
FIRENZUOLA – La chiesa dei Santi Cecilia e Matteo al Covigliaio costituisce la terza rettoria dell’antico territorio di Castro. La prima attestazione del toponimo Covigliaio risale al 1536, quando Niccolò Machiavelli lo menziona durante una ricognizione militare nell’Appennino: “presso a quattro miglia allo Stale è un luogo detto Covigliano (sic), dove è un cattivo passo e possi fare ancora più cattivo”. (1)
La località deriva il suo nome da coviglio, termine che significa ricovero o luogo nascosto. Tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, nel corso della visita pastorale dell’arcivescovo di Firenze Alessandro de’ Medici, la chiesa viene descritta come un piccolo edificio dalle modeste rendite e solo parzialmente officiato, tanto che i suoi rettori erano costretti a risiedere altrove. L’antica chiesa sorgeva poco distante dall’attuale, in una località ancora oggi nota come Chiesa Vecchia.
Nel 1786 la chiesa venne staccata dal piviere di Cornacchiaia e annessa a quello di Pietramala. La costruzione dell’edificio odierno ebbe inizio il 7 maggio 1857. Nello stesso anno papa Pio IX, durante il viaggio da Bologna a Firenze, transitò per il Covigliaio, benedisse il cantiere appena avviato e contribuì alla realizzazione della nuova chiesa con una generosa offerta. Sempre nel 1857 il granduca Leopoldo II di Toscana donò il magnifico altare maggiore, proveniente dalla soppressa chiesa fiorentina di Santa Cecilia e realizzato tra il 1628 e il 1641. Esso fu provvisoriamente collocato nella vecchia chiesa, in attesa del completamento dei lavori.
L’altare è un pregevole esempio di arte ispirata ai canoni del Manierismo, realizzato in marmi policromi e pietre dure e completato da un raffinato ciborio, con una porticina in rame argentato raffigurante Cristo nell’atto di abbracciare la croce. Nella parte superiore è incastonato un cristallo color ambra. La nuova chiesa, progettata dall’architetto Angelo Mannini, fu edificata in forme neogotiche grazie anche alle offerte della popolazione e all’impegno del parroco don Ferdinando Benelli. I lavori si conclusero nel 1860.
Il 4 Luglio 1861 Covigliaio ricevette la visita pastorale dell’arcivescovo Giovacchino Limberti. Il canonico Palagi, che faceva parte del suo seguito, la ricorda con queste parole: “Ci siamo portati stamani a visitare la chiesa del Covigliaio. Sono restato veramente meravigliato di questa magnifica chiesa, fabbricata in pochi anni dall’ottimo parroco Ferdinando Benelli. È tutta di stile gotico, con vetri colorati, e nell’esterno ricoperta di bozze di pietra. Vi è l’altar maggiore, che è stato levato dalla chiesa antica, e che apparteneva ad una antica chiesa di Firenze, dov’è ora la distribuzione delle lettere nella piazza del Granduca; tutto marmi bellissimi, a pietre dure preziose intorno al Ciborio. L’ingegnere della chiesa è stato il nostro sig. Angiolo Mannini. S.A.R. il granduca Leopoldo favorì fin dal principio quest’opera colle sue elargizioni. Ha dato molto anche il principe Demidoff. Il Santo Padre la benedisse quando nel ’57 passò di qui, e per due volte elargì una buona somma. Ma più di tutti ha dato il buon parroco, che ha fatto un debito di mille scudi. Monsignore Arcivescovo vi ha celebrato la Messa, e si sono fatte le associazioni per i defunti in quattro luoghi: nel camposanto antico e nel nuovo, nella chiesa antica e nella nuova”. (2)
Nel 1912 la chiesa fu teatro di un grave furto: venne infatti sottratta una preziosa terracotta invetriata, attribuita a Luca della Robbia, raffigurante la Madonna con il Bambino tra due angeli. Il furto avvenne nello stesso anno della scomparsa della celebre Madonna della Traversa di Andrea della Robbia. Si suppone che si sia trattato di un’azione su commissione, destinata al mercato antiquario internazionale. Secondo le voci del tempo, l’opera sarebbe stata trasferita in Inghilterra, ma non è mai stata ritrovata. Oggi al suo posto è conservata una terracotta di ispirazione robbiana raffigurante la Madonna circondata da angeli.
Tra gli elementi di maggiore interesse dell’interno si segnalano il pulpito ligneo della terza campata, sostenuto da una mensola in pietra; al di sotto si trova un tabernacolo neogotico, nel quale è collocata una statua di sant’Antonio, acquistata nel 1911.
Di particolare pregio è anche il fonte battesimale in pietra, racchiuso da una cancellata in ferro e coperto da un coperchio ligneo. Sulla parete soprastante è collocata una terracotta invetriata raffigurante il Battesimo di Cristo, che completa uno degli angoli più suggestivi dell’edificio sacro.
