
FIRENZUOLA – Un metodo per la battitura del grano, usato in Appennino, era quello eseguito con la pietra per trebbiare. Si trattava di un grosso masso piatto e di forma più o meno triangolare, all’estremità vi era un foro nel quale si passava una robusta corda o una catena che serviva ad attaccarla ad uno o due buoi. 
Prima dell’operazione si eseguiva una ripulitura dell’aia, vi si stendevano i covoni aprendoli per eliminare l’umidità interna, si posizionava poi, sopra ad essi, la grossa pietra e con l’aiuto dell’animale vi si passava sopra ripetutamente fino a triturare la paglia. Queste pietre nella parte a contatto con il cereale subivano una scalpellatura a file parallele a lisca di pesce, per favorire la separazione del chicco. Terminata questa operazione il prodotto veniva gettato in aria con apposite pale per separare il seme dalla pula e dai residui di paglia, l’opera poteva essere completata con l’uso di speciali vagli. Questo sistema rimase in uso fino all’avvento della trebbiatrice meccanica, da noi negli anni ’20 del secolo scorso, e che fu poi sostituita dalla mietitrebbia negli anni ’70.
Ancora si trovano sparse qua e là, usate come arredo o abbandonate. Se ne potrebbe salvare qualcuna per ricordare un passato ormai remoto della nostra storia?
Sergio Moncelli
Foto di Matteo Moncelli e Tiziana Tattini
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 28 Marzo 2021

