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Home»Copertina»Cattolici e antifascismo in Mugello, se ne è parlato in un convegno a Firenze
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Cattolici e antifascismo in Mugello, se ne è parlato in un convegno a Firenze

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FIRENZE – Si è svolto mercoledì 25 Marzo 2026 in Palazzo Medici Riccardi il convegno dal titolo ‘Cristiani nella Resistenza’, promosso da Cisl Firenze Prato, FNP Cisl Firenze Prato, e dall’Istituto storico toscano della resistenza e dell’età contemporanea, con il patrocinio della Città Metropolitana di Firenze, che ha approfondito con una pluralità di voci gli aspetti diversi dell’essere “Cristiani nella Resistenza”. Un appuntamento che ha visto ricordare anche il pievano di Borgo San Lorenzo Don Rodolfo Cinelli, del quale è stato distribuito a tutti i presenti il libro “Per non dimenticare Casetta di Tiara”, edito da Il Filo.

L’iniziativa seminariale si è avvalsa delle relazioni di Pier Luigi Ballini, Riccardo Saccenti, Paolo Guidotti e delle conclusioni del presidente dall’Istituto storico toscano Vannino Chiti. L’incontro è stato moderato dal vicepresidente Andrea Morandi.

Fabio Franchi, Segretario Generale Cisl Firenze Prato ha sottolineato: “Questo convegno in Città Metropolitana è un momento di riflessione importante per la Cisl perché abbiamo voluto rimettere al centro una narrazione anche nuova della Resistenza, di quel tempo per troppi anni c’è stato un racconto solo di parte, i cattolici, i cristiani hanno partecipato alla Resistenza, alla scrittura della Costituzione e ne hanno applicato i principi subito dopo la guerra. Era importante essere presenti oggi qui a ricordarlo insieme all’Istituto Storico della Resistenza che ringraziamo per la disponibilità e alla Città Metropolitana di Firenze per aver concesso il patrocinio”

Vannino Chiti, Presidente dell’Istituto Storico Toscano, ha affermato: “Questo incontro con la Cisl è stato molto importante perché è stato ispirato ad un giusto obiettivo, quello di unire, intorno al carattere plurale che ha avuto la Resistenza, plurale per le forze politiche, le componenti sociali, le fedi, le culture, le donne, che spesso nella narrazione sono sottovalutate, gli ebrei, gli oppositori politici, gli ex  militari e anche plurale perché non è stata solo azione di guerra ma è stata, insieme all’azione di guerriglia, anche opposizione non violenta e civile.
Su questa base è sorta la Costituzione che è di tutto il popolo italiano, come ha evidenziato il recente referendum, e che spinge intorno a una unità che deve essere mantenuta, fra diritti e doveri, libertà civili e politiche, diritti civili e politici, diritti economico sociali, al rispetto prioritario della persona rispetto allo stesso stato e a una democrazia e una libertà che devono vivere nella società e non soltanto nelle istituzioni. Sono questi i valori che dobbiamo continuamente rendere attuali nella formazione delle persone e nelle giovani generazioni”.

Il direttore del “Filo” Paolo Guidotti ha tenuto una relazione sulla figura di don Cinelli e sul ruolo di tanti parroci mugellani nella Resistenza e nella lotta al fascismo. Questo il testo:

C’è una frase, la cito a memoria e in modo sicuramente non esattissimo ma il senso è quello, in un romanzo dello scrittore cattolico fiorentino Rodolfo Doni, dal titolo “I Popolari”, che definisce i Popolari come persone che non vogliono né comandare né essere comandate.

Io credo che una delle motivazioni del naturale antifascismo diffuso tra i cattolici italiani per il lungo ventennio della dittatura fascista, stia proprio qui. Perché il primato della persona umana, e il rispetto ad essa dovuto, il valore della dignità umana e della libertà della persona, il senso di giustizia e di uguaglianza, l’impegno a una fraternità concreta è agli antipodi di ogni sopraffazione e violenza che invece caratterizzano impostazioni e prassi politiche autoritarie e antidemocratiche.

La fede cristiana, quando è autenticamente e profondamente vissuta, plasma anche l’antropologia, indirizza gli atteggiamenti e l’approccio alla vita, personale e sociale.

