Santa Felicita al Fiume di Gattaia

VICCHIO – Gattaia è una graziosa località posta a nord di Vicchio. La si raggiunge percorrendo la comunale che dal capoluogo sale al Padule e poi, superato Molezzano, prosegue verso una stretta gola incisa dallo scorrere perenne del Muccione, per arrestarsi ai piedi dell’Appennino poco dopo aver superato le ultime case dell’abitato.

Il borghetto è composto da una serie di linde casette in massima parte ristrutturate e ordinate lungo la strada. La loro disposizione denuncia i caratteri tipici degli agglomerati di media collina, in passato dimora di legnaioli, carbonai e scalpellini, molto attivi ancora nella seconda metà del Novecento. Tuttavia la presenza di edifici anteriori a quest’epoca lascia intuire origini molto antiche e un’evoluzione urbanistica progressiva, fino al costituirsi di un piccolo insediamento autonomo dotato di strutture comuni come la chiesa, una villa padronale, una cappella, il mulino e due ponticelli di pietra per attraversare il fiume.

Durante il secondo conflitto mondiale, il luogo fu base di un glorioso gruppo partigiano le cui gesta eroiche si rivelarono determinanti  nella liberazione di Vicchio dal regime nazista.

Nonostante la sua collocazione appartata, fra XI e XIV secolo Gattaia doveva costituire un punto nevralgico per l’accesso all’area appenninica, con l’intero territorio amministrato e sottoposto al potere dei Conti Guidi e al vescovo di Firenze.

Per i loro servigi di fedeltà all’imperatore, nel 1164 i Guidi avevano ottenuto la protezione di Federico Barbarossa che confermava loro i possessi di Romagna e Toscana, compresi cento “mansi” di terra e due castelli sull’Alpe di Gattaia. Le due fortificazioni dei Guidi di Gattaia, cadetti dei Conti da Battifolle, erano arroccate sulle alture ai lati della gola che ospita il borgo. La prima rocca, della quale restano visibili imponenti avanzi di mura a scarpa, tracce della cisterna e strutture interne di servizio, era collocata sul Monte di Gattaia, all’apice dello sperone roccioso che divide il corso della Pesciola da quello del Coturno, termine con il quale si identificava in antico il torrente Muccione.

Monte di Gattaia – Resti delle mura perimetrali della rocca dei Conti Guidi

Più a oriente, sul versante sinistro della gola principale, era invece il castello di Monteacuto, già dei vescovi fiorentini nel 1186 e poi caposaldo dei Guidi nelle lotte contro Firenze, almeno fino al 1291 e alla resa momentanea patteggiata dai Conti per quattromila fiorini.

Al vescovo di Firenze apparteneva anche la possente fortezza di Pagliericio, eretta prima del Mille dirimpetto al castello di Monteacuto e accanto alla quale operava la chiesetta di San Martino.

Pagliericcio – Ruderi della chiesa di San Martino

Sopite e sottomesse definitivamente le ambizioni dei Guidi, nel corso del XIV secolo Firenze acquisiva il controllo su tutto il territorio, e il 13 giugno del 1374 riscattava per quindicimila fiorini d’oro, dal Conte Guido di Battifolle, il castello di Belforte e la rocca di Monteacuto, le cui campane furono traslate nelle vicina chiesetta di San Martino a Pagliericcio. Con lo stesso atto, tutto il distretto e la corte situata sulla montagna erano sottomessi al dominio della Repubblica, compreso il castello dei Guidi sul Monte di Gattaia, con i suoi  territori annessi degradanti verso il Muccione e la Pesciola, estesi fra La Tomba e Fornello.

Intanto alle falde del poggio, lungo il torrente, prendeva forma il borghetto detto Il Fiume, divenuto presto comune rurale, con il compito dal 1380, di vegliare e far guardia sui castelli di Gattaia e Pagliericcio, secondo il volere del comune fiorentino.

All’inizio del XV secolo, Gattaia doveva ormai aver assunto la propria identità di villaggio rurale, dotato di più strutture abitative e funzionali come un mulino e un hospitale per i pellegrini, per altro già attivi e registrati dalla metà del Trecento. Nella parte bassa del borgo era l’antica chiesetta di Santa Felicita, definita “cura d’anime” dal 1273 e affidata regolarmente a un canonico all’inizio del secolo successivo. Verso la metà del XVI secolo, il suo popolo si accrebbe dei parrocchiani appartenuti alla soppressa chiesa di San Martino a Pagliericcio.

Nel 1568 una violenta esondazione del Muccione provocò il crollo totale del piccolo edificio sacro, poi ricostruito più lontano dalla sede antica ma ancora una volta in zona geologicamente insicura. Nello stesso periodo è ipotizzabile la costruzione dell’Oratorio della Compagnia intitolato alla Natività della SS. Vergine ed eretto al lato del precitato ospizio per i pellegrini a sua volta dedicato a San Jacopo e Santa Maria.

