Il Mugello è una goccia d’arte e di cultura nell’oceano fiorentino. Alcuni luoghi e diverse opere non hanno un parere accademico. Altre sono liquidate con poche righe, di circostanza, negli inventari e nei cataloghi. In seppure rari casi, qualcuna anche dimenticata. Poi, grazie all’intuito, alla competenza e tenacia di appassionati professionisti, a volte preceduta dalla caparbietà amatoriale dei conoscitori di storia locale, si arriva a delle riscoperte sorprendenti.
Così è accaduto per il Cristo attribuito a Donatello, quello di Bosco ai Frati.
Un’opera d’arte negletta, dimenticata nella storiografica ufficiale dell’epoca. Ricordata e citata un’unica volta, in un documento scritto da Fra’ Giuliano Ughi della Cavallina, padre guardiano a metà del 1500, e liquidata con sei parole “il crocifisso grande dell’altar maggiore”. Niente di più. Un Cristo (dato che la croce non è quella originale) che ha subite le ingiurie temporali dettate dagli usi dei momenti storici che ha vissuti. Miracolosamente, per chi ha fede, fortunatamente o casualmente per tutti gli altri, è rimasto al Bosco ai Frati. E, da reperto anonimo, ne è divenuto l’icona, l’identità di un territorio.
Il Cristo ligneo, lo lascia scritto Alessandro Parronchi, a cui si deve la riscoperta, in legno di pero e gesso, a grandezza naturale (168 centimetri in altezza e 160 centimetri in larghezza), nei primi anni ’50 (Ottobre 1953) del secolo scorso era riposto nella cripta della famiglia Gerini, scavata sotto il pavimento della chiesa del convento. Al buio. Una sistemazione forse temporanea, dato che in precedenza aveva avuta dimora in altri spazi. Prima sull’altare maggiore della chiesa, quando il 13 giugno 1542, alle ore 6 della mattina, “venne un terremoto, il quale rovinò la maggior parte di detto luogo” (cfr. “La relazione del convento del Bosco di Mugello” di Fra’ Giuliano Ughi della Cavallina, 1565). Ciò almeno secondo la cronaca di Fra Giuliano Ughi della Cavallina, che scriveva: “Il crocifisso grande dell’altar maggiore per il grande scuotere del terremoto cadde in su l’armadio de’ libri discosto dal coro più di otto braccia e si ruppe le gambe, il corpo et un braccio. Si fece racconciare a Scarperia, da un dipintore, che ebbe tre ducati d’oro”.

Nel 1626, quando il Granduca Ferdinando II (1610-1670) de’ Medici fece giungere il monumentale retablo tuttora presente, il crocifisso fu collocato nel primo altare laterale, a destra dall’ingresso della chiesa, ove rimase fino agli anni più recenti del secondo dopoguerra, per poi essere abbandonato, come anticipato, nella cripta.
A questo crocifisso non era stato riconosciuto alcun valore artistico particolare. Poi, secondo il resoconto di Padre Giacomo Vaifro Sabatelli, a seguito delle segnalazioni di Alessandro Parronchi, il crocifisso venne, dunque, rivalutato e subito preso in carico dai restauratori dell’allora Soprintendenza alle Belle Arti di Firenze. Da qui iniziò una fase di studio che, più tardi, attribuì, a seconda di molti esperti, la maggioranza, la paternità dell’opera alla scultura di Donatello.
Peraltro, il restauro della Soprintendenza evidenziò la scarsa perizia del precedente intervento, quello operato dal “dipintore” di Scarperia, nel 1542. Anzi, definito un vero e proprio rabbercio, per aver riempite di stoppa e stucco le ferite causate dalla caduta a seguito del terremoto.
Così, con questi più recenti lavori della Soprintendenza si è dunque ripristinata l’originalità dell’opera, riportando in risalto anche i segni rossastri della flagellazione, in una colorazione certamente voluta dall’artista. Vennero tolti, come già detto, anche la corona di spine posta sulla testa ed il perizoma di panno sui fianchi, che niente avevano a che vedere con la scultura originale. Ecco, il Cristo nudo.
Il crocifisso fece ritorno fra le mura del convento la mattina del 24 agosto 1972, come testimonia Padre Celso Ivo Nottolini (padre guardiano dei frati minori OFM), dopo diciannove anni, da cui si risale a quella del suo prelevamento, il 1953 circa. Nel periodo intercorso fra il termine dei lavori di restauro ed il rientro al Bosco ai Frati, il crocifisso venne esposto in varie occasioni fra le quali una mostra di arte sacra in Palazzo Strozzi nel 1961 e, in seguito,- quella di “Firenze Restaura”, alla Fortezza da Basso, dal 18 marzo al 4 giugno 1972.
