MUGELLO – Nelle puntate precedenti, abbiamo visto alcune delle caratteristiche del Regno Fungi. Un Regno collocato a metà strada tra il Regno degli Animali e quello delle Piante. E abbiamo iniziato a parlare delle modalità con cui i funghi si nutrono, ponendo l’attenzione verso i saprofiti. In questa puntata daremo uno sguardo ai funghi parassiti e a quelli saproparassiti.

Laetiporus sulphureus

(2) Parassiti e Saproparassiti. Parassiti: dal greco pará = presso, vicino; e dal greco sîtos = cibo; quindi, alla lettera “che si ciba presso, vicino”, “che si ciba sopra”. In Micologia si dice parassita quella specie che vive a spese di un altro organismo vivente detto “ospite” (sia esso vegetale, animale o altra specie fungina) nutrendosi delle sue sostanze organiche. A seconda dei casi e delle specie interessate i danni provocati dai funghi parassiti possono variare da lievi e passeggere disfunzioni dell’ospite (ivi compreso l’uomo) fino a complicanze di via via sempre maggior entità e che, nei casi estremi, possono portare l’ospite alla morte.

Vero è che nell’immaginario collettivo il termine parassita assume connotazioni morali decisamente negative ma, da un punto di vista puramente ecologico e rimanendo ad esempio in un habitat boschivo, il giudizio si può ribaltare. Tra i funghi parassiti si annoverano dei veri e propri funghi-demolitori: sono quelli che riescono a insinuare capillarmente il proprio micelio all’interno del legno delle piante-ospiti viventi che per qualche motivo sono già debilitate o guaste e che pertanto oppongono minor resistenza all’attacco di quel micelio; dopo di che, secernendo opportuni ecoenzimi, questi parassiti si nutrono assorbendo le varie sostanze organiche della pianta ospite che, così infettata, può andare incontro a un veloce processo degenerativo e morire. Tali funghi assumono così la funzione di agenti di Selezione Naturale conducendo alla morte gli elementi più deboli e contribuendo al mantenimento dell’equilibrio ottimale per quel dato habitat.

È sottinteso che qui si sta parlando di “funghi parassiti autoctoni” cioè di specie profondamente e storicamente radicate in quel dato territorio; diverso e pericoloso sarebbe il caso di “funghi parassiti alloctoni”, cioè provenienti da altre realtà geografiche, che potenzialmente potrebbero determinare un totale sconvolgimento ambientale qualora incontrassero piante sì sanissime ma non adeguatamente munite di difese “anti-parassitarie” appropriate e consolidate nel tempo.

Innumerevoli, inoltre, le sfumature che spesso impediscono di definire una data specie come esclusivamente parassita (o parassita obbligato, cioè che compie tutto il proprio ciclo vitale da parassita su organismi viventi) o come esclusivamente saprofita. Così come non è detto che una specie parassita sia così potentemente infettante da portare alla morte l’organismo che l’ha ospitata: per lei significherebbe perdere la propria fonte di sostentamento (si parla qui di “blando parassitismo”). Viceversa i parassiti che hanno potenzialità “demolitrice” (i funghi-demolitori) solitamente fanno parte di due categorie: quelli il cui ciclo vitale si conclude già prima della morte dell’ospite (rientrando perciò tra i suddetti parassiti obbligati) oppure quelli che, dopo la morte dell’ospite, sono in grado di cambiare il proprio metabolismo e, producendo nuovi e altri ecoenzimi, continuano a vegetare da saprofiti sulle spoglie dell’ospite. Le specie fungine che sono in grado di vegetare, a seconda delle cambiate situazioni ambientali, sia come parassite che come saprofite sono dette, brevemente, saproparassite.

Le specie fungine parassite possono produrre sia sporofori pluriannuali (cioè sempre presenti e ben visibili, a prescindere dalla stagione in atto) oppure momentanei/stagionali (con produzione degli sporofori limitata al periodo più favorevole). Ciò non toglie, in ogni caso, che il loro micelio sia sempre ben attivo internamente all’ospite anche quando non ne vediamo gli effetti esteriori. Per esempio le specie parassite che si manifestano all’esterno con lo sporoforo dalla tipica forma a “gambo e cappello” hanno tale sporoforo che solitamente si deteriora e marcisce dopo aver prodotto e disseminato le proprie spore mentre il micelio continua il suo “lavorio” di parassita in attesa della prossima stagione favorevole per generare nuovi sporofori. Più frequente incontrare sporofori pluriannuali quando questi si presentano con la forma di grosse mensole.