Non sempre è così, e purtroppo spesso non è così: se prevalgono nel cuore dell’uomo, e sicuramente anche tanti sacerdoti di quell’epoca ne dettero prova, altri tipi di valutazione, di egoismo di classe sociale, di convenienza e opportunismo fino alla pavidità, si capiscono anche le storie e le scelte di una parte del clero fiorentino e mugellano, che vide nel fascismo uno spazio politico praticabile, per contrapporsi a rischi e pericoli che evidentemente si consideravano più forti. A cominciare dal bolscevismo rosso, il socialismo anticristiano e anticlericale. E accanto alle diffuse abitudini di tanti don Abbondio che con ampia retorica lodavano il duce e le sue politiche, va anche considerata la forte pressione, condizionante, esercitata dai fascisti sul mondo delle parrocchie e dell’associazionismo cattolico, che si cercò di conquistare sia blandendoli che minacciandoli.

Ma a ben vedere il movimento cattolico italiano della prima metà del Novecento aveva in sé molti anticorpi – vorrei dire molti più di oggi – per leggere la realtà e identificare gli avversari e prenderne le distanze. Sentirsi “altro”, nonostante la retorica imperante, a un sistema di potere dove non vi era posto per la libertà di scelta e di pensiero, e dove vigeva il ricatto della violenza. Il pensiero totalitario, pur diversamente coniugato, faceva scattare in tanti cattolici praticanti e consapevoli una ritrosia, un disagio, una non condivisione, fino ad una irriducibile contrarietà.

L’amico Emilio Sbarzagli,  – siamo non solo compaesani ma abbiamo anche condiviso un bellissimo percorso giovanile parrocchiale a Borgo San Lorenzo, mi ha proposto di ristampare, per l’occasione di oggi, un librettino ormai da anni esaurito. E che ricordo avemmo l’onore di essere presentato, nel teatro del paese, da Tina Anselmi. Fu scritto da don Rodolfo Cinelli, per molti anni pievano di Borgo San Lorenzo, e si intitola “Per non dimenticare Casetta di Tiara”. Casetta di Tiara è una località sperduta tra i monti dell’Appennino, tra le terre di Firenzuola e quelle di Palazzuolo sul Senio. E proprio lì don Cinelli, giovane prete novello, svolse il suo primo servizio da parroco. Arrivò in un luogo che ben presto divenne teatro di guerra aperta. Sui monti si rifugiarono numerosi giovani, provenienti sia dal versante fiorentino che ancora in maggior misura da quello emiliano-romagnolo, che formarono gruppi partigiani, in particolare la Divisione Garibaldi Bianconcini. In luoghi che ben presto divenne teatro di lotta non solo tra tedeschi e partigiani, ma scontro catalizzato dal passaggio, su quella parte di Appennino, della Linea Gotica.

Le memorie di don Cinelli, che non si limitano alla guerra, ma sono la testimonianza del cuore di un giovane prete innamorato di Dio e della propria gente, hanno però un particolare interesse anche per le vicende della Resistenza e dello scontro tra tedeschi e partigiani.

I tedeschi finirono per considerare don Cinelli un capo partigiano – misero anche una taglia sulla sua testa, vivo o morto – , ma il giovane prete originario di San Casciano, non  era un “partigiano” nel senso classico del termine.. La sua “parte” erano le persone, non i gruppi politici. Anzi, nel testo – che invito a leggere, è uno scritto semplice, agile, rapido ma anche profondo e a mio giudizio in certe parti commovente – non esita a prendere le distanze da quegli atteggiamenti partigiani altrettanto violenti, fino all’omicidio.

Scrive infatti: “I partigiani, spinti dalle circostanze, spesso aggrediscono e uccidono andando dietro alle ‘voci’. Si dice che il tale sia ricco si va a trovarlo gli si saccheggia la casa o gli si impongono tasse esose per la liberazione nazionale; si dice che il tizio sia una spia : viene preso malmenato giustiziato e i morti cadono a decine”. E del capo dei partigiani, dopo l’uccisione di un inerme abitante di quei luoghi: “in questa occasione  – scrive don Cinelli – mi scontrai col comandante in capo che aveva come nome di battaglia “Bob” e che in realtà si chiamava Luigi Tinti, di Imola. Gli rimproverai il suo barbaro modo di guidare quell’interessante movimento, nato per opporsi alle crudeltà e all’oppressione tedesca e fascista, che era la Resistenza; gli rimproverai la freddezza con cui uccideva gli umili e inermi cittadini invece di difenderli anche a costo della vita; gli ricordai la mamma e il suo amore per lui: un pensiero che avrebbe dovuto impedirgli certe azioni spietate. Lui ebbe una risposta agghiacciante: “Puoi avere anche ragione, ma quando arrivo alla sera e non ho ammazzato nessuno, non riesco a prendere sonno”.

