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Home»Le Arti»Fotografia»Il nostro grande fotografo. L’ultima intervista a Mario Calzolai
4 Mins Read Fotografia

Il nostro grande fotografo. L’ultima intervista a Mario Calzolai

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Mugello in Bianco e Nero

Quando a Mario Calzolai parlavi di fotografia, gli si illuminavano gli occhi. Come nel maggio scorso, quando lo intervistai, per il settimanale della Nazione, Solo Mugello, ed era contento di poter parlare della sua passione. Mentre parlava non finiva di sfogliare quel suo libro “Mugello in bianco e nero” che negli anni ’90 realizzò con “Il Filo”. Una collaborazione, quella col nostro mensile, iniziata presto, con le sue foto che tanti numeri delle prime annate illustravano con poesia.Mario Calzolai

Perché Mario era un poeta dell’immagine. Artista umile, ma appassionato.

“La passione per la fotografia –diceva- l’ho sempre avuta. Molto spesso, ero ancora un bambino, capitava a casa mia un lontano parente che faceva foto, vedeva che ero incuriosito, e cominciai ad andare con lui. Era la metà degli anni ’30. Non avevo macchine, e quando capitavo a Firenze da lui, mi faceva vedere come stampava: la prima volta fu un’esperienza eccezionale, aver davanti un foglio bianco e vedere apparire lentamente l’immagine, è un’emozione grandissima per chi ama la fotografia!”. Mario raccontava spesso del suo rapporto con Federico Bencini: “Bencini è stato un gran maestro, ha insegnato a tutti, a cominciare dalla messa a disposizione la sua camera oscura agli appassionati, e poi con la fondazione del circolo fotografico L’immagine”.

Quello che colpisce nelle foto di Mario Calzolai è il realismo e la verità, l’essenza delle cose semplici. “Le cose che più mi interessavano –diceva- erano il lavoro, i vecchi, i bambini, vari aspetti del paese. Un paesaggio lo studi, lo guardi, da un angolo, poi dall’altro, è una questione di luci. Con le persone invece bisogna essere svelti, senza voler essere per forza perfezionisti. Ma bisogna soprattutto metterci l’amore. Fotografare in sintonia, l’occhio, il cervello e il cuore. Quando questo entra in sintonia con la macchina c’è tutto, diceva Cartier Bresson”.

E sicuramente tra gli amori di Mario c’era quello verso il suo paese, dov’era nato l’11 gennaio 1928. La famiglia era originaria di Rabatta e così Mario ricordava la sua gioventù: “Il mio nonno paterno esercitava l’attività di barbiere e sarto, e anche il mio zio. Anch’io ho lavorato con lui. Prima però ero stato preso come ragazzo da ufficio, in una società di Milano, la Soterna –che poi ha dato il nome alla zona- e che a Borgo doveva costruire una fabbrica a capitale italiano, tedesco e svizzero per produrre alcol e vernici dal legname, eran tempi di autarchia. Il mio lavoro era stare al centralino e ricopiare a macchina fatture e documenti, allora, si era nel 1942, non c’erano le fotocopiatrici.mostra pcm 2007 Poi con il precipitare degli eventi bellici la Soterna chiuse e la fabbrica non fu mai realizzata. Così andai da mio zio barbiere, nel 1943. Intanto il fronte di guerra si avvicinava, e Borgo si svuotò, andammo tutti nelle campagne. Io ebbi la fortuna di essere sfollato a Viterete: i proprietari non vollero si pagassero la legna, ci misero a disposizione legna, grano e formentone. Dopo la Liberazione, si tornò alla vita consueta: il lavoro di barbiere all’inizio non mi appassionava, poi però lo feci volentieri fino al 1978, con la bottega in corso Matteotti, quasi davanti al teatro Giotto. Smisi perché mi resi conto che la pensione che potevo percepire sarebbe stata una miseria, capitò un concorso per custode in comune, lo feci e lo vinsi, poi passai centralinista. E mi dissi: ho cominciato a fare il centralista e finirò come centralinista. Ero stimato, mi volevano tutti bene, colleghi, amministratori. Quello in comune è stato un momento davvero felice”.

Sulla situazione odierna Calzolai faceva una fotografia a tinte più scure: “Tante cose sono cambiate –disse amareggiato-, e molte cose le abbiamo perse. Molto tralasciati sono i giardini pubblici, chiamarli giardini è un sacrilegio. E anche tante parti del paese sono state ristrutturate male, abbiamo perso loggiati, decorazioni. Anche il Palazzo del Podestà prima era tutto in pietra, ed era molto bello. Ed è cambiata anche la gente, c’era uno spirito comune, ci si ritrovava di più a parlare, mentre oggi sembra che niente interessi davvero. E mi sembra che in passato vi fosse meno menefreghismo. Il volontariato c’è ancora, ma prima c’era più solidarietà di paese”. Una fotografia impietosa, ma reale. Come quelle che Mario Calzolai scattava, da maestro qual era.

Paolo Guidotti

presentazione libro Mario

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