Come fatto nel precedente articolo per i funghi saprofiti, accenniamo qui di seguito a qualche “categoria informale” di specie parassite e/o saproparassite vedendone alcuni esempi e curiosità.

(2.a) Funghi parassiti su piante viventi legnose.

Come primo esempio prendiamo la cosiddetta lingua di bue. Parassitando di preferenza piante vive di Quercia e Castagno, la Fistulina hepatica si fa riconoscere per il colore della superficie sterile che ricorda il rosso-fegato (con tonalità più arancio da giovane e più brunastre a maturità), per la forma a mensola (simile a una lingua), sessile o con uno pseudo-gambo laterale e ben infisso nel substrato legnoso. La sua azione da parassita si sviluppa molto lentamente e non è eccessivamente nociva per la pianta ospite (“blando parassitismo”) che quindi può continuare a vivere a lungo; tuttavia le zone legnose attaccate dalla lingua di bue induriscono assai più del consueto e si colorano di un bel bruno-rossastro che spesso si manifesta sotto forma di disegni o motivi geometrici esteticamente interessanti. Durezza e colorazione che, in definitiva, rendono tale legname assai ricercato per un utilizzo ornamentale e/o artistico.

Una bellissima specie parassita di conifere, soprattutto di Pino, è la rara Sparassis crispa. Attecchisce, alla base delle piante, sopra alle radici interrate, ma il suo micelio può insinuarsi internamente all’ospite risalendo fino a 2-3 metri di altezza, diffondendo una sorta di marciume dentro al fusto. Specie inconfondibile per la sua struttura complessiva: una sorta di cespo più o meno globoso, di 40 cm e oltre di diametro, con gambo tozzo ben infisso nel substrato e da cui si elevano fitte ramificazioni a forma di nastro, come delle lunghe foglie increspate. Colorazione ocra più o meno chiaro.

Come detto più sopra è specie rara: non avevo mai avuto occasione di incontrarla e fotografarla tranne in questa occasione del Novembre 2025, grazie alla preziosa segnalazione dell’amico Fabrizio Nazio che ne aveva avvistato due cespi ai piedi della stessa pianta in un parco pubblico mugellano.

(2.b) Funghi saproparassiti su piante legnose.

L’esempio consueto è dato dalla ben nota Armillaria mellea, tipica presso latifoglie e assente presso le aghifoglie. Spesso la vediamo attecchire alla base delle ceppaie di querce o di castagni, cioè di piante da poco tagliate per qualche operazione di disboscamento: è evidente che in questo caso si parla di saprofitismo, essendo le piante già morte.

Talvolta Armillaria mellea può apparire terricola perché sembra spuntare direttamente dal terreno ma, in realtà, se scaviamo un poco si potrà scorgere qualche radice o qualche grosso residuo legnoso di una vecchia latifoglia che un tempo lì aveva prosperato; anche in questo caso il metabolismo manifestato dal chiodino è da saprofita.

Altre volte, però, la vediamo attecchire alla base di latifoglie ancora vive e “in piedi”: e allora si parlerà di parassitismo. Quindi una “doppia personalità” per i nostri chiodini, cioè una duplice e senza alcun dubbio “intelligente” capacità di adeguarsi alle varie opportunità offerte dall’ambiente circostante (qui si tratterebbe solo di capire o ridefinire cosa si intende per “intelligenza”…).

Si può pertanto definire specie saproparassita. Tanto più che Armillaria mellea è considerata specie-demolitrice perché il suo micelio, da parassita, si rivela spesso assai invadente e infettante a tal punto da far deperire la pianta ospite portandola progressivamente alla morte; dopo di che, cambiando il proprio metabolismo grazie alla secrezione di nuovi ecoenzimi, continua a vegetare e a nutrirsi delle spoglie della pianta morta, assumendo così la fondamentale e nuova funzione di saprofita.