L’antifascismo naturale di don Cinelli sta proprio qui: si ribella per amore, intollerante a tutto ciò che va contro l’uomo e la sua dignità, una Resistenza non meramente politica, ma al male che sta dentro all’uomo e alla società.

Il suo è uno stare accanto a chi soffre, a chi lotta per la libertà. Ecco perché gli viene assolutamente naturale tenere i collegamenti con i gruppi partigiani, trasmettere messaggi, suggerire, fare da mediatore, mettendo spesso a repentaglio la propria vita. Di lui, dice ancora don Cinelli, quei giovani che vivevano alla macchia, si fidavano, e spesso gli avevano affidato l’assistenza e la cura dei feriti.

Non è certamente l’unico, il giovane prete casettino, e poi borghigiano, ad ergersi in modo fermo, contro la barbarie antiumana e quindi anticristiana.

In Mugello ce ne sono altri di sacerdoti che non piegano la testa, e non accettano il conformismo e la retorica del potere fascista.

E nella loro azione pastorale, nel loro contatto quotidiano e forte con i loro parrocchiani seminano insegnamenti di libertà e di giustizia, prendono le distanze da un regime  che giudicano intrinsecamente lontano dagli insegnamenti evangelici, formano laici in grado poi di assumere, a momento debito, azioni di liberazione e di governo. E stanno vicini, con maggiore o minore cautela, a quelle iniziative e formazioni che si organizzano per resistere al fascismo.

A mio giudizio, leggendo le storie che raccontano le azioni di vari parroci mugellani, credo che questa sia la principale azione di resistenza che viene operata. Non con le armi, ma con il pensiero e la testimonianza. Testimonianza concreta e spesso non priva di rischi.

Come per Don Giuseppe Donatini, parroco di san Martino a Scopeto che non esitò a alcuni ex prigionieri inglesi ed ebbe contatti con il gruppo partigiano Stella rossa, e il parroco curò anche i partigiani feriti durante l’attacco a Vicchio. Così Don Rino Bresci, parroco di Pulicciano a Ronta, che fu punto di riferimento per i partigiani della seconda brigata Rosselli e negli ultimi mesi di guerra riuscì a salvare sei giovani renitenti del paese arrestati sull’Appennino con l’accusa di essere partigiani. Don Bresci fu poi costretto a nascondersi perché accusato di essere lui stesso un partigiano, prima nella cantina della canonica di Luco, dall’amico parroco don Dino Margheri e quindi sull’Appennino fino all’arrivo degli alleati. Don Dino Margheri fu infatti un altro prete mugellano nettamente antifascista e nella “bianca” Luco di Mugello fu punto di riferimento primario, e riuscì anche ad impedire una rappresaglia tedesca nei confronti della popolazione dopo che un partigiano era stato ucciso durante uno scontro nei pressi del paese. E sul finire della guerra fu un prete salesiano di Borgo San Lorenzo, Don Lorenzo Gasperi che riuscì a dissuadere il comando tedesco dal far saltare un  intero quartiere storico del paese.

A Barberino il pievano don Focacci fu tra i componenti del comitato unitario che per tutto il tempo della resistenza si occupò di problemi amministrativi e di assistenza alle famiglie dei partigiani. Mentre gran parte dei parroci dei piccoli paesi dell’Appennino a ridosso della linea gotica i cui abitanti furono costretti a sfollare in Romagna, seguirono la popolazione. E qualcuno ne seguì la triste sorte, come il vecchio parroco di Crespino del Lamone, che fu mitragliato dai Tedeschi in occasione dell’Eccidio di Crespino e Fantino, in Alto Mugello, l’episodio più triste e sanguinoso, tra i tanti che accaddero in Mugello.

Penso poi al ruolo di don Ugo Corsini, pievano di Borgo, che non solo collaborò con il CLN ma ordinò alle suore di clausura del monastero domenicano di santa Caterina attiguo alla pieve, di accogliere e curare numerosi partigiani feriti, per poi nascondere lui stesso una giovane famiglia di ebrei di Trieste che durante la fuga si erano fermati a Borgo San Lorenzo, e ai quali il pievano, in accordo con l’ufficiale di anagrafe del Comune, fece preparare dei documenti falsi – e per questo motivo i due borghigiani sono stati iscritti nell’elenco dei Giusti delle Nazioni -.

