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Home»Copertina»Diego Garoglio, il poeta della natura, ed il suo periodo firenzuolino
7 Mins Read Copertina

Diego Garoglio, il poeta della natura, ed il suo periodo firenzuolino

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FIRENZUOLA – Un poeta interessante tra quelli nati o legati a Firenzuola, è senza dubbio Diego Garoglio. Nacque a Montafia, vicino ad Asti nel 1866; si laureò in lettere all’università di Firenze, dove si stabilì definitivamente nel 1897. Fu scrittore fecondo e tra i promotori delle riviste “ Vita nuova “ e “ Il Marzocco “.
Quello che a noi interessa, della poetica di Diego, è soprattutto un volumetto di poesie intitolato “ Canti di Pietramala “, edito nel 1930 da “ La Cavalcata “ di Firenze.
Diego elesse il territorio di Firenzuola come suo luogo di villeggiatura soggiornandovi tra il 1919 e il 1930. Dapprima alloggiando alla Selva, poi si trasferendosi a Pietramala presso l’albergo Gualtieri.
Il poeta scelse questi monti come luogo dove ritirarsi in solitudine dalle fatiche della città. Era solito camminare continuamente soffermandosi ad osservare anche le cose più insignificanti : una sorgente, un albero mosso dal vento o un filo d’erba che cresce. Dopo queste lunghe passeggiate scriveva di una poesia intima e naturalistica. Gli piaceva sdraiarsi sui prati, non per oziare ma per scordarsi “ ciò che al mondo avviene, e per cui solo si combatte e vive in faticose e fratricide arene”. Qui trovò la pace dell’animo, una profonda pace “ in grembo alla natura nella solennità della foresta, tacita come un tempio in cui si adora “. Non mancano le poesie dedicate alla pensione e ai suoi ambienti ( alla sua camera, al camino o al termosifone appena installato ) e a membri della famiglia Gualtieri ( ad Agatina ne dedicherà una molto bella intitolata “ Il monte Canda e la sua reginetta “). La sua lirica è di poeta consumato avvezzo a maneggiare i versi, ma rimane avvolta da un velo incantato e si ammanta di stupore e di meraviglia per le piccole cose.
Anche se si era risposato nel 1898, dopo la morte della prima moglie, con Amelia Foà dalla quale ebbe tre figli, non traspare nei Canti di Pietramala la presenza dei familiari, nei suoi soggiorni montani, come se avesse scelto questi posti quasi come luogo di eremitaggio, nel quale distaccarsi da tutto e da tutti, per riconciliarsi con la natura e col mondo.
Diego morì a Firenze il 21 novembre 1933.

Di seguito alcune tra le poesie più significative di Diego Garoglio:

Il monte Canda e la sua reginetta

Il Canda quasi tutto à già svestito
il bianco suo mantello d’ermellino,
che il sole à logorato e il vento sperde.
Or ne vuol uno di velluto verde,
soffice, caldo, d’assai fine ordito,
ma con ricami in bianco, oro, turchino.
Vuol festeggiare con la primavera
il monte Canda la sua reginetta,
che ama da tanto e già da tanto aspetta.
” Fuori i tappeti molli! è già l’aprile ….
Presto verrà la mia Gentile;
salirà al cuore mio leggera.
Si cingerà di tenera ghirlanda
d’ erbe e fiori le chiome, e sul mio manto
assisa, dalla vetta solitaria,
lampeggiando negli occhi, ebbra di canto,
canterà perchè il mio nome si spanda
armonioso e libero nell’aria.
Di canto e di fulgor sazia: O compagna,
sul mio soffice manto di velluto
( io le dirò ) distenditi, riposa.
Canterà il vento sotto il cielo muto
l’ epitalamio alla novella sposa,
reginetta, per me, della montagna”.
Io sento odore di fiorita landa,
donna, sulle tue vesti e sulle tue chiome;
vibra del sogno ancor la voce lieta,
brillan gli occhi di voluttà segreta …
Tradisce il vento ad un poeta il nome
della tua reginetta, o Monte Canda!
Un querciolo
Sul monte Beni, in una solitaria
forra tra sassi ed erba, sta sospeso
un fitto arbusto,
che tutto solo
col suo diritto fusto,
s’indora e trema ai brividi dell’aria,
e si riscalda al sole:
par di lontano un candelabro acceso.
M’accosto: è un bel querciolo
chiomato di ricciute e aride foglie.
Nell’intrico di rami secchi e stenti
vedo sorrider tenere viole
mammole, che nessuna mano coglie,
ne coglierà.
Sbocciate sull’aeree pendici
della montagna, – sopra e fuor del mondo –
suggono intatte dal cuore profondo
di mamma il succo all’esili radici.
E ciascuna vivrà
ignota, ignara, nella vita breve
– che il querciolo protesse con la neve,
il sole accese e il vento scioglierà –
giorni felici.
E il robusto querciolo,
che nei rigidi mesi dell’inverno,
dei chiusi germi vigilò sul sonno,
e ne vide sbocciare ogni germoglio
tenero, con orgoglio
quasi paterno,
e con amor di nonno;
che più non le vedrà fresche, fiorite
coi verdi cespi accanto,
ricorderà le mammole sparite,
con un segreto duolo
e un sottile rimpianto.
E pur quando avrà tutte rinverdite,
anch’esso, le sue gialle aride foglie,
ricordando ogni petalo, ogni stelo
esile delle mammole,
e il lor profumo ed il color del cielo,
– per quelle vane spoglie –
lassù più ancora si sentirà solo.

