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Home»Copertina»RACCONTI DI CAMPAGNA – Il volo dell'”Icaro del Mugello”
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RACCONTI DI CAMPAGNA – Il volo dell'”Icaro del Mugello”

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1891-il tentativo di Otto Lilienthal pioniere del volo

MUGELLO – Una delle più belle consuetudini degli abitanti di Santa Maria a Vezzano, fino agli anni Cinquanta, era quella di andare tutti insieme a far merenda sui monti d’Appennino. Ciò accadeva, ad esempio, il lunedì di Pasqua quando gli abitanti salivano il crinale sopra l’attuale panoramica. Percorrendo un antico sentiero dopo poco si arrivava a un piazzale con un grande prato che guardava a ovest e che era detto “i cipressini”. Poco più in alto c’era il Paretaio, un altro spiazzo sul crinale del monte teatro di una storia ormai centenaria. La memoria popolare racconta infatti tanti anni fa da lì partì la mitica impresa di un paesano, un certo Federico, con la consapevole complicità di un amico. Dovete sapere che i due giovani, abbastanza incoscienti e scapestrati, ne combinavano sempre qualcuna e amavano molto le sfide. Fu così che un giorno, ragionando con il fattore responsabile delle proprietà limitrofe, si dichiararono capaci di costruire un apparecchio artigianale in grado di volare sulla valle. Sarebbe rimasto tutto una semplice bravata, una vanteria occasionale, sennonché il fattore ne parlò con il cavalier Verzani suo datore di lavoro e proprietario delle fattorie a nord del paese. Questi, molto incuriosito, mandò a chiamare i due giovani e promise loro ben due cavalli in dono se fossero riusciti a sorvolare il torrente Pesciola partendo dal Paretaio atterrando appunto nei pressi della sua villa posta lungo l’attuale panoramica in zona detta Cornacchiaia.

Foto dal piazzale della villa di Cornacchiaia- a destra buca della Pesciola e crinale che sale al Paretaio

In quell’epoca di miseria, avere dei cavalli per dei ragazzi era quasi come avere oggi in regalo una Ferrari, per cui a quel punto presero la sfida molto sul serio e si misero al lavoro. In fondo, si trattava solo di un volo a planare verso il basso di appena trecento metri in linea d’aria, che volete che sia! Federico, che era un vero maniaco di cimeli bellici, aveva raccolto vario materiale del genere in una capanna tra cui due grandi tele da paracadute in ottime condizioni. Con l’aiuto dell’amico improvvisato progettista, si mise al lavoro discutendo davanti a disegni abbozzati e alla fine costruirono davvero con piccole stecche di legno e cordicelle un apparecchio cui fissarono le tele del paracadute. A dire il vero il tutto assomigliava più alla sagoma di un grande pipistrello bianco che a un moderno deltaplano, faceva davvero impressione! Avvisato per tempo che erano pronti all’impresa “storica”, il fattore si posizionò ad attenderli non troppo fiducioso sul piazzale della villa, mentre i due giovani carichi del materiale salirono con grande fatica in cima al Paretaio dove era possibile prendere una bella rincorsa. A quel punto l’”Icaro del Mugello”, con tanto di scarponi e occhiali da aviatore, riprese un attimo fiato e si apprestò al volo in religioso silenzio. Sembrava di assistere alla scena di un vecchio film muto! Il giovane partì di corsa e si lanciò nella scarpata; non appena trovarono il vuoto le tele si gonfiarono sospinte da un improvviso e amichevole alito di vento. Federico stava davvero volando ma, dopo qualche secondo, i calcoli degli improvvisati costruttori si rivelarono errati; la folata di vento si spense e il pipistrello bianco precipitò rovinosamente nella folta vegetazione che circondava il torrente Pesciola. L’amico e il fattore corsero a cercare quello che restava del povero ragazzo e grande fu la sorpresa quando sentirono un lamento nel profondo delle macchie. Federico uscì pieno di lividi e graffi, sembrava uno spaventapasseri ma era ancora vivo! Una lente degli occhiali si era incastrata nell’orbita oculare e i brandelli del vestito si mescolavano a quelli del paracadute. I lividi, purtroppo, aumentarono quando, una volta arrivato a casa, il padre anziché preoccuparsi per la sua salute, gli mollò due sonori ceffoni mentre i cavalli rimasero beati nella stalla del Verzani con buona pace dei due giovani aviatori. Insomma, l’autore del più antico deltaplano della storia campestre mugellana aveva perso la sua scommessa. D’altra parte, in quel tempo antico qualcosa di strano si doveva pur fare, non è che i divertimenti fossero poi tantissimi. Non ci crederete, ma non c’erano il cellulare, il computer e internet. Anzi, a dire il vero ora che ci penso non c’era neppure la televisione!

Nota dell’autore: il racconto, sia pur in parte romanzato, s’ispira a fatti realmente accaduti.

Fabrizio Scheggi
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 16 Novembre 2024

 

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