Parlando dei chiodini è inevitabile menzionare l’altra parente stretta dell’Armillaria mellea, cioè Armillaria ostoyae. Anch’essa tipicamente saproparassita, si distingue da Armillaria mellea per l’habitat presso conifere e per le squamette sul cappello più appariscenti, più scure e rialzate. Da consumare con le stesse precauzioni, già menzionate in un altro articolo al paragrafo (8), è di sapore un poco più acuto e amarognolo rispetto alla sua “cugina” di latifoglie. Ma la sua fama non è dovuta tanto alle qualità organolettiche quanto alle dimensioni che può raggiungere come complessivo organismo vivente: sembra che attualmente sia il più grande fungo reperito in Europa col suo micelio che si estende per un’area valutata di 800 x 500 metri in una foresta di conifere presso il Passo del Forno, Cantone dei Grigioni, in Svizzera; la sua età, secondo gli studiosi, si aggirerebbe sui 1000 anni.

E sempre all’Armillaria ostoyae va attribuito il record dell’essere vivente più grande ed esteso attualmente presente sul nostro pianeta: con una estensione miceliare di circa 9 km quadrati (ci entrerebbero 1100 campi da calcio…), un’età valutabile tra i 2000 e gli 8000 anni e un peso complessivo stimato sulle 600 tonnellate; si trova negli USA, in Oregon nella Malheur National Forest.

Altro esempio di fungo saproparassita lignicolo è dato dal Fomes fomentarius, uno tra i funghi più famosi nel vasto panorama micologico. Il nome del genere, fomes, deriva dal latino fòmes, fòmitis = esca impiegata per accendere il fuoco, alimento del fuoco; mentre il nome specifico, fomentarius, ribadisce lo stesso concetto perché deriva dal latino fomentàre = alimentare il fuoco. Infatti già in antichità questa specie veniva utilizzata come esca per accendere il fuoco: si sfruttava la natura legnoso-stopposa della sua carne che, una volta ben essiccata, tagliuzzata e ridotta in batuffoli filamentosi si rivelava infiammabile se sufficientemente riscaldata tramite energico sfregamento o se posta a contatto con scintille provocate dallo sbattere di particolari pietre. In epoche più moderne e sempre con le stesse finalità, la sua carne essiccata e sbriciolata in polvere veniva mescolata col salnitro. La sua natura stopposa-cotonosa ne suggeriva pure l’impiego come emostatico per arginare le emorragie provocate da ferite varie; mentre il fungo, tagliato in grosse e spesse fette, era utilizzato come “affila-rasoi” dai barbieri di un tempo.

Cresce prevalentemente su Faggio, Pioppo e Platano sia da parassita che da saprofita che da saproparassita. Si tratta di un corpulento lignicolo, a modo suo quasi un gigante, che con le sue enormi mensole può invadere i tronchi di piante vive, morenti o morte. Le sue mensole possono arrivare e talvolta superare i 40 cm di larghezza.

Ha crescita pluriannuale e le zonature sovrapposte che lo contraddistinguono ci segnalano sia gli anni del fungo sia le diverse condizioni climatiche che il fungo ha visto alternarsi durante la sua vita (come avviene osservando lo spessore degli anelli concentrici nella sezione dei tronchi degli alberi). Zonature più spesse rappresentano annualità con piovosità notevole, quelle più esili annualità con precipitazioni poco significative.

Dal punto di vista antropologico riveste una importanza ancora maggiore: ne sono stati infatti trovati diversi frammenti in una delle sacche trovate addosso a Ötzi, l’Uomo del Similaun, rinvenuto sui ghiacciai delle Alpi e risalente a circa 5300 anni fa. Anche per Ötzi avrà svolto le funzioni di esca indispensabile per accendere fuochi così come, probabilmente, poteva già essere utilizzata in quanto curativa e medicamentosa.

