
DICOMANO – Nell’immaginario collettivo, un luogo per la raccolta di reperti storici e archeologici, si realizza come un ambiente polveroso e anonimo, povero di attrazioni, riservato a pochi addetti ai lavori e tecnici che nello studio di pochi frammenti manufatti vi cercano risposte alla storia e ai costumi di antiche civiltà.

Questa sensazione sembra svanire di colpo appena si varca l’ingresso del Museo Archeologico Comprensoriale del Mugello allestito al piano terra del Palazzo Comunale, in piazza della Repubblica a Dicomano.

Inaugurato nel lontano inverno del 2008, il Museo Archeologico, come gli altri presenti nella valle, è il frutto di un ampio progetto di museo diffuso promosso in passato dalla Comunità Montana in completa sinergia con la Soprintendenza ai Beni Archeologici della Toscana, istituzioni comunali e volontariato locale.

Una proposta ambiziosa ma importantissima, che ha permesso di tutelare e valorizzare opere d’arte e oggetti di interesse storico e scientifico relativi ad ogni settore della cultura, indispensabili per la conoscenza del territorio.

Piccolo ma affascinante lembo della Toscana, il nostro territorio conserva e restituisce periodicamente tracce di una prolifica attività umana che ha generato nel tempo un patrimonio inestimabile, in grado di caratterizzare ogni epoca, dalla Preistoria alla Storia, dal Medioevo al Rinascimento.



La rilettura di ognuno di questi periodi è possibile seguendo un itinerario di visita percorribile in senso antiorario, visitando vetrine eleganti e ben allestite che ci propongono un numero consistente di reperti raccolti in oltre quarant’anni di ricerca sull’intero territorio, alcuni frutto di un’attività archeologica organizzata, altri dovuti a ritrovamenti fortuiti.



Attraverso questi reperti è possibile ad esempio, tratteggiare il costume e la vita di cacciatori e raccoglitori che 30.000 anni fa si dedicavano alla raccolta e alla trasformazione di erbe palustri lungo un tratto della Sieve poco distante da Barberino, ora sommerso dalle acque del lago di Bilancino. Molti degli oggetti dedicati a questa attività insieme a raschiatoi, nuclei, schegge della stessa epoca sono visibili nelle prime teche espositive.



Proseguendo nella visita, l’evidente evoluzione nella forma dei manufatti ci indica una documentazione relativa al periodo “arcaico orientalizzante” (VII-VI sec. a.C.), con le sobrie “ollette” in bucchero e altro vasellame emersi dal contesto etrusco de i Monti, indagato nel 1983 al lato della Fortezza di San Martino a San Piero a Sieve. Il sito sede di una necropoli e di un’area produttiva con due fornaci, ha restituito oggetti molto particolari relativi alla produzione di monili e ceramica di pregio, forse destinati ad un commercio esterno con il resto dell’Etruria.

Non meno suggestivo lo spazio dedicato a Poggio Colla (VI-III secolo a.c.), che ci restituisce splendidi monili e pietre lavorate provenienti da una stipe votiva e da un’ampia zona circostante il sito. Dello stesso contesto fanno parte anche raffinate coppe con alzata, eleganti anfore in bucchero (la ceramica nera degli etruschi) e singolari oggetti in oro finemente lavorati. Non mancano i particolari sorprendenti e curiosi come l’orma di un piede infantile impressa su un frammento di tegola.

Ma l’impatto emotivo e di maggiore suggestione si avverte sicuramente con l’accesso al padiglione delle stele; ampio spazio corredato di due teche semicircolari, dove sono custoditi cippi e stele funerarie di tipo “fiesolano” scoperti in località come Londa, Sandetole, Trebbio, Sant’Agata, Frascole, Montebonello e Travignoli.
Tutte appartenenti allo stesso periodo storico, riferito alla civiltà etrusca del periodo convenzionalmente definito “arcaico orientalizzante” (VIII-V secolo a.c.), appartenevano al corredo funerario monumentale dei ceti più agiati, che usavano segnalare comunemente la presenza delle proprie tombe con questi singolari monumenti visibili anche da grandi distanze. Della pittura primitiva che impreziosiva questi manufatti, (esempi esplicativi sono convenientemente descritti sui pannelli di corredo alle teche) non resta ovviamente alcuna traccia, mentre sono ancora completamente leggibili le decorazioni scolpite nella roccia viva, tutte di particolarissima ed accurata fattura, artisticamente equiparate al tumulo principesco cui erano destinate.

Così, accanto alle linee ormai note della stele di Frascole con il suo ritratto di aruspice (sacerdote) dai lineamenti spigolosi e dal lituo ricurvo, sono godibili ora altre opere con rappresentazioni analoghe, come quelle impresse sul cippo del podere Bellosguardo a Pontassieve, che reca da un lato la figura fantastica di un grifo, e dall’altro l’immagine di un guerriero con lancia e scudo. Immagini di quotidianità, scene di caccia e musici, compaiono invece sui tre livelli della stele di Travignoli, dispersa nel 1825 e successivamente ricomparsa a Fiesole nel 1911.
È alla luce di queste opere maggiori dunque, che acquistano nuovo e più complesso significato anche tutti gli altri oggetti esposti nel museo, testimonianze tangibili di civiltà trascorse e altrimenti destinate all’oblio.
Anche il periodo medievale appare ben rappresentato nell’ampia e articolata rassegna espositiva, con reperti appartenuti all’uso quotidiano dell’epoca, individuabili in oggetti in vetro, manufatti in cotto o ceramica anche decorata, vasellame e monete, provenienti dal massiccio numero di insediamenti fortificati che punteggiavano ogni rilievo delle nostre coline.

Notevoli anche i riferimenti al periodo rinascimentale visibili nella vetrina n°16, arredata con eleganti frammenti di maiolica policroma provenienti dagli scavi avvenuti nella Manica Lunga di Cafaggiolo.
Una raccolta di “prove storiche” di valore straordinario dunque, che offre una percezione unica del nostro passato, per certi versi sconosciuta e apprezzabile solo in questo contesto museale; memoria di popoli eccelsi che seppero cogliere e adottare opportunità esistenziali diverse secondo il proprio costume o l’epoca vissuta; opportunità che lo scorrere del tempo ha proposto naturalmente anche in quest’angolo remoto di Toscana, posto a cerniera tra l’Etruria settentrionale e quella padana.
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 6 Maggio 2020

