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Home»Storia e storie»Guerre e confini, in Mugello
2 Mins Read Storia e storie

Guerre e confini, in Mugello

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Non esiste periodo della storia che non abbia associato a un confine un conflitto. Oggi, addirittura, abbiamo più di uno scontro aperto nel mondo tagliato da un esile filo di terra. Tra Putin e il governo ucraino, fra Trump e il Messico, tra Israele e palestinesi, e ne dimentico certo qualcuno.

Anche quassù, sulla frontiera appenninica, ci fu un tempo in cui imperversava la guerra. Di recente, il confine tra la libertà e il suo contrario fu affidato allo sfondamento della Linea Gotica, secoli addietro, quando l’impero romano subì l’onta delle invasioni barbariche e si spense in un mesto tramonto, la frontiera correva tra il fiume Senio e Monte la Fine, a un pugno di miglia da Firenzuola. 

La guerra tra longobardi e bizantini fu lunga e sanguinosa. La capitale ‘dell’occidente’, Ravenna, era difesa dalle paludi e dal mare. Pareva imprendibile, salvo attaccarla da terra sfondando nelle pianure della Romagna. La linea di difesa bizantina contava su due pilastri: il limes Tiberiacum sul Senio, ben fortificato, e il sistema di castelli che fanno capo alla roccaforte di Tirli. Sconfitto a Castenaso, l’esercito longobardo ripiega sui monti. I nostri monti. Vi resterà a lungo impantanato. Tirli è ben munito, è un ostacolo impenetrabile. Così il Senio, dove il ricordo bizantino è stato affidato al nome assegnato ad alcune chiese nella evocazione di santi chiaramente di origine orientale. Cercale, ti apparirà evidente. 

I bizantini parlavano greco. A Casetta di Tiara, dove divampò la passione tra Dino Campana e Sibilla Aleramo, i vecchi usano ancora il termine ‘galaverna’ e simili. Etimologia ateniese, pare. Perché? Forse quassù, protetti da un labirinto di gole, si nascosero gli esuli della conquistata Ravenna, misero su famiglia, i loro eredi vissero per generazioni. Mantennero salde le loro radici nella lingua, sporcando l’idioma ufficiale con forme dialettali antichissime. Un omaggio agli arcavoli.

Ad essere sinceri, vi è una terza frontiera da ricordare. Quella tra stato pontificio e granducato di Toscana. La dogana più importante si alzava a Le Filigare. Garibaldi attraversò il confine un paio di volte. Nel 1848 in direzione Roma, nel 1849 inseguito da un drappello croato. Salvò la pelle quasi per miracolo. Meno male, immaginati un’Italia senza di lui, affidata soltanto ai busti di Mazzini, di Cavour e di Vittorio Emanuele. Una noia!

Riccardo Nencini

© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 24 febbraio 2019

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