Una deliziosa specie difficilmente confondibile con altri funghi lignicoli è Oudemansiella mucida: ha cappello glutinoso di aspetto traslucido (sericeo e opaco a tempo molto secco); carne esigua ma di consistenza quasi gelatinosa; colorazione del cappello da bianco a bianco-avorio, talvolta grigiastro; lamelle spaziate, intervallate da lamellule; gambo sottile e rigido, biancastro sopra l’anello e più scuro (anche brunastro) al di sotto; anello anch’esso più o meno glutinoso.

A ciò si aggiunge l’habitat: saprofita, preferibilmente su legno morto di Faggio, ma rinvenibile talvolta anche come parassita su piante vive probabilmente già un poco debilitate. Cresce di solito cespitosa o gregaria, raramente isolata.

Un coreografico lignicolo parassita che continua a fruttificare come saprofita anche dopo la morte dell’ospite (di preferenza latifoglie, non disdegnando talvolta le conifere) è il bel Laetiporus sulphureus. Inconfondibile per alcune caratteristiche: colorazione giallo-arancio molto vistosa negli esemplari giovani (a maturità tende a sbiadire; così come si presenta con colori meno vivaci quando fruttifica su conifere); margine ispessito, di colore giallo citrino, molto ondulato, lobato e vellutato; superficie sterile più o meno rugosa o bitorzoluta, di un bel colore giallo aranciato (giallo-rosa negli esemplari giovani; giallo chiaro negli esemplari vetusti e disidratati); superficie poroide di colore giallo zolfo (da cui il nome), con pori molto piccoli.

Un saproparassita lignicolo decisamente “esigente” per quanto riguarda la scelta dell’ospite è Fomitopsis betulina; cresce infatti esclusivamente su legno di qualche specie di Betulla; nel complesso ha una forma variabile ma si mostra sempre con “linee morbide e flessuose”: ciò, assieme alla colorazione e all’habitat, rende questo bel lignicolo inconfondibile. Di solito è saprofita su legno deteriorato e guasto di rami a terra ma è rinvenibile anche come parassita sulla pianta viva e già un po’ debilitata. Un tempo veniva essiccato per essere impiegato come affila-rasoi o per lucidare metalli. Veniva utilizzato anche dagli apicoltori nelle varie fasi di estrazione del miele: una volta essiccato e dandogli fuoco, i fumi da esso emanati agivano come anestetizzante sulle api.

Tra i saproparassiti più belli da incontrare va annoverata la Pholiota squarrosa; relativamente comune e fortemente fascicolata o cespitosa, è caratterizzata dalla presenza di numerose squame che rendono squarrosi sia gambo che cappello. Talvolta rinvenibile come saprofita presso ceppaie o tronchi caduti a terra; molto più frequentemente fruttifica come blando parassita, dall’azione non particolarmente invasiva né demolitrice, presso la base di piante vive.

(2.c) Funghi parassiti su piante viventi erbacee

Forse la specie fungina più famosa tra i parassiti di piante erbacee è Claviceps purpurea. Specie che può attaccare molte graminacee come grano e segale, formando sopra alle spighe delle escrescenze carnose, nerastre e di forma più o meno allungata. Escrescenze che, senza la dovuta attenzione e la necessaria eliminazione delle piante infettate, potrebbero essere macinate e ridotte in farina assieme ai semi di grano o segale. Soprattutto nel Medioevo era proprio il “pane di segale” prodotto con farina di segale infettata da Claviceps purpurea a provocare tanti disagi tra la popolazione che se ne cibava. Gli effetti dell’avvelenamento si manifestavano con disturbi circolatori agli arti (spesso con insorgere di cancrena e conseguente amputazione) o con gravi disturbi neurologici (insorgere di stati allucinatori accompagnati da convulsioni; non a caso dalla Claviceps purpurea si può estrarre l’acido lisergico che può essere utilizzato per sintetizzare la droga allucinogena conosciuta col nome di LSD), portando frequentemente alla morte le persone colpite. Secondo alcune cronache medievali, questa intossicazione (detta ergotismo) intorno all’anno 1000 aveva provocato diverse decine di migliaia di morti nelle sola Francia. Per vari secoli non si riuscì a individuare l’origine di queste “epidemie”, non individuandone in quelle escrescenze la vera causa. Solo nelle seconda metà del ‘700 si comprese che l’intossicazione era dovuta alla presenza del fungo Claviceps purpurea che parassitando e vegetando sopra alle spighe della segale veniva assieme ad esse macinato. Episodi di ergotismo si sono verificati anche nei secoli successivi, fino a tutto il ‘900 con casi documentati in Russia, India e in Sud Africa.

