
MUGELLO – Oltre il valore artistico rappresenta il sentimento di una popolazione, profondamente legata al proprio territorio. E’ la storia recente del crocifisso attribuito a Donatello, conservato nel convento di Bosco ai Frati. Ecco la cronaca, i fatti e le circostanze che tendevano a trasferirlo nei musei fiorentini. In quel caso, pur in presenza della fede, vinse la determinazione della politica.
Ottobre 1979, storia contemporanea. Due nomi, quelli di Fra’ Celso Ivo Nottolini, padre guardiano al Bosco ai Frati, e di Enrico Ricci, sindaco di San Piero a Sieve. Il primo “amiatino”, nato a Abbadia San Salvatore (SI), adottato dal Mugello, tanto da dedicare quasi tutta la sua vita al Bosco ai Frati. Il secondo, sanpierino, sindaco per due mandati e mezzo (1975-1988), eletto in quota al granitico Partito Comunista Italiano. Dettaglio affatto trascurabile. Ma, intendiamoci, non vuol essere questa ricostruzione una sorta di riesumazione del dualismo fra Don Camillo e Peppone, o la contrapposizione fra il diavolo e l’acqua santa. Affatto. In questo caso, invece, l’unione fra i frati francescani e le istituzioni fece la differenza. Proverò a spiegarne il motivo.
I fatti, ormai fanno parte della cronaca di una storia recente, li riprendo dall’archivio del quotidiano La Nazione, allora oracolo dei media locali, anzi l’unico. Eccone il riepilogo. Nel convento di Bosco ai Frati, oltre al celeberrimo crocifisso di Donatello, ancora oggi visibile in quel museo, ve ne era conservato anche un altro, appeso sul pannello centrale del bancone nella sagrestia. Seppure di dimensioni più piccole rispetto al più noto, comunque di indubbio valore, conosciuto come opera di Baccio da Montelupo. Ebbene, venne rubato. Così, a seguito di questo increscioso episodio, la Soprintendenza ai Beni Artistici dispose un accertamento ed ispezionò il convento. Ne emerse una situazione critica, pregiudizievole della sicurezza circa la conservazione dei beni all’interno del convento stesso.
Dunque, in quei giorni, balenò, e poi prese corpo, l’ipotesi di trasferire il più famoso crocifisso di Donatello in un museo fiorentino. Si pensò al Bargello, che già ospitava lavori dello scultore preferito da Cosimo “il Vecchio”. Fra’ Celso Nottolini si oppose, credo facendo appello a tutte le sue forze fisiche, racchiuse entro quella minuta corporatura di grande frate. Trovò il coraggio, dettato dalla sua umiltà francescana, per cercare un aiuto. Si rivolse al sindaco del suo comune. Chiamò Enrico Ricci. Adesso, con il senno di poi, sembra facile e scontato che fosse il naturale percorso da seguire, di fronte all’ennesimo scempio che la pretenziosa Firenze voleva infierire alla sua periferia. Lo ricordo, siamo nel 1979, appena un anno dopo il referendum sull’aborto, un evento che aveva lasciate profonde lacerazioni fra i religiosi e una parte della politica.
Nacque però l’intesa, una sorta di mini compromesso storico fra i frati francescani e l’amministrazione comunale, oltre al sindaco di allora giusta una menzione anche per l’assessore alla Cultura del tempo Marco Aiazzi. E, in quel frangente, senz’altro incise la forza della fede, ma fu la politica a determinarne il successo. Il sindaco impegnò risorse finanziarie pubbliche, coinvolse la Regione Toscana, impose il suo ruolo e mise la faccia su scelte rivelatesi poi risolutive. Venne rinnovato l’impianto di allarme e installata una porta blindata. Il crocifisso di Donatello, icona religiosa e patrimonio artistico di un angolo del Mugello, anzi di tutto, non venne spostato. Già, è rimasto qui. Impensabile immaginare che potesse venir trasferito altrove. Un Cristo nudo, metà di tanti turisti, scolaresche e college stranieri. Piaccia o non piaccia, questa è la storia, la nostra. Un crocifisso popolare, identità di un territorio.
Gianni Frilli
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 2 aprile 2017