Non è stato rinvenuto alcun documento che attesti la provenienza del crocifisso, cioè quando o per quale motivo sia stato conferito al convento di San Bonaventura al Bosco ai Frati. In effetti, anche nel caso delle opere artistiche realizzate da Donatello, di certo come per altri artisti dell’epoca, la storiografia ha lasciati dei vuoti. Nella fattispecie, fino a qualche decennio fa, ossia fino alla metà del secolo scorso i crocifissi attribuiti allo scultore fiorentino erano due, precisamente, quello in legno policromo nella basilica di Santa Croce di Firenze (1406-1408) e l’altro in bronzo della basilica del Santo di Padova (1443-1449). Poi si è aggiunto, come ricordato, negli anni ’60/70 del secolo scorso, il crocifisso di Bosco ai Frati (datazione incerta, 1440) e, ancor più recentemente, quello ligneo della chiesa di Santa Maria dei Servi di Padova (1443-1453, paternità dell’opera attribuita nel 2006 da Marco Ruffini e Francesco Caglioti, ed è un’attestazione tratta da un’annotazione fuori testo, ovviamente successiva alla stampa del libro, contenuta nella prima edizione, del 1550, le “Vitae” di Giorgio Vasari, oggi conservata all’Università di Yale, New Haven, Connecticut – USA).
Per la verità, anche il crocifisso di Bosco ai Frati è stato al centro di un’annosa diatriba accademica. Materia, appunto, per cattedratici ed esperti del settore, quello della storia dell’arte e dei suoi principali interpreti. Dunque, in questa ricostruzione senza velleità alcuna di giungere ad una verità storica, per obiettività, non ci si può, comunque, sottrarre dal riportare tutto ciò che sia stato possibile raccogliere intorno a quest’opera. Sicché lo racconto.
Come assodato, non tutto il Cristo è di legno. In alcune zone, soprattutto la testa, è presente lo stucco che arriva a due centimetri di spessore. E non è chiaro se l’uso di questo materiale faccia parte, o meno, della scultura originale oppure del restauro, operato a seguito del danneggiamento subìto durante il terremoto del 1542.
Alcuni esperti in materia negano la paternità dell’opera a Donatello, senza tuttavia individuarne altra presso i diversi artisti, ed altrettanto potenziali e possibili autori, dell’epoca (XV secolo). Qualcuno, invece, secondo i propri convincimenti, ritiene che possa trattarsi davvero di un lavoro realizzato da Michelozzo. Così come in pochissimi propendono per Desiderio da Settignano (1429/1430 – circa 1464, scultore, peraltro allievo di Donatello, della sua bottega) che però, quest’ultimo, “supremo virtuoso dell’intaglio”, di materiale lapideo – è nota di lui un’unica opera in legno “La Maddalena” di Santa Trinita, non ha alcun Cristo in croce scolpito, tantomeno sculture di nudo.
Infine anche l’ipotesi, sempre in sostegno alla tesi principale che ne individua proprio in Donatello l’autore, seppure, a causa della sua età avanzata, in qualità di ispiratore e parziale esecutore del lavoro stesso, con la compartecipazione di qualche allievo della sua bottega.
In questo scenario, tuttavia, ci sono anche delle certezze che senza dubbio contribuiscono a meglio descrivere la situazione oggettiva, storica e ambientale, in cui il crocifisso possa essere stato realizzato. La scultura è correlata alla vita del convento del Bosco ai Frati, negli anni in cui questo venne ristrutturato e parzialmente ricostruito, per mano di Michelozzo, su ordine della famiglia de’ Medici. Da non trascurare il fatto che fra Donatello e Michelozzo, nel periodo compreso dal 1425 al 1438, si instaurò una fattiva collaborazione professionale, sfociata con una sinergia fra le loro botteghe, proprio durante l’impegno per i lavori al Bosco ai Frati.
Altresì, con sufficiente certezza, molto più che un’ipotesi, è lecito pensare che, essendo il convento sotto la tutela ed il patrocinio della famiglia de’ Medici, orbene, sia stato proprio qualcuno di questa casata a donarne il crocifisso. E siccome, con dovizia documentale (“La relazione” di Fra Giuliano Ughi della Cavallina), il luogo, allora, era nel massimo del suo splendore ed ospitava numerose opere d’arte, di grande valore, ribadisco, è impensabile che questo crocifisso, di queste dimensioni, con questa intensità espressiva, possa essere ricondotto al lavoro di un artista anonimo, di scarsa quotazione artistica.
Scheda a cura di Gianni Frilli


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