Gattaia in una carta di fine 500. Nei cerchietti azzurri la chiesa di S. Felicita, l’oratorio della Compagnia e l’ospizio per i pellegrini

Dai documenti della visita pastorale compiuta al tempo di Alessandro Marzi Medici vescovo di Firenze, apprendiamo che nel 1613 la chiesa di Santa Felicita versava in condizioni di staticità preoccupanti, con la tribuna crollata  e gli altri ambienti malsicuri e inagibili. Una condizione deplorevole che perdurava ancora nel 1626, tanto da costringere il curato a conservare il SS. Sacramento nell’Oratorio della Compagnia.

Per questo piccolo luogo di culto i tempi successivi appaiono avari di notizie, sappiamo solo che per la sua lontananza dalla chiesa madre gli fu riconosciuto l’uso del Fonte Battesimale, concesso dal pievano di San Cassiano in Padule, la pieve della quale Santa Felicita era suffraganea.

Forse a causa dell’instabilità del sottosuolo, nel corso del XIX secolo erano riemersi in chiesa pregressi fenomeni di instabilità, la cui gravità rendeva insicura la regolare frequentazione. All’inizio del XX secolo fu necessario trasferire la sede parrocchiale nell’Oratorio della Compagnia, mantenendo tuttavia il titolo di Santa Felicita e declinando all’oblio un luogo di culto antichissimo che la superficialità e l’indifferenza dei nostri tempi sa indicare solo con il termine di “chiesa vecchia”, spesso senza conoscerne nemmeno la corretta ubicazione.

La chiesa ex oratorio della Compagnia negli anni ottanta del Novecento

Per tutto il Novecento dunque, il popolo di Gattaia si è raccolto in una sede modesta ma accogliente, forse povera di opere artistiche di pregio ma ricca di arredi e suppellettili tipici di quei luoghi di culto ottocenteschi che sapevano trasmettere un senso profondo di mistica sacralità.

Per vetustà e periodico mantenimento, alla fine del Novecento la chiesa  reclamava un sostanziale intervento conservativo e finalmente fra il 2006 e il 2007 si è provveduto a un radicale restauro dell’intero complesso che pur cancellando il fascino e le suggestioni di antichità percepibili un tempo all’interno dell’aula, ha contribuito in maniera essenziale ad arginare gli effetti di umidità probabilmente determinati dalla vicinanza della fabbrica con il torrente Muccione.

La chiesa infatti, occupa un lembo di terreno posto all’ingresso del paese, stretto fra la strada e il fiume, con il piccolo cimitero addossato sul lato nord di chiesa e canonica.

L’immagine in terracotta acroma sulla faccia

La facciata  è semplice, caratterizzata dalla classica copertura a capanna, con portale di legno a due ante sormontato da un tondo di terracotta acroma riproducente la figura di Santa Felicita. La canonica si appoggia sul fianco destro della chiesa e occlude in parte la vista del campanile a vela posto in posizione arretrata, munito di tre fornici su due livelli con piccole campane datate al 1883.

L’interno è descritto da una semplice pianta rettangolare, disposto su tre campate scandite da due arcate a tutto sesto. Il presbiterio è rialzato, con l’altare orientato verso il popolo secondo le esigenze liturgiche post conciliari.

L’antico Crocifisso forse proveniente dalla chiesa vecchia

Il tabernacolo è collocato al centro della parete tergale e sopra a questo, raccolto da una semplice cornice trabeata è un antico Crocifisso, forse ultima reminiscenza proveniente dalla chiesa vecchia.

Nell’aula il Fonte Battesimale occupa l’angolo della controfacciata sinistra mentre sul lato opposto dell’ingresso è un confessionale ligneo di foggia ottocentesca.

Altare di Sant’Antonio

Due altari entrambi privi di mensa ornano le pareti laterali. Su quello di sinistra, protetta da una lastra di vetro, è una statua a figura intera di Sant’Antonio con il Bambino, bisognosa di restauro ma ancora apprezzabile nei simboli dell’iconografia classica. Sull’altare di destra è invece una tela databile alla metà del Seicento, opera in dote alla Compagnia e probabilmente commissionata al tempo della sua fondazione.

Madonna del Rosario sec. XVII

Si tratta di un esempio tipico dell’iconografia mariana del periodo riproducente la Madonna del Rosario, con la  Vergine che tiene il Bambino in grembo e porge il Rosario a San Domenico, attorno a lei nei piccoli simboli rotondi, sono riprodotte le scene narrative dei Misteri. Nella parte inferiore del dipinto sono visibili gli attributi iconografici di San Domenico, con il libro delle Sacre Scritture e i gigli simboli di purezza.

Massimo Certini
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 28 dicembre 2024

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