
VICCHIO – Farneto è una splendida appendice collinare posta a nord ovest di Vicchio, un luogo dove l’uomo ha saputo conservare qualità e aspetti di un ambiente probabilmente poco diverso da quello originale.
Per raggiungere la zona occorre procedere lungo la comunale che conduce a Villore e deviare sulla sinistra all’altezza del Mulino di Botena Alta. Da qui una bianca campestre introduce in un ambiente boschivo di querce e roverelle che altro non può offrire se non il fascino di una selva compatta e rigogliosa.
Raggiunti i 300 metri di quota però, il paesaggio cambia di colpo, mutando la sua indole boschiva in un sorprendente spazio aperto e coltivato. Siamo all’apice della cresta naturale disegnata e incisa dal Rio di Cella Vecchia e dal Torrente Botena, un angolo di “paradiso” che sa commuovere anche l’animo più distratto con panorami d’autore scanditi a nord dalle Alpi di Vitigliano e di Villore, a est dal languido scenario della bassa Sieve e a ovest dalle morbide colline di Casole.

Ogni angolo, ogni parte di questo territorio, porta i segni di cure e attenzioni secolari intraprese dall’uomo per garantirvi integrità e abitabilità, riconoscibili nelle poderali, nelle viottole campestri, nei muri a secco di contenimento agli spazi coltivati.
Proprio sopra uno di questi muri, che segue la strada principale e segna il limite dei primi vigneti, è collocato un grazioso tabernacolo viario, quasi un saluto garbato a chi sale dalla valle. La piccola edicola di pietra arenaria si propone in tutta la sua eleganza secondo qualità esecutive raffinate, anche se di probabile natura artigianale.

Databile alla seconda metà del XVIII secolo, la nicchia centinata è caratterizzata da un fronte decorato a rilievo con rosette e motivi floreali sui piedritti. La parte superiore si conclude con una cornice modanata aggettante il perimetro dell’edicola e mostra un coronamento elaborato a volute, recante a sua volta, il simbolo mariano ormai quasi illeggibile.
Ancora pochi metri fra piante di olivo e ordinati filari di viti, poi la strada sembra riposarsi su uno spazio pianeggiante, al cospetto di due file di cipressi secolari che precedono l’ingresso a Villa Ciabattini, le cui origini appaiono oltremodo remote.
Tutta questa zona infatti, era parte integrante di un vasto feudo appartenuto ai Conti Guidi di Modigliana, confermato loro dall’imperatore Arrigo VI e poi da Federico II.
Non sappiamo se all’epoca esistesse in loco una primitiva dimora signorile, ma possiamo asserire con certezza che nella seconda metà del XIV secolo i Ciabattini – Fabbrini iniziarono la costruzione di una parte importante della villa e che lo stesso immobile era ancora di loro proprietà anche alla fine del Cinquecento.
Nello stesso periodo, la zona ebbe notevoli considerazioni per la presenza di personaggi illustri, non ultima la figura di Benvenuto Cellini, irrequieto scultore, orafo e poeta del Rinascimento. Che possedeva il podere della Fonte e quello di Poggio alla Zeta, con altri appezzamenti al Vallone, alla Lungagnola e al Pianaccio.
Intanto, ingrandita e più volte ristrutturata nel corso dei secoli, la villa di Farneto figurava ancora fra i beni della famiglia Ciabattini sul finire dell’Ottocento, quando Chino Chini, artista borghigiano, vi interveniva con la decorazione di una sala e di altri ambienti.

Oggi la villa appare egregiamente ristrutturata in ogni sua parte, comprensiva di un grazioso oratorio intitolato a San Michele, di sale e locali tipici delle dimore storiche più celebri del Mugello.
Alla sua primaria funzione residenziale, si è unita ora quella di fattoria, con un’attività agricola costantemente tesa nella ricerca di una produzione di olio e vino di qualità, nel rispetto più assoluto dell’ambiente.
La bianca stradella che ci ha accompagnato in questo luogo magico, prosegue costeggiando il parco sul lato occidentale della villa e presto inizia la sua ascesa a un piccolo promontorio che domina l’intera tenuta e ospita la chiesetta di San Bartolomeo.
Il piccolo edificio di culto ha origini precedenti quelle di Villa Ciabattini, forse collocabili alla fine del XII secolo o all’inizio di quello successivo. Le prime note scritte sulla chiesa ci giungono indirettamente da alcune carte del 1253 conservate nel Bullettone dell’Archivio Diocesano, con le quali Giovanni de’ Mangiadori, vescovo di Firenze, nominava pievano di San Cassiano in Padule, un Ser Bencivenni, fino ad allora rettore di Farneto. Nella stessa epoca e per buona parte del Medioevo, i vescovi di Firenze ebbero proprietà nel territorio di Farneto, nonostante la stessa chiesa fosse obbligata a pagare al Vescovado, un censo annuo di quattro staia di grano.
Costruita in zona sismica, la chiesa fu risparmiata in parte dal terremoto del 1542, ma subì gravi danni con la scossa del 1597, costringendo don Felice Caffarini, parroco pro tempore, ad abbandonare la canonica quasi completamente distrutta.
Un evento simile provocò il crollo del campanile nel 1612, momento in cui rimasero seriamente lesionate anche le campane, prontamente riparate e ricollocate con il contributo del popolo.
San Bartolomeo fu sempre patronato dei parrocchiani e nel 1640 ottenne il titolo di prioria, per il servizio di un popolo che nel 1835 aveva raggiunto le 180 unità, secondo una crescita demografica che all’inizio del Novecento registrava la presenza di 280 individui, componenti 33 famiglie, abitanti generalmente case poderali, spesso isolate.
La prima metà del Novecento si rivelò come uno dei periodi socialmente più importanti per la zona di Farneto, ma poi, anche qui come nel resto del Mugello, iniziò il frenetico esodo cittadino e il progressivo abbandono della campagna.
Tuttavia, negli anni Settanta la chiesa era ancora officiante, affidata alle cure spirituali di don Alessio Rubens, probabilmente ultimo parroco di Farneto.

Ormai da molti anni chiusa e interdetta alle visite, San Bartolomeo sa offrirsi oggi come grazioso esempio di chiesetta di campagna. La facciata a capanna è preceduta da un porticato coperto a padiglione, con archi a tutto sesto e colonne di pietra. Singolare il portale d’ingresso con doppia apertura e a destra del quale è posta una lapide di marmo che ricorda il sacrificio di alcuni popolani caduti nella Grande Guerra.
Nella parte posteriore del complesso si erge un elegante campaniletto a vela, con pinnacoli cuspidati e ancora munito di due campane.
Poco lontano dalla chiesa, sono le rovine del cimitero con la sua piccola cappella, fino a qualche tempo fa custodi di sepolture molto antiche e di foggia particolare.



Massimo Certini
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 4 Ottobre 2026