Altro tipico parassita di piante erbacee viventi è Ustilago maydis (detto “carbone” o “carbonchio” del mais) che può infettare il mais manifestandosi soprattutto all’apice delle pannocchie. Le piantagioni di mais colpite da questo parassita vengono solitamente bruciate perché non convenientemente produttive, tuttavia le escrescenze caratteristiche del carbone del mais sono commestibili e particolarmente apprezzate in Messico; utilizzate in molte ricette alcune delle quali risalgono alla cucina azteca.

Facilmente rinvenibile è la “ruggine della Malva”, Puccinia malvacearum, che colpisce la pagina inferiore delle foglie di Malva soprattutto durante le stagioni particolarmente piovose; porta al disseccamento delle foglie colpite.

Altra specie caratteristica e parassita stavolta di piante di Anemone è Dumontinia tuberosa: un piccolo ascomicete a forma di coppetta, munito di un lungo gambo che, profondamente infisso nel terreno, va ad attaccare i rizomi delle piantine di alcune specie di Anemone. Il gambo termina con uno sclerozio, un piccolo ammasso carnoso in cui il parassita accumula le sostanze nutritive ricavate dall’ospite; sostanze che, così immagazzinate, potranno servire nei periodi sfavorevoli per siccità o altro.

Facilmente reperibile durante le escursioni in montagna è Exobasidium rhododendri; un parassita delle foglie di Rododendro; appare quasi come una “galla” con colori sgargianti, dal giallo al giallo-verde al rosa o al rosso; toccandolo mostra una consistenza spugnosa e, stringendolo tra le dita, fa fuoriuscire un liquido acquoso. Tutti gli Exobasidium sono parassiti di foglie o di gemme di varie Ericaceae, tra cui rododendri, azalee, mirtilli, ecc. Un altro Exobasidium tipico è Exobasidium vaccinii, parassita delle foglie dei Mirtilli rossi.

(2.d) Macrofunghi fungicoli, parassiti/saproparassiti su altri funghi

Anche le Boletaceae annoverano tra i loro ranghi una specie parassita: si tratta di Pseudoboletus parasiticus che col suo micelio aggredisce un fungo ipogeo, lo Scleroderma citrinum, e nutrendosi delle sue sostanze organiche lo rende sterile limitandone così la diffusione.

Altro fungo parassita è il curioso e caratteristico ascomicete Tolypocladium ophioglossoides che, pur apparendo terricolo, cresce parassitando funghi ipogei come Elaphomyces granulatus. Si tratta di una fruttificazione complessiva di numerosi periteci globosi di piccole dimensioni (al massimo 1 mm di diametro) che sono raggruppati e inglobati sopra una struttura più o meno claviforme (detta stroma) di colore bruno o bruno-nerastro. I periteci comunicano con l’esterno grazie a delle piccole aperture (dette ostioli) che permettono, a maturità, la fuoriuscita delle spore. La base di questa struttura claviforme è di colore giallo e si insinua profondamente nel terreno riuscendo a parassitare alcune specie del genere Elaphomyces. Parimenti parassita su specie di Elaphomyces è l’altrettanto curioso Tolypocladium capitatum.

Altro esempio di saproparassita fungicolo, ma stavolta su funghi epigei, è dato da Volvariella surrecta che cresce soprattutto sugli sporofori di Clitocybe nebularis dapprima come parassita e poi, una volta che l’ospite ha concluso il proprio ciclo vitale, come saprofita.

Apparentemente lignicola è Tremella mesenterica; inconfondibile per il suo bel colore giallo più o meno brillante, per la sua consistenza gelatinosa e l’aspetto trasparente-traslucido. La si osserva su rami morti o caduti a terra in autunno-inverno con l’inoltrarsi della stagione verso climi più freschi e umidi; sembra quindi una specie saprofita e lignicola ma in realtà si tratta di un parassita che aggredisce il micelio di alcune specie saprofite lignicole soprattutto dei generi Stereum e Aleurodiscus. Tremella mesentaria infetta il micelio degli ospiti e, limitandone lo sviluppo, non permette agli ospiti di produrre i propri sporofori.

