MUGELLO – Continua la rubrica di Alessandro Francolini, alla scoperta dei funghi. (Qui l’introduzione alla rubrica).
Stavolta ci parla delle Amanita.
Le Amanita incuriosiscono da sempre i frequentatori dei boschi per forme, colori, ornamentazioni e per la trasformazione morfologica messa in mostra nel loro sviluppo. Inoltre chi fa una uscita per raccogliere qualche fungo da mettere in padella deve (!) essere in grado di riconoscere quelle Amanita particolarmente pericolose e potenzialmente mortali per non cadere in qualche fatale errore di valutazione.
Non entrerò in merito al riconoscimento delle singole specie presenti in Mugello (sarà lo spunto per il prossimo intervento); viceversa cercherò di individuare le caratteristiche che permettono di inserire alcune entità proprio lì, nel Genere Amanita, ma non in altri.
Nei vari manuali micologici si legge che le Amanita hanno le seguenti caratteristiche macroscopiche: sono leucosporee, bivelangiocarpiche, agaricoidi con carne fibrosa e immutabile, eterogenee, micorrizogene, terricole e per lo più boschive. Una bella Carta d’Identità inappuntabile: c’è proprio tutto per decidere se il funghetto che abbiamo davanti a noi è una Amanita oppure no.
Il problema, semmai, riguarda il significato di quei termini un tantino troppo da addetti ai lavori. Traduzione che sarà integrata con ulteriori osservazioni e con le eventuali (ma spesso immancabili) eccezioni.
Caratteristiche macroscopiche: vi rientrano tutte le osservazioni fatte ad occhio nudo, senza bisogno di analisi microscopica; ricordando che, anche se impropriamente, comprendono pure quelle organolettiche (riguardanti sapore e odore).
Leucosporee. Dal greco leukòs = bianco, e dal greco sporà = seme, origine. Quindi, alla lettera: con le spore bianche. I funghi, a maturità, producono spore con dimensioni microscopiche e perciò non osservabili ad occhio. Qui, però, si tratta di analizzare il colore della cosiddetta sporata in massa. La si ottiene in modo artificiale una volta portato l’esemplare fungino (maturo) a casa. Uno dei tanti procedimenti consiste nell’adagiare il cappello (dal lato dell’imenoforo; il gambo va tagliato) su un foglio di carta liscio e bianco: dopo qualche ora si potrà osservare il deposito sporale e sarà possibile apprezzarne la tonalità cromatica; ancor meglio se tale deposito viene, tramite un coltellino, raggruppato così da assumere un certo spessore.
Le Amanita si dicono leucosporee perché le loro spore, in massa, hanno colore bianco. Tra le poche eccezioni vi è
Amanita echinocephala che ha sporata color crema-verdognolo chiaro.
Bivelangiocarpiche. Dal latino bis = due volte; dal greco anghèion = vaso; e dal greco karpòs = frutto. Quindi, alla lettera: frutto con due vasi. Allo stato giovanile, genericamente indicato come primordio, le Amanita assumono aspetto di ovolo. Questi primordi sono sempre circondati da un rivestimento esterno (il velo generale che protegge l’intero piccolo fungo ancora immaturo) e da un velo interno (il velo parziale, a protezione delle lamelle che si vanno sviluppando e che rappresentano la parte più delicata del fungo, quella che produrrà le spore). Situazione evidente in questo ovolo sezionato di Amanita caesarea.

Le Amanita si dicono bivelangiocarpiche proprio per la presenza evidente di questi due veli. Seguiamo ora la crescita di una Amanita a partire dall’ovolo, scomponendone schematicamente lo sviluppo in due fasi: nella prima il gambo cresce in altezza mentre il cappello resta più o meno racchiuso su se stesso; nella seconda sarà il cappello ad allargarsi, aprendosi come un ombrello e permettendo così alle lamelle di disporsi parallelamente al terreno. In entrambe le fasi, mentre il corpo centrale del fungo cresce in estensione e voluminosità, i due veli protettivi non sono soggetti a particolari sviluppi e mantengono la propria massa iniziale, andando così incontro a una notevole trazione come conseguenza delle accresciute dimensioni del corpo centrale.
Se le ife (cioè le cellule fungine) che compongono la struttura del velo generale sono filamentose, intrecciate e coese tra di loro, allora tale velo sarà elastico e membranoso e si spaccherà in modo netto sotto la spinta interna del gambo che si innalza (prima fase), lasciando alla base una volva ampia, membranosa, a forma di sacchetto e, in genere, non lasciando residui sulla cuticola del cappello. Situazione, ad esempio, tipica per la comune Amanita
phalloides.

Se invece il velo è costituito da ife rotondeggianti (sferociti) e poco coese, allora esso sarà soffice e bambagioso: in tal caso la volva alla base sarà più o meno dissociata in tanti piccoli “bozzoletti” mentre sul cappello si manifesteranno evidenti residui sotto forma di verruche.