Alla Tassaia, tra Vaglia e Borgo San Lorenzo i padri Camaldolesi della Badia del Buonsollazzo, pur costretti a convivere con reparti militari tedeschi dal giugno al settembre 1944, riuscirono comunque a farsi carico di tante famiglie sfollate dai centri del mugello e a nascondere diversi giovani renitenti.

E a proposito di Giusti delle Nazioni, per il rischioso lavoro di nascondimento e salvataggio di ebrei non si può non ricordare la figura di don Leto Casini, prete nativo di Cornacchiaia e insegnante nel seminario di Firenzuola, che fu incaricato dall’Arcivescovo Card. Dalla Costa, e per l’azione a favore degli ebrei fu anche imprigionato e picchiato.

Tutto questo, e mi avvio a concludere, sarebbe sbagliato catalogarlo come eccezione meritoria a fronte di un mondo cattolico per la gran parte succube e fiancheggiatore del regime. E’ una chiave di lettura, che talvolta si rinviene in certa storiografia di sinistra, che non tiene conto di importanti antefatti.

Peraltro non va dimenticato che lo scontro tra  fascismo nascente e il movimento popolare cristiano in Mugello era stato durissimo e drammatico. Matteo Baragli, in un suo scritto, contenuto negli atti di un recente convegno tenutosi a Borgo San Lorenzo, ricorda che “in seguito all’instaurarsi del Regime diversi sacerdoti subirono ritorsioni fasciste , come don Giuseppe Focacci a Barberino, don Cesare Pavanti a Galliano , don Giuseppe Sardelli a Vicchio , don Virgilio Giorgi a Rufina, don Leto Casini a Firenzuola e don Dino Margheri a Luco, sacerdoti e località ove forte era il radicamento dei popolari e aspre le lotte agrarie condotte dalle leghe bianche. Don Margheri fu addirittura processato per incitamento all’odio fra le varie classi sociali a causa di alcune frasi pronunciate in due spiegazioni del vangelo. Noto anche il caso del parroco di Grezzano, punito da una spedizione squadrista. E numerosi furono gli episodi di violenza fascista rivolti contro le associazioni cattoliche: particolare scalpore suscitarono le bastonature dei coloni bianchi ad opera del fattore Bianchini, in località Panna, le violenze e le intimidazioni che portarono nel 1922 alle dimissioni delle varie giunte comunali fra cui anche quelle popolari di Scarperia , Barberino e san Piero; a Luco vennero sciolti i circoli cattolici e la lista delle associazioni cattoliche mugellane chiuse o intimidite alla vigilia o dopo la marcia su Roma sarebbe interminabile.

Per non dimenticare poi il fatto che in Mugello avvenne uno dei primi, se non il primo omicidio da parte delle squadracce fasciste, che il 10 dicembre 1920 assassinarono l’anziano colono Giovanni Sitrialli, che nel suo podere aveva innalzato la bandiera bianca.

Dicevo dunque degli antefatti. Mi riferisco alla fitta rete sociale costruita intorno alle parrocchie. In Mugello, definito la “Vandea bianca”, i parroci, in tanti piccoli e medi centri abitati erano il primario punto di riferimento per la popolazione. C’era un legame forte in questo cattolicesimo popolare, fatto di credenze e riti, ma anche pratiche di pietà e condotte morali, un legame che aveva anche concrete connotazioni sociali e solidaristiche. Qui in Mugello, come del resto in altre parti d’Italia, la dottrina sociale della Chiesa aveva avuto coniugazione concreta. Accanto alle forme tradizionali di associazionismo, confraternite, misericordie, terziari e compagnie, nascevano anche realtà nuove, dall’Azione Cattolica a cooperative di consumo. E’ un caso che le più antiche Casse Rurali fossero nate sotto i campanili e avessero spesso come primo presidente il parroco? Accadde a Piancaldoli, a Coniale, poi a Luco, per quanto riguarda il Mugello. Ed è un caso che furono i cattolici, con le Leghe bianche, a mettersi alla testa del movimento di superamento della mezzadria e a dar vita a innovative forme di presenza sindacale?

