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Home»Le Arti»Letteratura»Matteo e la zizzania
6 Mins Read Letteratura

Matteo e la zizzania

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Contadino che brucia sterpaglie

UN RACCONTO INEDITO DI NICOLETTA MARTIRI LAPI


C’era una volta un bambino che si chiamava Matteo.
Il suo babbo faceva l’agricoltore e quindi la famiglia viveva in campagna, in una casina circondata da tanti campi: un quadrato di vigna, un rettangolo di granturco, un trapezio di grano ed intorno verdi prati per la gioia delle mucche e delle pecore.
Prima ancora di dire “babbo” e “mamma” Matteo parlava con le nuvole, il fiume ed il noce che stava vicino alla sua casa.
Alle nuvole gridava “Uh, Uh” quando le vedeva arrivare a coprire il sole e le mandava via sventolando la mano e picchiando il piede in terra per fare finta di essere arrabbiato.
Col fiume faceva lunghi colloqui a base di “glo glo” e rideva buttandogli addosso i sassi, cercando invano di catturare i pesci ed i girini che scivolavano via indifferenti.
Il noce era il posto sicuro dove starsene disteso all’ombra d’estate: era la sua casina personale.
Matteo lo abbracciava, metteva il suo visino contro il tronco e gli diceva mille “Ghe ghe” che solo il noce capiva.

Crescendo, aveva continuato a chiacchierare con loro.
Alle nuvole chiedeva: ”Cosa avete visto al di là di quei monti? Riuscite a vedermi anche se siete così alte?”
Al fiume diceva in segreto: ”Un giorno mi costruirò una zattera e verrò con te per vedere dove vai a finire.”
Il noce era sempre il suo rifugio preferito. A volte lo sgridava: “ Sei diventato un pigrone: Se continui così ti dovrò segare”. Poi l’abbracciava e diceva : ”Lo sai che scherzo!”

C’era un nuovo amico a cui, crescendo aveva cominciato a dare relazione perché si era accorto di quanto stava a cuore al babbo: il grano.
Gli andava vicino, lo sfiorava con la mano, piano, per non stroncarlo e gli sussurrava” Cresci, cresci. Quando diventi giallo? Quando ti spuntano i chicchi?”

Un giorno il babbo si sedette a tavola col viso rannuvolato.
“Che succede? Cosa c’è che non va stamani?” gli chiese la mamma.
“C’è che nel nostro bel campo di grano c’è entrata la zizzania. “
“Evvia, che vuoi che sia, andiamo noi a strappare la zizzania, sta’ tranquillo” dissero le sorelle di Matteo e si alzarono perché appena avevano un’idea granopassavano subito all’azione.
“Ferme, per l’amor di Dio -gridò il babbo- Chissà che pasticcio combinereste. Sareste capaci di strapparmi il grano!”
“Aspetta -disse la mamma- ci penserà Matteo, sono sicura che lui sa riconoscere qual è il grano e qual è la zizzania.”

E, in quel pomeriggio pieno di nuvole in corsa in un cielo altissimo, Matteo si avviò verso il campo di grano.
“Non ho tempo per voi, oggi” disse alle nuvole. ”Ho un lavoro importante da fare.”
“Resta qui” gli gridò dietro il noce.
“Ti racconterò tutto dopo” disse Matteo.
Passando sopra il ponticino, anche il fiume lo chiamò. “Vieni a pescare?”
“Oggi non posso, ho da fare, verrò domani.”
Arrivato al campo si sdraiò sul viottolo che lo divideva in due e annusò l’odore della terra che gli piaceva tanto.

Poi guardò amichevolmente il grano.
“Come stai? “ disse. “ Fai fatica a crescere? Quell’erbaccia ti sta soffocando, vero?”
Il grano tossì con sforzo per far vedere quanto stava male.
Ma una vocina arrabbiata fischiò all’orecchio di Matteo.
“Non mi offendere! Non sono un’erbaccia! Mi chiamo zizzania ed ho diritto di crescere proprio come questo bel signorino qui accanto.”
“Scusa -disse Matteo- Hai un nome simpatico con tutte quelle zeta ma sei una birbante perché rovini il campo di grano”.
“E chi ha deciso che il campo deve essere del grano? -disse, sempre risentita, la zizzania- Potrebbe essere anche un bel campo tutto di zizzania. Oppure di tutt’e due: è l’ora di finirla con i privilegi. C’è posto per tutti in questo mondo. Secondo me tu dai troppa importanza a questo superbione che si da’ tante arie, specialmente quando mette su la spiga e guarda tutte le altre povere erbe come fossero spazzatura.”
“Ma, cara la mia zizzanietta -disse gentilmente Matteo- Il grano è importante proprio per quella spiga piena di chicchi buoni da mangiare: lo sai che i chicchi di grano macinati diventano farina e la farina con l’acqua diventa pane? Io un pane di zizzania non l’ho mangiato mai.”
“E ti sembra giusto che sia importante solo quello che puoi mangiare? Ma come ragionate, voi uomini? Questo si mangia: va bene; questo non si mangia, si butta via, si brucia… brr perché la fine che mi aspetta è proprio questa, vero? Tu mi vuoi strappare e poi bruciare… Che ingiustizia, che cattiveria! E il Signore mi avrebbe creata solo per bruciarmi? Che cosa assurda! Ho anch’io il diritto di vivere: sei un razzista!”
“Io non ti voglio strappare. E non lo farò. -sussurrò Matteo, guardando con affetto la zizzania-Ma verrà mio padre o qualcun altro e non si fermeranno a chiacchierare con te e ti sradicheranno senza perder tempo. Mi dispiace, ma non posso farci nulla. Ciao e buona fortuna.” E così dicendo si alzò da terra e andò verso casa.

La mamma gli chiese:”Allora, l’hai riconosciuta la zizzania?”
E Matteo rispose:”No, non l’ho riconosciuta.”
Così le sorelle si misero a ridere e lo presero in giro.
Poi Matteo si avvicinò a suo padre e gli chiese: ”Ma la zizzania non serve proprio a nulla?”
“A nulla, bambino mio. E’ un’erbaccia. Ma ora ci penso io!”

Qualche giorno dopo, Matteo se ne stava pensieroso sotto il noce. Aveva raccontato la storia del grano e della zizzania all’albero suo amico e continuava a pensarci e ripensarci.
Improvvisamente si accorse che c’era un fuoco dalle parti del campo di grano. Corse laggiù e vide un bel falò di erbe ormai secche e lì vicino un vecchio malvestito, con le scarpe rotte che si fregava le mani e disse, ridendo, a Matteo: ”Che bel fuochino! Mi ci voleva proprio perché, vedi, bambino, quando si dorme sotto un ponte, il problema più grosso è il freddo.”
Ma Matteo lo sentì appena. Perché più forte arrivò ai suoi orecchi la vocina della zizzania che gridava: ”Matteo! Sono contenta! Lo vedi: anch’io servo a qualcosa!”

 Nicoletta Martiri Lapi

© il filo, Idee e notizie dal Mugello

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