolognese non si sentiva emiliano o romagnolo. Almeno è quello che sembrava a me, ma allora non mi domandavo il perché; oggi che è arrivato il tempo delle riflessioni ci ho ripensato ed ecco che la mia amica storia è arrivata come il solito a darmi una mano. Il fattaccio a mio modo di vedere risale addirittura alla suddivisione in province dell’Italia da parte del regno di Bisanzio. Nella “Historia Langobardorum” Paolo Diacono (VIII sec.) riferendosi al Mugello raccontò della nascita di una provincia bizantina chiamata “Alpes Appenninae”. Faceva parte del cosiddetto “Esarcato d’Italia” e, da quello che s’intuisce, comprendeva pure l’Alto Mugello (zone di Marradi, Bruscoli, Piancaldoli, Palazzuolo, Firenzuola) nonché un’area a sud del crinale che coinvolgeva Razzuolo, Mangona e San Godenzo.

Di che si trattava e cosa fece nascere questa originale e misteriosa configurazione territoriale? Ne ho parlato ampiamente nel mio libro “L’ALBA DEL FEUDALESIMO” ma voglio qui fare un riassunto perché vi conosco, so che siete dei curiosoni inguaribili. Dovete sapere che il generale bizantino Narsete, dopo la vittoria sui Goti, riorganizzò l’apparato difensivo e amministrativo della penisola. Creò pure due diocesi suddivise in province tra cui la nona erano appunto le “Alpes appenninae”, e questo a metà VI secolo dopo aver cacciato gli ostrogoti. La vita amministrativa di questa provincia montana, che venne fortificata, fu molto breve mentre più duratura fu la sua durata militare e politica. Le invasioni barbariche si erano fatte frequenti e insostenibili in Pianura Padana, terra ricca, coltivata ed esposta alle razzie e in quel frangente gli abitanti-agricoltori della neonata provincia furono lasciati soli da Bisanzio; esasperati, decisero a un certo punto di abbandonare i poderi per rifugiarsi sugli Appennini portandosi dietro quel poco che avevano e fondando sui monti piccoli villaggi fortificati con le mura delle singole abitazioni.
Col tempo, tra “nemici” longobardi arrivati dalla Toscana che premevano per conquistare la zona, invasioni barbariche e bizantini “traditori” a nord s’isolarono sempre più trasformandosi in soldati-agricoltori. Morale della favola, si formò sui monti una piccola “resistenza partigiana” non facilmente affrontabile dal nemico vista la natura aspra del territorio che ostacolava il passaggio appenninico. Lì abitava un popolo di montanari per niente pacifici, poco inclini ai cambiamenti e molto legati all’antica “romanità”. I longobardi evitarono queste zone come la peste; dirò di più, anche la decisione di creare come capitale Lucca (nonché il successivo sviluppo della via Francigena) ebbe tra le varie motivazioni la presenza di questo confine fuori controllo.
L’isolamento e la pericolosità della provincia cui appartenne l’Alto Mugello rimasero inalterate a lungo, tanto che si formò sul versante toscano una specie di “terra di mezzo”, una zona franca quasi spopolata generando una situazione a dir poco curiosa e inaspettata. Le spedizioni militari che volevano dirigersi in Tuscia o a Ravenna dovevano tenerne conto, ed era un bel problema che danneggiava la tempestività d’azione; per circa un secolo gli eserciti, piccoli e grandi che fossero, per evitare grane decisero sempre di aggirare la provincia accollandosi un lungo tragitto. Lo testimoniano varie vicende raccontate nel mio libro; qui per brevità mi limiterò a rammentarne una che profuma parecchio di leggenda e risale ai tempi in cui era Duca di Tuscia un certo Tasone. Un suo ufficiale inviò guerrieri in esplorazione sopra Galliano per valutare il possibile passaggio di truppe, ma nella zona di Marcoiano si trovarono davanti all’improvviso un centinaio di contadini vestiti di pelli e minacciosi armati di lunghe falci, forche, martelli e mazze di ferro, strumenti da lavoro contadino ma che all’epoca rappresentavano armi bianche temibili. I longobardi inizialmente li valutarono pericolosi come una lumaca in autostrada, ma quando di tutta la corposa avanguardia tornarono indietro solo due cavalli insanguinati, si dovettero ricredere e fare velocemente marcia indietro. Lo stato montano perse importanza quando Liutprando conquistò la Romagna e a quel punto fu abbandonato da molti residenti; di ciò approfittarono feudatari tra cui i conti Alberti, Ubaldini e “signori di Stagno”. Anche il potere vescovile non trovò ostacoli alla formazione in loco di una Contea ecclesiastica, che nell’XI secolo prese il nome di Contea dello Stale, e alla costruzione di molti conventi, monasteri e santuari. Più tardi anche i Medici, con la “Terra del Sole” contribuirono ad aumentare la confusione. Ma questa è tutta un’altra storia, ve la racconterò in futuro.

C’era una volta, dunque, una provincia “perduta” detta delle “Alpes Appenninae”, una specie di stato autonomo e misterioso per la quale la mancanza di documenti c’impedisce purtroppo maggiori indagini. Una cosa, però, almeno per me è certa; fu quella la prima volta in cui i montanari residenti diedero fiato a una vocina del cuore che li spinse alla presa di distanza dal potere, una vocina che suggerì una mentalità indipendente (più sociale che politica) tuttora viva nella popolazione autoctona. Certo, il progresso oggi ha portato necessità e voglia di uscire finalmente dall’abbraccio “mortale” dell’isolamento, cosa per la quale le istituzioni si dovrebbero impegnare un pochino di più. Ma io sono soltanto un povero e vecchio storico romanticone e mi perdonerete se mi limiterò a sognare che la famosa vocina, sia pur diventata oggi molto fioca, sopravviva: una voce diversa e particolare di una terra “fuori dal mondo”, che si trova in Toscana ma in cui non si parla toscano, che è zona di passaggio ma rimane isolata tra i monti, dove gli abitanti non si sentono bolognesi o fiorentini ma semplicemente e orgogliosamente “appenninici”!
Fabrizio Scheggi
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 18 gennaio 2026


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