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Home»Copertina»Quando Vicchio fu sotto assedio, cinquecento anni fa
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Quando Vicchio fu sotto assedio, cinquecento anni fa

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VICCHIO – In occasione della manifestazione “Vicchio Terra di Storie” Bruno Confortini ha presentato un’interessante relazione sull’assedio di Vicchio del 1529/30. La riproduciamo qui:

Fonti

Il 15 ottobre 1893, Giuseppe Baccini, barberinese, studioso di storia locale mugellana, tiene una conferenza dal titolo “Vicchio e il Mugello durante l’assedio di Firenze (poi pubblicata nel 1895) nell’allora Teatro di Vicchio, appena fuori la porta fiorentina, detto dei “Fidenti” o “Teatro Dreoni” circa 160 i posti, tutti occupati al costo di 1 lira.

Il Baccini a sua volta aveva preso alcune notizie, sviluppandole con ulteriori studi, dalle cronache fiorentine di Giuliano Ughi, frate guardiano del Convento di Bosco ai Frati, contemporaneo dei fatti.

Presente anche Giosuè Carducci, a Vicchio per presiedere una riunione del Comitato pro monumento a Giotto.

Anche padre Lino Chini nella sua “Storia antica e moderna del Mugello”(1876) aveva brevemente toccato l’argomento, ma con qualche imprecisione e sommariamente.

Quarant’anni dopo il Baccini (1937), Siro Mennini, giornalista e scrittore mugellano, riprenderà l’argomento nel suo libriccino “Bagliori di fiamme in Mugello durante l’assedio di Firenze” non aggiungendo sostanzialmente nulla al racconto di Baccini.

Sul n. 49 del Messaggero del Mugello del 1898, si ha notizia di un dramma in 4 atti dal titolo “Laura”scritto da un vicchiese, tale Giuseppe Vaiani, ispirato dalla conferenza del Baccini. Il testo è introvabile, ma del suo autore si sa che era nato nel 1868, secondo di 8 tra fratelli e sorelle e faceva il calzolaio; il suo soprannome era Pasticca.

Contesto storico

“Viva Franza, Viva Spagna… purché se magna!”

Questo vecchio detto ci riporta ai primi decenni del 1500 nei quali la Francia di Francesco I e la Spagna dell’Imperatore Carlo V si fronteggiano in Europa e anche in Italia.

Nel 1526 l’alleanza tra Francesco I di Francia, il Papa Clemente VII della famiglia Medici, Venezia, Ferrara e Firenze, sta soccombendo e nel 1527, nel maggio, avviene quello che è passato alla storia come il “Sacco di Roma”, cioè la messa a ferro e fuoco di Roma da parte dell’esercito imperiale che costrinse il Papa a fuggire a Castel Gandolfo.

Col Papa in difficoltà, Firenze si ribella e caccia i Medici che la governavano, Ippolito e Alessandro e proclama di nuovo la Repubblica, con a capo Niccolò Capponi e una serie di organismi dirigenti.

Nel 1529 il Papa Medici stipula una pace segreta con l’Imperatore (promettendogli anche di incoronarlo solennemente Re d’Italia come da tradizione medievale) e tutto cambia: si allea con gli ex nemici e ottiene l’appoggio per riportare i Medici al governo di Firenze.

Le truppe che lo avevano esiliato a Castel Sant’Angelo diventano amiche e guidate da Filiberto di Chalon, principe d’Oranges marciano da Roma alla volta di Firenze dove arriveranno a metà ottobre 1529, dopo aver riportato sotto il papato Perugia, Arezzo e le altre città che si erano alleate con i francesi. Inizia l’assedio di Firenze che si concluderà con la resa della città e il ritorno della famiglia Medici al potere nell’agosto del 1530.

Il Mugello invaso

Se da sud erano le truppe dell’Oranges, alle quali si erano affiancate le truppe spagnole del Duca di Vasto, Alfonso D’Avalos, a invadere le città e i borghi fedeli a Firenze, dal nord, dalla Romagna, erano le truppe dello Stato Pontificio, le truppe del Papa, ad arrivare a sostegno.

Il Mugello era strategicamente importante perché porta verso la Romagna da cui provenivano truppe e vettovaglie a sostenere l’assedio di Firenze; dominando anche il Mugello, così come gli altri territori intorno a Firenze si fiaccava la resistenza della città che era militarmente e ben difesa (anche Michelangelo Buonarroti contribuì alle fortificazioni).

Arrivando dal Giogo, impadronendosi di Firenzuola, poi di Scarperia, Borgo San Lorenzo e gli altri borghi, le truppe papaline a metà settembre 1529 avevano occupato tutta la zona.

Il Baccini descrive queste truppe che provenivano dalla Romagna così: “Una valanga di barbari affamati con tutti i vizi capitali addosso piombò in Mugello portandovi il terrore, lo sperpero, la morte.”

Scriveva Giuliano Ughi nelle sue cronache che nemmeno i turchi fecero più danni ai loro nemici di quanti ne fecero i papalini ai mugellani.

A capo di questo esercito c’era un certo Ramazzotto e su figlio, romagnoli di Monghidoro (che allora si chiamava Scaricalasino) “da’ monti natii ereditò la tempra fortissima e l’ardire, dalla sua stirpe l’avarizia e la crudeltà” scrive di lui Baccini.

Quindi furono romagnoli e papalini, non spagnoli, i primi e più crudeli invasori del Mugello.

