FIRENZUOLA – Bastano pochi centimetri di carta per riaprire una porta sul passato. È quanto accade davanti a un piccolo acquerello riemerso di recente in una collezione privata: un formato verticale, poco più grande di una cartolina, che raffigura un angolo di paese di montagna. In primo piano un’aia sassosa, poi le alte case in pietra addossate le une alle altre, i tetti di coppi, un comignolo, una scala esterna che sale a una porta al piano superiore. I toni sono trattenuti, grigi, ocra, verdi spenti e il cielo è appena accennato, come nelle giornate d’Appennino in cui la luce non decide da che parte stare.
In basso, l’iscrizione che scioglie ogni dubbio: «Pietramala Toscana», e la firma «JPEvans 1929».
La casa, detta “alle 2 scale” o “delle 2 scale” è celebre anche per una cartolina che raffigura anche una piccola targa posta sulla sinistra dell’edificio, che ricorda una eccezionale nevicata che avvenne nel 1842.
Quel monogramma appartiene a Jean Playfair Evans (1872–1956), pittrice di origine scozzese oggi quasi dimenticata, ma autrice nella sua vita di circa mille acquerelli. Un corpus imponente e minuto insieme, fatto di vedute raccolte lungo una vita di viaggi: le antiche località termali e di villeggiatura, i laghi, la Svizzera, l’Italia, il Belgio, la Norvegia, la Francia, la Spagna e il Portogallo, l’Inghilterra, la Germania, l’America e il Canada. Villaggi e ghiacciai, montagne e chalet, spiagge e dune, cattedrali e barche: un diario dipinto d’Europa e non solo, tenuto con la costanza di chi guarda per mestiere e per vocazione.
Nata in Scozia, Jean Playfair Evans in Scozia non visse quasi mai. A ventun anni aveva già attraversato l’Europa con la famiglia, con soggiorni a Zurigo, Livorno, Firenze, Bagni di Lucca e Antignano; prese lezioni di disegno in più città, ma con pochi studi formali, coltivando piuttosto lo sguardo diretto sulle cose. L’Italia, e la Toscana in particolare, appartengono dunque alla sua formazione più intima: sono i luoghi dove imparò a vedere. Sposatasi nel 1893 con Ernest Agard Evans, visse a Dresda e poi, dal 1899, a Losanna, sul Boulevard de Grancy, che restò la sua casa salvo i periodi inglesi durante le due guerre mondiali.
Alla data del nostro acquerello, il 1929, Jean è ormai vedova. Porta però avanti da sola l’attività editoriale avviata dal marito nel 1896, una guida turistica europea che dal 1900 usciva con il titolo XXth Century Health and Pleasure Resorts of Europe: pagine dedicate alle stazioni climatiche e ai luoghi di soggiorno del continente. È la stessa vocazione che la muove con i colori. Viaggiare e dipingere sono, per lei, un solo gesto; e in uno di quei viaggi il taccuino si apre proprio qui, sotto la Raticosa.
Che una pittrice cosmopolita si fermasse a Pietramala non deve sorprendere. Il borgo, piccola ma importante frazione di Firenzuola, sotto il Passo della Raticosa e a un passo dal confine con l’Emilia-Romagna, è stato per secoli una tappa obbligata sulla via storica fra Firenze e Bologna, animato posto di dogana e stazione postale dove i viaggiatori cambiavano i cavalli e riprendevano fiato. E Pietramala aveva, per di più, una fama tutta sua: i celebri «fuochi», i terreni ardenti da cui affioravano fiamme di gas naturale. Nel settembre del 1780 vi giunse Alessandro Volta, che riconobbe in quel gas il metano e descrisse le fiamme «leggere, ondeggianti, e di color ceruleo la notte». Per generazioni, quei fuochi furono meta dei viaggiatori del Grand Tour, prima di spegnersi poco più di un secolo fa con l’avvio delle estrazioni.
Quando Jean Playfair Evans vi posò il cavalletto, insomma, non faceva che aggiungere il proprio nome a una lunghissima teoria di forestieri passati da Pietramala con lo sguardo pieno di stupore. Ma il suo è uno sguardo diverso: non cerca il prodigio dei fuochi né la solennità del valico, bensì il quotidiano. Sceglie un cantuccio di case, una scala, un’aia — la vita minuta del paese — e la fissa con la delicatezza dell’acquerello, che tutto sfuma e nulla dimentica.
Il valore di questo ritrovamento sta proprio qui. Non si tratta soltanto di un piccolo, garbato foglio d’artista: è un documento. Un’immagine di Pietramala com’era nel 1929, restituita da una mano attenta, che permette di confrontare quell’angolo di allora con quello di oggi e di misurare ciò che è cambiato e ciò che resiste. Ed è anche il tassello di una biografia da riscoprire — quella di una donna che dipinse mille volte l’Europa e che, un giorno di quasi cent’anni fa, scelse di dipingere anche noi.
L’acquerello è stato ricondotto alla sua autrice grazie alla collaborazione dei discendenti della pittrice, custodi del suo archivio, che ne hanno confermato la mano e il contesto. A loro, e a chi conserva oggi il foglio, il merito di aver riportato alla luce un piccolo frammento di memoria mugellana firmato da lontano.
Luca Varlani
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 8 settembre 2026

