
BORGO SAN LORENZO – Isabella Becherucci, talentuosa scrittrice ed insegnante universitaria residente a Mucciano (Borgo San Lorenzo) ha pubblicato da poco il suo ultimo libro “Imprimatur. Si stampi Manzoni”, ora finalista in due premi letterari. Ci racconta quali suggestioni ha ricevuto dai suoi studi e cosa può insegnarci oggi la lettura di uno dei capisaldi della letteratura italiana.
Oggi c’è la tendenza a pensare che, se un argomento è stato molto trattato, sia esaurito. Il tuo libro è la dimostrazione che, se anche un ambito è molto dibattuto, c’è sempre qualcosa da scoprire. Sei d’accordo? Sì, si può sempre andare oltre e questo è possibile se si torna ai documenti originali, vanno indagate le fonti, senza accontentarsi dei risultati conseguiti da altri. Io ho trascorso molto tempo a consultare i documenti dell’Archivio di Stato di Milano, della Biblioteca Braidense e ho trascorso molto tempo alla villa di campagna di Manzoni, a Brusuglio, che è di proprietà dei marchesi Berlingeri. Vivendo lì, soggiornandoci, le suggestioni ovviamente arrivano, si entra completamente nella vita domestica di Manzoni, poiché è tutto rimasto come era. Ho avuto questa enorme opportunità, mi considero privilegiata, poiché è chiusa al pubblico.

Nel tuo libro parli del teatro come un luogo che nell’era manzoniana si poteva considerare “la fucina bollente delle opinioni”. Non è un caso che anche Victor Hugo esprima le sue convinzioni proprio nei drammi, la cui fruizione “può cambiare l’esito delle elezioni”. C’era dunque questo potere nel teatro a livello globale? Certo, il teatro era come è ora il cinema, un luogo di aggregazione, dove si vedevano opere che cambiavano la vita delle persone. Per questo era molto controllato dal regime: quando si va in un luogo dove si partecipa tutti alle emozioni degli altri, c’è una forza maggiore rispetto alla fruizione di un’opera in maniera individuale. Il teatro era molto partecipato.
Tu parli molto della censura, il che riguarda anche la libertà di espressione, di cui, per ovvie ragioni, ora si discute molto. Il presidente francese Macron ha recentemente destato molto scalpore nell’includere, nella libertà di espressione, la libertà di blasfemia. È dunque tuttora un diritto poco garantito e poco conosciuto? Ovviamente, noi non siamo liberi neppure ora: più i sistemi sono sofisticati, più diminuisce la nostra libertà. Parlare della censura riferendosi a Manzoni è importante perché ci permette di capire quanto lui abbia dovuto lottare. Il mio libro dice proprio che dobbiamo guadagnarci la libertà attraverso la cultura, l’amicizia e l’unione. Sono parole importanti, sembrano scontate, ma non è così.
Parli anche dell’Adelchi, che è un personaggio interessante perché è uno dei pochi casi nella letteratura italiana in cui si avverte lo scontro interiore fra legittimità e legalità. Trovi in questo un Manzoni innovativo? Adelchi è un autoritratto del suo autore. Manzoni crea degli alter ego, uomini in contrasto con lo spirito dei tempi, come Renzo, che lotta per la giustizia, pur partendo da una condizione di ingenuità. Il tema della giustizia pervade tutte le opere manzoniane, che trattano del rapporto fra le leggi e l’individuo.
Il tuo libro tratta le vicende editoriali delle opere di Manzoni, ma quali sono le vicende editoriali del tuo libro? Il libro ha avuto la sfortuna di essere pubblicato pochi giorni prima del lockdown. Ora sono state vendute 160 copie in libreria e altre online. È stato presentato a Fahrenheit, su Radio3. Ora è finalista per la saggistica per il Premio Letterario Carlo d’Asburgo e per il Premio Letterario della Città di Como. È stato apprezzato dalla critica accademica che ne ha parlato sulle riviste Oblio e Studi Manzoniani. Ha avuto anche una rapida risposta a livello di pubblico, quindi, nonostante la sfortuna iniziale, sono contenta. Doveva essere presentato il 7 marzo, per il compleanno di Manzoni, ora è tutto sospeso. Ma non mi scoraggio, in fin dei conti, un saggio è come il vino, più invecchia, più è buono.
Per attualizzare un po’ Manzoni: tu stai facendo all’Università il corso di Peer Tutoring, che ha qualcosa a che fare con il programma di mutuo insegnamento che c’era ai tempi di Manzoni, ripreso anche da Don Milani e utilizzato da molti insegnanti nel Mugello. Ce ne puoi parlare? Sì, l’idea che sta dietro al Peer Tutoring è la stessa del mutuo insegnamento: ovvero, gli studenti più adulti e più dotati prendevano lezioni integrative e poi insegnavano ai più piccoli, insomma era un metodo a catena. C’era anche ai tempi di Manzoni: Pecchio, che era suo amico, scriveva che questa scuola avrebbe contribuito alla morale del popolo. L’Austria, non appena capì che l’obiettivo era l’istruzione, lo ostacolò con ogni mezzo. Oggi alcune università lo hanno ripreso e, dato che siamo nell’epoca del distanziamento, un metodo di questo tipo può essere un buono stimolo a livello relazionale.
Qual è la scoperta più interessante che hai fatto, studiando i documenti manzoniani? Mi sono interrogata a lungo sul perché il Cinque maggio, pur non essendo stato pubblicato, per via della censura, è circolato ugualmente. Si pensava che le copie fossero circolate ugualmente a causa della negligenza di un impiegato della censura, ma non è possibile, se si pensa a quanto fosse teso il clima e a quanto l’impero fosse intransigente verso chi lavorava in questo ambito. L’unica spiegazione che mi sono data è che sia stato lo stesso Manzoni, con un trucco, a far circolare l’opera. Questo mi ha fatto scoprire una nuova anima di Manzoni, era un vero e proprio combattente, non un pavido, come alcuni lo dipingono. Manzoni è stato un uomo coraggioso, ha lottato molto e ce l’ha fatta.
Caterina Tortoli
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 9 novembre 2020