(2.e) Macrofunghi parassiti/saproparassiti su animali

In questa categoria informale troviamo molti esempi di saproparassitismo. Infatti molte specie che attecchiscono su animali morti sono state esse stesse la causa della morte: cioè hanno agito inizialmente da parassite, attaccando l’ospite e indebolendolo fino a portarlo alla morte per poi, da saprofite, continuare ad assorbirne le residue sostanze organiche. Un tipico esempio è dato dal curioso Cordyceps militaris, un ascomicete che si sviluppa sotto forma di fruttificazione complessiva di periteci; questa specie dapprima agisce parassitando larve o crisalidi di Lepidotteri interrati fino a portarli alla morte; successivamente continua a nutrirsi, come saprofita, delle larve o delle crisalidi ormai morte.

Tanto per dare un esempio sulla difficoltà (o impossibilità) di circoscrivere in qualche modo il “regime nutrizionale” dei funghi si può osservare come, a seconda dei casi, si comporta il comune gelone o orecchione, Pleurotus ostreatus. Ottimo commestibile, anche tipicamente coltivato e ampiamente commercializzato, l’abbiamo già conosciuto in un precedente articolo al paragrafo (15). In quel contesto era stato descritto sia come saprofita su legno morto di latifoglie che come parassita su piante vive; in altre parole un saproparassita di latifoglia. Ma il nostro gelone è anche un perfetto… “carnivoro”! Nei periodi di carenza soprattutto di sostanze azotate, il suo micelio è in grado di generare dei finissimi prolungamenti di ife, degli “steli ifali”, che all’apice producono una minuscola gocciolina di sostanza che attira i nematodi (piccolissimi vermi cilindrici, non segmentati, muniti di bocca e tubo digerente). Ma quella gocciolina è tossica e ha il potere di paralizzare i nematodi che l’hanno ingerita: così, nel frattempo, le ife possono inserirsi e crescere nel tubo digerente del verme, uccidendolo un po’ per volta e assorbendolo quindi dall’interno. Pertanto saproparassita non solo di piante ma anche di animali.Si potrebbe qui riprendere il discorso sulla “intelligenza” degli organismi viventi, a prescindere dalla visione antropocentrica che mette indiscutibilmente l’uomo al primo posto, seguito dagli animali che più gli somigliano (scimpanzé e molti altri primati), poi gli altri “animali superiori” come cani, gatti, ecc. ecc., scendendo via via sempre più in basso secondo le antichissime gerarchie già elaborate soprattutto dai filosofi greci e tramandate pressoché immutate fino ai giorni nostri. Gerarchie che, in definitiva, agli esseri viventi che non ci somigliano né possiedono un organo particolare come il cervello viene tradizionalmente attribuita la “maglia nera”, l’ultimo posto, nella graduatoria degli “organismi intelligenti”.

Quindi torniamo a quella gocciolina tossica di cui si parlava poco sopra… è stato verificato che è prodotta dalle ife soltanto quando il micelio “va a caccia” di nematodi, cioè quando non può attingere a sufficienza né come parassita né come saprofita delle sostanze organiche della pianta ospite. Solo allora diventa “carnivoro”! Inoltre quella gocciolina compare soltanto quando qualche nematode è “sufficientemente vicino” all’intreccio miceliare. Il come riesca il micelio a “sentire quella vicinanza” è ancora un mistero ma è senza dubbio una dimostrazione che quel micelio può risolvere al meglio molti dei problemi riguardanti la sua alimentazione adeguandosi alle situazioni che di volta in volta deve affrontare.