Nel 1944 la chiesa subì la violenza della guerra; il parroco la ricorda così in una lettera inviata al suo arcivescovo: “Dopo tante sofferenze e pericoli, posso dire che per grazia di Dio sono e abbastanza in salute. Anche i miei parrocchiani che io ho seguito in tutto il tempo della massima sventura, sono tutti vivi. Ora tutti siamo tornati alle case, delle quali, diverse sono rimaste sinistrate e crollate. La chiesa e canonica hanno bisogno di riparazione ai tetti, alle finestre, alle docce e alle pareti, ma in complesso posso accontentarmi, chè tutto ho trovato in piedi. Anche gli arredi sacri ho potuto salvare, avendoli per tempo nascosti in posti assa sicuri. La chiesa è stata occupata nei primi giorni dai tedeschi e dopo dagli americani, ma l’ho ribenedetta e già riaperta per il culto”. (3)
La situazione sociale nel 1841
Per finire, come faccio di consueto, uno sguardo alla situazione sociale della parrocchia del Covigliaio nel 1841, ricavata dal censimento granducale di quell’anno, che restituisce un quadro piuttosto eterogeneo e articolato. Gli abitanti sono 202, suddivisi in 38 famiglie che risiedono in 37 case, con un numero significativo di coabitazioni.
Sono diciannove le persone che svolgono lavori salariati, indicate nel censimento con appellativi differenti: due sono definite braccianti pigionali, cinque operanti pigionali, sei semplicemente operanti, una misero bracciante e cinque misero operante. La mezzadria risulta invece poco diffusa: sono presenti un solo colono e un colono parziario. Due lavoratori, classificati come pigionali braccianti, svolgono il mestiere di carbonaio, mentre un’altra persona è impiegata come pastore.
Accanto a coloro che svolgono attività legate all’agricoltura, è presente un gruppo piuttosto consistente di persone impegnate in attività artigianali, commerciali e legate all’accoglienza e al transito dei viaggiatori. Tra queste figura Giuseppe Panzacchi, maestro di posta e gestore della locanda annessa, che tiene al proprio servizio un servitore, un cameriere e uno stalliere. Sono inoltre presenti un mugnaio, un oste, una sarta, una trecciaiola, due fabbri, una lavandaia e una piccola bottegaia, della quale il censimento non specifica il genere di attività e che gestisce la bottega con l’aiuto della figlia. Due persone sono impiegate come garzoni.
Particolarmente numerosi sono i postiglioni, che ammontano complessivamente a sette, tra titolari e aiutanti. La loro presenza è probabilmente legata all’importanza del servizio di posta e di transito dei viaggiatori, testimoniata anche dalla presenza della locanda e della stazione di posta. Gli agricoltori possidenti sono cinque, mentre un’altra persona è indicata genericamente come proprietario. Tredici persone sono invece definite attendenti al lavoro, espressione con la quale si indicano coloro che collaborano alle attività economiche della propria famiglia.
Il censimento registra inoltre una provvisionata, cioè una persona che riceve periodicamente un sussidio economico, e due vitaliziati, che vivono grazie a un vitalizio. Nell’elenco compaiono anche due persone definite infelici di salute e una indicata come oppressa da paralisi grande, testimonianze della presenza di condizioni di fragilità e di dipendenza economica. Il parroco è don Giovan Battista Bellini, che convive con le nipoti Maria Angiola, di 27 anni, e Maria Luisa, di 10.
Particolarmente significativa è la condizione dei lavoratori salariati e dei loro familiari: una parte consistente di essi è infatti classificata come indigente necessario o indigente casuale. Queste definizioni evidenziano l’estrema precarietà economica associata al lavoro salariato e la vulnerabilità delle famiglie che dipendevano da redditi incerti e discontinui.
Per quanto riguarda le donne, salvo pochissime eccezioni, le attività lavorative risultano svolte prevalentemente all’interno dell’ambito domestico: cinquanta sono indicate come impegnate nelle attività di casa, mentre quattordici svolgono il mestiere di filatrice.
Anche l’istruzione appare poco diffusa. Le persone che sanno leggere e scrivere sono ventiquattro, mentre quattordici sanno soltanto leggere. Si tratta in larga parte di individui impegnati in attività autonome oppure in mansioni legate all’accoglienza, al servizio e al supporto dei viaggiatori. Il dato sembra quindi evidenziare una relazione tra alfabetizzazione e posizione professionale, con livelli di istruzione più elevati tra coloro che svolgono attività qualificate o a diretto contatto con il movimento di persone e merci.
L’aspettativa di vita appare piuttosto bassa: undici persone hanno un’età compresa tra i 60 e i 69 anni, sei superano i 70 anni, ma nessuna raggiunge gli 80. Per quanto riguarda l’Albergo del Covigliaio, struttura ricettiva di prim’ordine della località, rimando a un mio articolo già pubblicato sul Filo del Mugello (articolo qui).
Note
(1) Machiavelli, Epistolario, da Stefano Casini, Dizionario biografico geografico storico del comune di
Firenzuola, Firenze, 1914, vol. III, p. 56.
(2) Bernardino Checcucci, Guido Palagi canonico della Metropolitana Fiorentina, Firenze, 1872, p. 259.
(3) Preti fiorentini. Giorni di guerra 1943-1945. Lettere al Vescovo, Firenze, 1992, p. 246.

Sergio Moncelli
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – Settembre 2026