Le rificolone
I villeggianti della mia Pensione
ànno pensato – prima
che si sperda la bella compagnia,
nel lento declinar della stagione,
col prossimo ritorno alla città –
ad una fantasia.
Nel cuore della notte escono fuori
in corteo lungo sulla bianca via,
portando sulla cima
di lunghe mazze le rificolone
multicolori,
tra risa e canti, musiche e clamori
come di pazzi.
Sembran tanti ragazzi,
che con l’anima sgombra
d’ogni altra cura,
innalzino gioiosi i fiammei cuori,
che fantasticamente avvivan l’ombra
dell’alta notte oscura,
coi lor palpiti di felicità.
Ma i dondolanti vaghi palloncini
a poco a poco
ahi! si spengon, si bruciano… e non resta
di tanto fuoco,
della notturna e sì gioiosa festa,
che il fastello dei nudi bastoncini.
Taccion le risa, i canti ed i clamori:
nella notte e sui cuor più densa è l’ombra.

Villa Dalle Rose
Lo so che assai ti piace
quest’ampia Villa,
così austera e tranquilla,
dall’olezzante nome: Dalle Rose,
che se di fuori appare un poco tetra
coi muri antichi del color di pietra,
dentro dev’esser bella assai, capace
di sale spaziose;
che, a fronte dell’alta Pieve,
ultima ai raggi del morente sole
sopra la valle accesa,
à dietro una così vasta distesa
di verdi prati ameni,
ora già costellati
di bucaneve,
di mammole, di primule, e viole,
con macchie qua e là di pini e abeti,
che offrono nei recessi più segreti
a spiriti sereni,
contemplativi,
pei brevi dì del viver fuggitivi,
la più profonda pace.
Non so, Minna, perchè tanto ti piace
questa misteriosa
villa, che dentro non vedesti mai,
di cui sente il tuo cuor quasi il bisogno
come di una tua cosa,
e di cui tanto sai
per non so qual malia …
L’ài vista forse in un notturno sogno,
che, non mendace,
dir ti farebbe ” questa villa è mia?”
O forse anticamente
fu solinga dimora
di un’obliata tua dolce parente,
che vi chiuse la splendida fiorita
della sua vita
intensa e breve,
in una molle sera
della lussureggiante primavera,
o fra il candor virgineo della neve?
Mistero ….
Eppure mi tormenta e un po’ mi culla
questo pensiero
dell’arborata villa
– così ampia e tranquilla –
che appar quasi lasciata in abbandono;
che invano, invano agogno
d’offrirti in dono
come sol posso con la fantasia.
Eppur chi ne sa nulla!
Ascolta, o Minna mia,
ascolta:
non mente sempre una voce segreta …
La vita qualche volta
è ancora più ricca del sogno
e del cuor di un poeta!

La mia camera
La mia camera – la più solitaria
a sommo dell’albergo – dà sul monte;
tra un vel di fronde tremule nell’aria,
se appena muova; bimbe a giocar pronte.
Quando, stanca, la mente il filo perde
de’ suoi pensieri, tra il mobile velo
guardo il Canda col suo tesoro verde
d’erba e di pini ed alzò gli occhi al cielo.
E l’anima mia tuffo nell’azzurro
per serenarmi d’ogni ombra di noia;
odo dei pioppi il tremulo sussurro,
e la fatica si converte in gioia.
E rapide così passano l’ore,
finché la luce a poco a poco scema
a valle e ne la stanza; il giorno muore,
ma vive ancor sulla vetta suprema.
Forse benigno più che agli altri il Canda
a me sorride nella veste d’oro,
e l’ultimo saluto suo mi manda,
premio del duro e lungo mio lavoro.

 

Sergio Moncelli
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 7 Ottobre 2020

FIrenzuola pietramala poesia
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