La Repubblica Fiorentina, impegnata a difendersi su un vasto territorio, mandò a Vicchio, che era la Lega più numerosa e importante del Mugello, mandò due Commissari di guerra con qualche centinaio di soldati, Filippo Parenti e Albizzo da Fortuna, di famiglie mugellane. Il primo di Olmi, discendente del beato Giovanni Parenti, uno dei primi seguaci mugellani di S. Francesco; il secondo con Villa a Fortuna, parrocchia di San Gaudenzio all’Incastro a Vicchio.

Albizzo fu mandato a presidiare gli sbocchi dalla Romagna; il Parenti, dopo che i papalini  – come vedremo – fuggirono dal Castello di Vicchio – ne prese possesso fino all’abbandono.

Ma come fu che Albizzo da Fortuna riuscì a riconquistare il Castello di Vicchio che, come gli altri borghi, era stato subito preso dalle truppe papaline?

Incontrando i papalini fuori dalle mura, provenienti da un saccheggio nelle campagne di Grezzano, riuscì con i suoi uomini a metterli in fuga e a entrare nel Castello.

Così Parenti, col suo manipolo sulle colline circostanti, poté prenderne possesso, mentre Albizzo tornò sui colli tra Mugello e Romagna e lì combatté fino alla fine la sua guerra.

Le vicende vicchiesi: resistenza e abbandono del Castello

Da quel momento e per oltre tre mesi il Castello di Vicchio fu l’unico borgo rimasto fedele a Firenze e di disturbo per il passaggio di truppe e vettovaglie sia dal nord che da ovest.

Furono costruite fortificazioni, grossi bastioni intorno alle mura con fossi per tenere lontano i nemici, e grazie anche all’aiuto del Vicario di Scarperia che si era rifugiato a Vicchio, Parenti amministrava il Castello.

Da parte dei papalini si cercò subito di riconquistarlo.

Il 30 settembre 1000 uomini e 100 cavalli si presentarono alle porte di Vicchio intimando la resa; per tutta risposta una scarica di archibugi li mise in fuga. E successivamente altre domande di resa furono respinte al mittente.

Il Parenti non si limitò a difendere il Castello, ma operò anche alcune uscite. Un giorno d’ottobre, da una spia che assoldava nell’esercito nemico, seppe che una carovana ricca di merci, animali e oggetti di valore proveniente da Borgo San Lorenzo sarebbe transitata di notte vicino a Vicchio per recarsi a Firenze: l’assaltò e portò il bottino dentro il Castello.

Un’ altra uscita vincente del Parenti fu qualche tempo dopo al Ponte a Vicchio quando assaltò una carovana che conduceva il principe d’Oranges, uccidendo una ventina di papalini, i cui cadaveri furono gettati in Sieve.

Ormai Vicchio e il Parenti erano considerati i nemici da sconfiggere ad ogni costo, e tanto era vero che il principe d’Oranges a Marradi, prima di subire l’agguato di Ponte a Vicchio, fece dipingere e poi impiccare e squartare un’effige del Parenti per vendicarsi della sua resistenza; e il marchese di Vasto che dalla Romagna stava recandosi all’assedio di Firenze, scriveva all’Oranges a fine dicembre che “quelli di Vicchio hanno guastato tutto il cammino e di più hanno quattro pezzi di bronzo che battono il passo.”

Nonostante il valore della resistenza del Parenti e dei soldati, le forze erano sproporzionate; il Parenti non era munito di cavalli e poche erano le armi; le lettere da lui scritte ai reggenti della Repubblica Fiorentina non trovavano più risposte ne invii di aiuti, compresi i soldi per pagare le truppe.

La fine era vicina e inevitabile.

Così la mattina del 15 gennaio 1530 seimila imperiali scortati dalla cavalleria e da vari pezzi di cannone, per ordine dell’Oranges – forse ancora irato per l’affronto subito a Ponte a Vicchio, si incamminarono da Firenze alla volta del Mugello con queste istruzioni:

  • prendere il castello di Vicchio
  • far prigionieri tutti
  • uccidere i ribelli
  • distruggere il Castello

Informato il Parenti da una spia il giorno prima, decise che 500 soldati e qualche cannone non potevano far fronte a seimila spagnoli armati di tutto punto.

Per evitare un’inutile strage e portare il suo esercito a combattere in Romagna, decise di abbandonare il Castello che gli spagnuoli al loro arrivo trovarono vuoto

“Tanto sforzo di cavalli, di uomini, di artiglieria e di altre macchine bellicose sembravano una stupida caricatura e meritava proprio il conto far muovere tanta gente da Firenze per impossessarsi di un castello vuoto e a porte spalancate!”commenta Baccini.

I“Giornali del principe d’Oranges” pubblicazione edita nel 1897 a cura di Antonio Domenico Pierruges, ci dicono che tra i soldati spagnoli c’erano anche due vicchiesi, Ulivieri e Rosa che militavano nella colonna del conte di San Secondo e altri mugellani: Pierino da Dicomano come ufficiale della posta/corriere; Alfonso da Vaglia, soldato; Giovanni da Vaglia e Giovanni di Ciuccio da Scarperia,“commissari dei viveri”

Chissà se anche loro facevano parte dei 6000 che marciarono su Vicchio, o se proprio tra loro non sia da cercare la spia o le spie assoldate dal Parenti…

Filippo Parenti continuò la sua  battaglia in Romagna, fino alla caduta della Repubblica Fiorentina, per poi andarsene dalla Toscana, espropriato di tutti i suoi beni; la sua fine è sconosciuta; e anche la sua famiglia fu negli anni successivi perseguitata dai Medici e soggetta a pene pecuniarie.

Bruno Confortini
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 27 settembre 2026

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