Vi fu così la formazione di una classe dirigente che poi, quando finito il non expedit, consentì ai cattolici la partecipazione diretta alla vita politica, si concretizzò in robuste vittorie in molti paesi del Mugello, per il Partito Popolare. Che nelle elezioni politiche del 1921 raggiunge in Mugello una forza considerevole: se a Firenze aveva ottenuto meno del 20%, il PPI riscosse il 44,9% a Barberino, il 38% a Borgo, il 48% a San Piero a Sieve, il 46% a Scarperia e il 39,6% a Vicchio. E nelle elezioni comunali ottenne vittorie a Scarperia, Barberino, San Piero, Marradi, Palazzuolo e Firenzuola, mentre le amministrazioni socialiste si affermarono a Borgo San Lorenzo e Vicchio.

Questo substrato, apparentemente soffocato nei successivi due decenni, non solo dal regime ma anche da crisi e divisioni interne – nel clero così come nel partito, prima tra intransigenti e modernisti, poi tra chi guardava al fascismo come sponda possibile e chi invece se ne teneva ben lontano -, riaffiorerà nel periodo della Resistenza e poi del primo dopoguerra, mettendo a disposizione un pensiero e una prassi convintamente democratiche e popolari.

Finisco citando un manoscritto, che spero prima o poi riusciremo a pubblicare, di una figura nota in Mugello, Antonio Cassigoli che fu punto di riferimento dell’associazionismo cattolico, e che subì anche le conseguenze del suo antifascismo, perdendo il posto di lavoro come insegnante. Poi consigliere comunale della DC a Borgo San Lorenzo, Ministro del Terz’Ordine Francescano del Mugello, Cassigoli si chiede se “la resistenza fu un avvenimento di popolo o l’isolata scelta di pochi ardimentosi”.

Dopo aver rilevato “che le forze partigiane, assommanti sì e no a diciottomila uomini, si erano enormemente dilatate nel dopoguerra fino a comprendere qualche centinaio di migliaia di aderenti, dopo il varo di leggi che riservavano ai partigiani benefici economici e di carriera”, Cassigoli sostiene, citando anche la testimonianza di Giancarlo Zoli, figlio di Adone Zoli e già sindaco di Firenze, che “è stata resistenza di popolo là dove questo era cementato ed animato da un insieme di valori ideali, specie se religiosi (vedasi, ad esempio, il Veneto, la Val di Taro nel parmense, alcune zone della Toscana quali la Lucchesia ed il Mugello).

Zoli, racconta Cassigoli, sosteneva: “io non sono considerato un partigiano, né ho titolo per esserlo, anche se, attivo resistente, fui catturato, con l’intera mia famiglia, dalla famigerata Banda Carità e rinchiuso a Villa Triste per esservi torturato”. E Cassigoli aggiunge: “Io pure non lo sono, anche se licenziato dall’impiego “per essersi trovato in contrasto con le generali direttive politiche del Governo” perseguitato dal Regime e scampato miracolosamente ad un mortale attentato”.

Così con le parole di un testimone dell’epoca, lo stesso Cassigoli – parole magari un po’ auliche, essendo state vergate decenni fa -, concludo questo mio intervento. Scrive Cassigoli: “La resistenza al fascismo, nascosta e passiva, praticata da larghissime fasce del popolo italiano, non meno di quella armata e rischiosa, è stata il baluardo che ha arginato e poi lentamente corroso il prepotere dei freddi e spietati conculcatori delle libertà.

La resistenza al fascismo nel Mugello e nell’Alto Mugello fu sì anche un fatto eroico ed eclatante, ch’ebbe protagonisti generosi e ardimentosi, che consacrarono con il sangue il loro indefettibile amore per la libertà, ma fu anche e soprattutto una “resistenza di popolo” cementata dal comune sentire cristiano, resistenza silenziosa, il più delle volte non avvertita né avvertibile, ma fu proprio questo tipo di lotta popolare che arginò o rese impossibili prepotenze, ostracismi e discriminazioni, e che sbocciò, all’indomani della Liberazione, in un irrefrenabile anelito di dignità e di libertà, spesso contrassegnato dall’inalberamento della bianca bandiera scudocrociata sulle torri comunali, così come lo era sulle vette dei campanili, simbolo d’una fede indomita ed eterna d’una popolazione contadina, laboriosa e credente.”

Paolo Guidotti
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 26 marzo 2026

Mugello
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