Esiste inoltre (immancabilmente…) tutta una gamma di situazioni intermedie, compresa quella in cui il velo generale è composto nella parte superiore da sferociti e nella parte inferiore da ife coese tra di loro. In tal caso, terminato lo sviluppo del fungo, il risultato sarà duplice: presenza di verruche o placche sul cappello (residui del soffice velo generale superiore) e presenza di una volva circoncisa (residuo del più tenace velo generale inferiore) alla base del gambo, delimitata da una netta linea marginale, testimonianza del confine che separava la parte soffice del velo generale da quella più tenace. Situazione evidente osservando, per esempio, alcuni esemplari maturi di Amanita pantherina e Amanita citrina.


Durante la seconda fase di crescita, col cappello che si va “aprendo ad ombrello” sarà il velo parziale che dapprima si distenderà elasticamente tra gambo e cappello (situazione evidente, ad esempio, in questa giovane Amanita rubescens)…

… fintanto che l’allargamento radiale del cappello ne provoca la lacerazione presso il margine del cappello stesso. Ne risulta la formazione dell’anello che, come un gonnellino, si colloca più o meno in alto sul gambo. L’Amanita è ora matura, le lamelle sono esposte all’aria e inizia la produzione e il rilascio delle spore. Qui sotto, ancora una Amanita rubescens con l’anello già ben in mostra.

Un caso particolare riguarda Amanita ovoidea: in essa il velo parziale è cremoso e bambagioso e si stacca prima dal gambo che dal cappello, di modo che una buona parte del velo rimane attaccata al margine del cappello in guisa di evidenti festoni fioccosi. In alcune specie il velo parziale è molto fragile e labile e se ne perdono le tracce fin dallo stadio di primordio. Ne derivano quelle Amanita che a maturità, pur presentando una evidente volva alla base del gambo, sono prive di anello; come accade, ad esempio, per questa Amanita submembranacea.

Solitamente le Amanita prive di anello mostrano il bordo del cappello nettamente striato, come per queste Amanita vaginata.

Agaricoidi. Così sono dette quelle specie che hanno imenoforo con lamelle, sono dotate di gambo e cappello ben differenziati e hanno la classica struttura di fungo ad ombrello. Le Amanita rientrano quindi a pieno titolo in tale categoria. Hanno inoltre carne fibrosa in quanto rompendone una porzione del cappello o del gambo, la carne si mostra sfilacciata, quindi non a frattura netta e decisa come accadrebbe, ad esempio, rompendo un gessetto.
La carne è bianca o biancastra, di colore immutabile se esposta all’aria; con poche eccezioni come, ad esempio, accade per la comune Amanita rubescens la cui carne, esposta all’aria, mostra un viraggio su toni rosa-rossastri.
Eterogenee. Così sono dette quelle specie che presentano trama discontinua e diversa tra la carne del cappello e quella del gambo; in tal caso, operando una azione meccanica di torsione e trazione, il cappello si stacca con facilità dal gambo, solitamente con una cesura netta e non lacerata. L’eterogeneità è di norma accompagnata da lamelle libere al gambo, come accade per questa Amanita spadicea.

Fino a non molti anni fa, nel genere Amanita erano incluse anche alcune specie saprotrofe e praticole. Tuttavia dal 2016 tali specie sono state inserite in un nuovo genere, creato appositamente, e denominato Saproamanita. Studi molecolari hanno confermato la validità di questa separazione risultando infatti i due taxa (Amanita e Saproamanita) monofiletici ognuno per proprio conto. Qui sotto una foto di Saproamanita vittadinii.

Le Amanita, come le intendiamo attualmente, le troviamo quindi esclusivamente in stretta associazione con essenze arboree, soprattutto quelle ad alto fusto tipiche dei boschi di Castagno, Faggio, delle varie specie di Querce, di Abeti e Pini; quindi sono definibili come boschive tranne poche eccezioni come, ad esempio, la Amanita nivalis che è reperibile nelle zone di alta quota tra la microselva generata da Salici nani, o come alcune Amanita muscaria che amano associarsi a Cisti o Eucalipti.
Le Amanita sono perciò dette simbionti o micorriziche in quanto il loro micelio (che è il vero organismo fungino) instaura la cosiddetta simbiosi micorrizica con varie essenze arboree associandosi al loro apparato radicale. Il micelio delle Amanita vegeta e si sviluppa sotto il suolo e gli sporofori prodotti (ciò che viene chiamato impropriamente “fungo”) emergono dal terreno mostrando quindi la loro natura terricola. Non esistono infatti Amanita lignicole.
Nella prossima puntata parleremo di alcune delle Amanita che possiamo incontrare nei boschi mugellani, mettendo necessariamente l’accento sul loro grado di tossicità o sulla loro commestibilità.
Alessandro Francolini
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 2 agosto 2025


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