Questo dei geloni non è però un caso sporadico di, chiamiamola così, intelligenza particolare in quanto molte sono le specie fungine che in presenza di abbondante materiale vegetale da decomporre si comportano da “tranquilli” saprofiti o parassiti ma che, nei periodi di magra, si attivano in “cacciatori di nematodi” adottando varie strategie di caccia sviluppatesi e tramandatesi nel succedersi delle varie ere geologiche. Alcune specie escogitano delle trappole secernendo dal proprio micelio delle sostanze chimiche con lo stesso odore dei feromoni sessuali dei nematodi, per poi aderire con particolari ife molto appiccicose a quei vermi che sono caduti nell’inganno; altri formano veri e propri cappi con le stringhe terminali del proprio micelio, con le ife che in pochi decimi di secondo si gonfiano intrappolando i nematodi che le hanno toccate. Una volta intercettati e/o imprigionati i nematodi, le ife iniziano ad assorbine le sostanze proteiche uccidendoli.

Gli esempi di questi “adattamenti intelligenti” (o come li si vogliano/possano chiamare) riscontrabili tra i funghi parassiti di animali sono numerosi e si potrebbe continuare a farne un lungo elenco. Ad esempio il Tolypocladium inflatum: anch’esso è una curiosa fruttificazione di numerosi periteci, come la Cordyceps militaris vista più sopra; il suo micelio può parassitare larve di scarabei grazie alla produzione di sostanze chimiche con cui riesce ad abbassare o annullare le difese anti-parassitarie di queste larve; larve che porta alla morte per poi continuare a nutrirsi dei cadaveri da saprofita. Ebbene: queste sostanze chimiche rappresentano dei buoni “immunosoppressori” da cui sono estratte le ciclosporine, impiegate in chirurgia per prevenire il rigetto di organi a seguito di trapianto (ne abbiamo già parlato altre volte in precedenti appunti).

Inevitabile, in questo contesto di intelligenze particolari, accennare almeno a una delle tante specie fungine chiamate popolarmente “funghi zombie”. Ophiocordyceps unilateralis è il nome scientifico di questa specie, tipica delle foreste tropicali; è stata studiata molto dettagliatamente perché la sua azione di parassita è quanto meno curiosa. Gli animali parassitati rientrano in una particolare specie di formiche (Camponotus leonardi); la successione delle scene di questa sorta di film (meraviglioso? dell’orrore? dipende dai punti di vista) è più o meno la seguente: una formica, aggirandosi sul suolo, viene a contatto con le spore che questo fungo ha disseminato sul terreno; qualche spora finisce dentro al corpo della formica passando dai forellini delle trachee; poi la spora germina all’interno del corpo della formica iniziando a produrre il proprio intreccio miceliare; micelio che tuttavia non intacca né gli organi vitali né gli arti della formica ma comincia a produrre delle sostanze chimiche che vanno ad influenzare l’apparato neurologico della formica; ne condizionano talmente la “personalità” (la drogano, a tutti gli effetti!) che la formica, diventata un vero e proprio zombie alla mercé della volontà del fungo, perde la sua innata “paura delle altezze” e, abbandonando il suolo, comincia ad arrampicarsi su qualche pianta; arrivata ad una certa altezza la formica sceglie (oppure è il fungo che decide?) una foglia su cui attaccarsi tramite un deciso e potente morso delle sue mandibole. Viene detto “morso letale” perché da ora in poi la formica non si muoverà più, rimanendo inerme e attaccata alla foglia. È il momento giusto perché il micelio cominci a nutrirsi, assorbendo dall’interno le sostanze organiche della formica uccidendola; poi ne fa fuoriuscire dei cordoni filamentosi di ife che completeranno la germinazione producendo una specie di agglomerati più o meno sferoidali composti da spore e che si trovano quindi sospesi nel vuoto, attaccati alle spoglie della formica che, ricordiamolo, è attaccata alla foglia. Una volta “esplosi” questi palloncini pieni di spore il gioco è fatto: le spore cadranno al suolo disperdendosi su una ampia superficie, in attesa di qualche altra malcapitata formica. Intelligenza evolutiva? Difficile rispondere anche perché è problematico distinguere da un certo punto in poi della sequenza se si tratta ancora di una formica o se la formica è diventata lei stessa il fungo. Non è casuale infatti la scelta della foglia su cui attaccarsi col “morso letale”. È stato dimostrato che in una percentuale che supera il 90% la foglia viene morsa nella venatura centrale (e non in un punto qualsiasi; in modo quindi da permettere una presa più consistente e duratura possibile), a una altezza tra i 25 e i 30 cm dal suolo e sempre in particolari situazioni di umidità e temperatura: evidentemente si tratta di condizioni ottimali per le esigenze di fruttificazione del fungo. Per chi vuol curiosare o vedere qualche immagine di questo film può vedere su YouTube alcuni brevi cortometraggi, tra cui Fungo delle formiche zombie oppure Il fungo parassita controlla la mente degli insetti per riprodursi.

