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Home»Copertina»Una poesia in memoria di Ahmed, morto cadendo dal pilone dell’A1
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Una poesia in memoria di Ahmed, morto cadendo dal pilone dell’A1

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BARBERINO DI MUGELLO – Yuleisy Cruz Lezcano, poetessa, scrittrice e traduttrice, giornalista culturale d attivista nata a Cuba e residente a Marzabotto, in provincia di Bologna ha scritto una poesia dedicata ad Ahmed Salah Hasan Ibrahik, l’operaio egiziano di 39 anni morto il 19 Agosto dopo essere precipitato da circa 14 metri mentre lavorava sul viadotto Goccioloni, lungo l’A1 tra Calenzano e Barberino di Mugello (articolo qui).

Un testo il cui fulcro sono i sogni spezzati: non soltanto la vita interrotta di Ahmed, ma tutto ciò che quella vita conteneva e che non potrà più compiersi — una casa, gli affetti, il futuro, i progetti, il ritorno a casa dopo una giornata di lavoro. Le dune d’oro diventano così metafora dei ricordi: si muovono, cambiano forma, si allontanano, ma conservano qualcosa della persona che abbiamo perduto.

La strada e il viadotto rappresentano invece l’indifferenza del mondo che continua a scorrere: le automobili passano, il cantiere riprenderà, l’autostrada continuerà a correre. Ma per Ahmed il tempo si è fermato in quell’istante. La poesia vuole quindi sottrarre la sua morte alla freddezza di un semplice trafiletto di cronaca e restituirle un volto, un nome e soprattutto un futuro che non ha avuto il tempo di diventare
presente.

Di seguito il testo della poesia:

Dune d’oro
Come dune d’oro
che vengono e vanno
sono i ricordi: stanno dove stanno,
non più dove sono stati.
Il vento li sposta, li porta lontano,
ma non cancella ciò che
come un sogno,
resta ancora reale.
C’erano sogni appesi al ponteggio,
mani aggrappate al ferro,
giorni da riempire,
una casa oltre il mare,
un domani che aveva un volto.
Poi il vuoto
ha aperto la sua bocca
e da quattordici metri
il tempo si è spezzato.
L’A1 corre sotto i piloni,
tra Calenzano e Barberino,
corrono le macchine, corre il mondo;
lassù, sul viadotto Goccioloni,
un uomo è caduto dal lavoro
e il lavoro non l’ha riportato a casa.
Ora l’infinito a restar fuori
è come la strada, così indifferente
che è lo stesso se muore
o canta.
Eppure un casco, un ponteggio,
un paio di mani
che ieri stringevano il ferro
non sono solo la soglia di una vita
che avrebbe dovuto continuare.
Quel che resta
non può riempire un trafiletto di vita
o un libro di morte,
restano ambedue in bianco,

mentre il tempo strappa
alla radice il cespo,
pieno ancora
della rugiada dell’aurora.
Quel che resta pesca
nel ricordo già lontano, forse
la morte è questo:
non soltanto smettere di vivere,
ma lasciare intatti i sogni
che non avranno più le nostre mani.

© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 21 Agosto 2026

 

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