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Home»Palazzi e chiese»Scarperia e San Piero»Palazzo dei Vicari
5 Mins Read Scarperia e San Piero

Palazzo dei Vicari

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Tra gli edifici storici di cui il Mugello va fiero si annovera senza dubbio il Palazzo dei Vicari a Scarperia, edificato dopo la fondazione della “terra nuova” di Castel San Barnaba (1306) ad opera della repubblica fiorentina, come sede dell’autorità militare e civile.

A partire dal 1355 si dà inizio alla costruzione del palazzo pubblico, che nella sua struttura richiama con evidenza assoluta il palazzo Vecchio di Firenze, tanto che tradizionalmente l’edificio scarperiese era attribuito allo stesso architetto di quello fiorentino, Arnolfo di Cambio, paternità tuttavia non dimostrata. In ogni caso, una tale attribuzione segnala la vicinanza tra i due edifici, segno che il palazzo di Castel San Barnaba è stato concepito per rivestire, oltre al ruolo di sede del potere politico e di eventuale fortilizio, anche un significato simbolico, finalizzato a dimostrare con immediata evidenza il ruolo dominante di Firenze. Anche da un punto di vista urbanistico, il palazzo svolge una funzione centrale, ponendosi come fulcro dell’impianto strutturale della “terra nuova” di Scarperia, imponendosi nell’ampia piazza centrale dell’abitato e confrontandosi direttamente, nella parte opposta, con l’autorità religiosa (il convento agostiniano di San Barnaba), secondo il più tipico schema medievale.

A ricordare la presenza secolare dei podestà e, a partire dal 1424, dei vicari, spesso appartenenti alle più illustri famiglie fiorentine, rimangono sulla facciata del palazzo e in ambienti interni, una grande quantità di stemmi, non pochi dei quali di notevole qualità esecutiva, tra i quali spiccano quelli ceramici, opera della bottega robbiana.

Foto di Francesco Noferini

Varcato il grande portone di ingresso, si accede all’androne ed all’ampio cortile del palazzo, spazi che in passato costituivano gli ambienti pubblici dell’edificio, le cui pareti sono occupate da stemmi e da scene ad affresco: spiccano una accurata Madonna col Bambino in trono tra i santi Zanobi, Giovanni Battista, Reparata e Barnaba, avvicinata ai modi del pittore fiorentino dei primi del Quattrocento Ventura di Moro e, sulla parte d’ingresso, una raffigurazione dell’Incredulità di San Tommaso, opera di un anonimo maestro fiorentino sempre dei primi del XV secolo.

Salendo la scala che conduce al piano nobile del palazzo, un tempo sede anche degli appartamenti privati del vicario, si incontra, sul primo pianerottolo, un affresco (staccato) con San Cristoforo, dipinto nella consueta iconografia nel momento in cui attraversa un fiume con sulle spalle la figura di Gesù Bambino (gesto richiamato dallo stesso nome del santo). Il dipinto è stato attribuito a Rossello di Jacopo Franchi, artista fiorentino di ambito tardogotico e attivo nella prima metà del XV secolo.

Giunti al primo piano, si entra nella sala che un tempo ospitava la cappella del vicario, della cui decorazione sopravvive un notevole affresco con la Madonna in trono col Bambino tra i Santi Giovanni Battista, Francesco e Giovanni Evangelista e Domenico. Il dipinto, databile al 1501 e commissionato dal vicario Giovanni di Bardo di Guglielmo Altoviti, è tradizionalmente assegnato alla bottega di Domenico Ghirlandaio, ma è stato anche attribuito a Piero del Donzello (Firenze, 1452-1509). Dalla ex cappella si accede a due altri ambienti: il primo è rappresentato dalla vasta sala del Consiglio, le cui pareti sono interamente ricoperte di decorazioni ad affresco, tra cui una ulteriore serie di stemmo vicariali. Il monumentale camino in pietra serena affronta, sulla parete opposta, una serie di tre portali in pietra serena con architravi dotati di stemmi clipeati e sormontati da timpani triangolari, al cui interno si leggono i busti le raffigurazioni affrescate di San Francesco e San Lorenzo, databili al 1509 ed attribuiti a Bartolomeo di Giovanni, pittore che tuttavia, è stato osservato, era già scomparso a quella data, mentre è stata parimenti sottolineata una sensibile somigliannbza stilistica coi modi della Maestà della ex cappella. Sulla parete d’ingresso del salone si leggono ancora i resti di una Crocifissione , accostata allo stile di Niccolò di Pietro Gerini o Pietro Nelli (fine sec. XIV-inizi XV). Il salone conduce in altri ambienti del palazzo, tra cui la Stanza del Vicario, in origine camera privata del vicario ed oggi arredata con alcuni dipinti tra cui un affresco staccato dalla prima stanza del piano terreno (Madonna col Bambino, scuola fiorentina del sec. XVII), una tavola con il Giudizio Universale (scuola fiorentina, fine XV secolo) e una Madonna col Bambino e Santi (scuola fiorentina sec. XIV) ed una Madonna col Bambino e San Giovannino (scuola fiorentina sec. XV).

Una saletta ospita un oggetto veramente straordinario ed assolutamente unico: si tratta del meccanismo dell’orologio della torre che i documenti conservati nell’imponente e importantissimo archivio storico custodito nel palazzo, consentono di assegnare a Filippo Brunelleschi, a cui fu commissionato nel 1445, appena un anno prima della sua morte. Si tratta dell’unica testimonianza superstite della attività di costruttore di orologi del grande architetto, documentata dalle fonti bibliografiche.

Altre sale del palazzo sono occupate dal “Museo dei ferri taglienti”, realizzato per documentare e illustrare la illustre e secolare produzione di questi manufatti, frutto di un’alta qualità artigianale di cui Scarperia custodisce una nobile tradizione. Un interessante e puntuale percorso, anche dal notevole valore didattico, consente di ripercorrere una storia che mantiene anche ai giorni nostri un valore culturale ed economico di primaria importanza per la comunità di Scarperia.

Scheda di Marco Pinelli

Foto di Francesco Noferini e Marta Magherini

Fonti: L. Brunori Cianti, L’immagine del potere e il potere dell’immagine: un percorso storico-artistico e iconografico nel Palazzo dei Vicari, in Scarperia settecento anni. Tracce e memoria di una “terra nuova”, Firenze, 2006, pp. 117-128; Palazzo dei Vicari a Scarperia e Raccolta d’arte sacra “Don Corrado Paoli” a Sant’Agata, Firenze, 2008, pp. 23-77

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