(2.f) Microfunghi fungicoli, parassiti su altri funghi. Caratteristici e frequenti da incontrare sono alcuni parassiti che fanno parte dei cosiddetti ifomiceti (raggruppamento informale a sua volta inserito nel grande raggruppamento informale delle muffe). A grandi linee gli ifomiceti hanno l’imenio (che in tali specie produce spore asessuate o conidi) poco differenziato e che si trova a strettissimo contatto con il micelio; in altre parole è quasi come se il micelio stesso, senza troppo differenziarsi, producesse direttamente le spore. Alcuni ifomiceti sono anche fungicoli: cioè si sviluppano su altri funghi parassitandoli. Il loro “attacco” provoca cambiamenti morfocromatici anche notevoli, oltre alla frequente possibilità di rendere non commestibili anche funghi-ospiti altrimenti considerati commestibili. Possono essere presenti sia su funghi freschi che su funghi essiccati. Qui di seguito alcuni esempi.

(#) Mycogone rosea che è parassita di Amanita caesarea provocandone precoce deterioramento/putrefazione, rendendo quindi l’ovolo da “buono” a immangiabile sia perché marcescente sia perché prende un odore sgradevolissimo di uovo marcio.

(##) Peckiella deformans, un ascomicete che si sviluppa come parassita su qualche specie di Lactarius e di Russula impedendone una crescita regolare; l’aggressione avviene quasi sempre a spese delle lamelle dei funghi ospiti che vengono a poco a poco distrutte impedendo così la consueta diffusione delle spore.

(###) Altri esempi sono dati da varie specie di Penicillium; alcune specie di Aspergillus; oltre a molte specie di Sepedonium che sovente “attaccano” e distruggono alcune Boletaceae.

Nella prossima puntata l’attenzione sarà rivolta alla importante e vitale (sotto molti punti di vista) simbiosi mutualistica che i funghi instaurano con le varie piante.

Bibliografia dei testi consultati

(1) A.M.I.N.T., a cura di_ Tutto Funghi – Cercarli, riconoscerli, raccoglierli_ Giunti Editore, Firenze, 2015
(2) AUTORI VARI_ Parliamo di funghi (vol. 1) ecologia, morfologia, sistematica_ Giunta della Provincia Autonoma di Trento_ 2007
(3) PAPETTI, Carlo, CONSIGLIO, Giovanni, SIMONINI, Giampaolo_ Atlante fotografico dei Funghi d’Italia (Volume 1) _ Associazione Micologica Bresadola, Trento, 2008
(4) SHELDRAKE, Merlin_ L’ordine nascosto. La vita segreta dei funghi_ Marsilio Editori, Venezia, 2020


Per recuperare le puntate precedenti

“Pillole di funghi”: la nuova rubrica curata da Alessandro Francolini

PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Il Genere Amanita

PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Qualche Amanita mugellana – prima parte 

PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Qualche Amanita mugellana – seconda parte 

PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Porcini mugellani 

PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Le regole – e la poca logica di certe norme – nella raccolta dei funghi 

PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Curiosità storiche sul nome “Boletus”: etimologia e vicissitudini – Prima parte 

PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Curiosità storiche sul nome “Boletus”: etimologia e vicissitudini – Seconda parte 

PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Funghi commestibili in Mugello – Prima parte

PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Funghi commestibili in Mugello – Seconda parte

PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Funghi commestibili in Mugello – Terza parte

PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Funghi commestibili in Mugello – Quarta parte

PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Funghi commestibili in Mugello – Quinta parte

PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Che cos’è veramente l’organismo fungo? – Prima parte

PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Che cos’è veramente l’organismo fungo? – Seconda parte

Alessandro Francolini
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 28 Dicembre 2025

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2 commenti

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