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La bellezza qui era di casa

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LUCO DI MUGELLO – Firenze ci è debitrice. Dei tortelli di patate, dell’acqua di cui si disseta, dei sogni di Dante, del rombo dei motori. E di due opere pittoriche che il mondo ci invidia.

Erano quassù. La Pietà nel monastero femminile di Luco, la Pala dello Spedalingo in una chiesetta ai confini del bosco, a Grezzano. La bellezza assoluta a distanza di un tiro d’arco. Quando, lo scorso anno, è stata inaugurata la mostra sul ‘Cinquecento fiorentino’, la pala di Andrea del Sarto svettava proprio al di sopra di una scultura michelangiolesca, all’ingresso. Il maestro la creò all’interno del monastero che lo ospitava. Vi si era rifugiato per paura di morire di peste. Andrea dipinse la badessa ai piedi del quadro, nelle fattezze di Santa Caterina d’Alessandria. Non era affatto raro che il committente chiedesse all’artista di essere rappresentato nell’opera. Il pagamento di un bel gruzzolo di fiorini d’oro gli dava questo diritto.

I gialli e i rossi delle vesti dei protagonisti simulano una sorta di sipario su cui si staglia la figura del Cristo. Di faccia a chi osserva il calice dell’eucarestia. Non c’è violenza nella morte, solo il dolore della Vergine.

Madonna in trono con quattro Santi. Un tempo nella chiesa di Grezzano, ora agli Uffizi

Di ben altro impatto la Pala di quell’eretico che fu Rosso Fiorentino. Correte al museo di Volterra e godetevi la sua Deposizione del Cristo morto, una delle dieci opere pittoriche che salverei alla fine del mondo. Oddio, anche lo Spedalingo non scherza. Basta rileggersi la storia dei rapporti tra committenza (il rettore dell’ospedale di Santa Maria Nova) ed esecutore: offese, accuse, mediazioni infinite. Quei santi sembravano diavoli. Scheletrici, ‘disperati e crudeli’ li definì da par suo il Vasari. Insomma, una rappresentazione blasfema che non poteva essere affissa nella sacrale maestà di Ognissanti. Fu così che il rettore la spedì, intorno al 1525, in una chiesetta di campagna, Grezzano appunto, dove è rimasta fino al 1900. I vecchi del posto la ricordano ancora, almeno nel racconto dei padri e dei nonni.

Si trattava di un quadro oltremodo prezioso dove alla serenità dei due angioletti intenti a leggere un libro si somma l’inquietudine in cui sono immerse le figure maggiori, San Girolamo più di ogni altro.

Il capolavoro di Andrea del Sarto rende ancor più preziosa la Galleria Palatina, la sacra rappresentazione di Rosso rende sublimi gli Uffizi.

Se da qui alla fine del secolo, anche per una sola giornata, la soprintendenza volesse restituircele, sapremmo bene cosa farne. Godercele come un DomPerignon Gold 2000 nei luoghi che le hanno mantenute al sicuro, proprio dove generazioni di contadini si inginocchiarono a pregare circonfusi da tanta bellezza.

Riccardo Nencini
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 14 luglio 2019

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