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Home»Copertina»PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Le regole – e la poca logica di certe norme – nella raccolta dei funghi
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PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Le regole – e la poca logica di certe norme – nella raccolta dei funghi

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MUGELLO – Questa volta Alessandro Francolini sospende l’esame scientifico delle tante varietà di funghi mugellani. E visto che è periodo di raccolta fa una riflessione, frutto della propria esperienza personale, sulle regole vigenti per la raccolta. Notando anche qualche incongruenza. Uno scritto sicuramente stimolante. Che andrebbe letto anche dai legislatori regionali

1) La raccolta dei porcini: normative e costi dei permessi. Riflessioni personali…

Calocybe gambosa

Cosa c’entrano i prugnoli (Calocybe gambosa) con i porcini? Fanno comodo per esprimere un concetto che spesso sfugge a una parte dei fungaioli ma non ai prugnolai coscienziosi, quelli che ci tengono alla conservazione delle “proprie e segretissime” prugnolaie.

Il prugnolo ama fruttificare nei prati o negli ambienti boschivi “di macchia” in prossimità di cespugli di piante spinose, Rosaceae in generale. Specie saprotrofa, il suo micelio si nutre di sostanza organica vegetale in decomposizione presente sul suolo o poco al di sotto, e si sviluppa in lunghe e strette fila che possono procedere, come si dice, in forma di “saetta” o formare un tipico cerchio delle streghe. Lo sviluppo del micelio avviene quindi superficialmente, senza mai arrivare troppo in profondità ma rimanendo mediamente nello strato di humus. Quindi il prugnolaio esperto, individuata o ritrovata la fila miceliare della sua fungaia (denunciata dal colore diverso del manto erboso o, concretamente, dalla presenza dei piccoli prugnoli presenti, oppure andando addirittura a memoria come si compete ai prugnolai più navigati), starà ben attento dal mettervi un piede sopra nel timore di “schiacciare” i delicati filamenti miceliari col rischio di interromperne la fila e di compromettere la sopravvivenza della prugnolaia stessa.

Evita cioè, per quanto possibile, di pesticciare il micelio.

Nel caso dei porcini o di altri funghi simbionti legati a piante ad alto fusto, il micelio, formando micorrize con l’apparato radicale sotterraneo di tali piante, si sviluppa non in una sola direzione come per i prugnoli ma “in lungo e in largo, in alto e in basso” con una estesa rete di filamenti più o meno sotterranei ma che in superficie dovranno pur arrivarci quando produrranno gli sporofori (ciò che chiamiamo popolarmente “funghi”). E alla fin fine, come per i prugnoli, il micelio non sarà insensibile al pesticcìo soprattutto durante “il periodo da porcini” che richiama centinaia di cercatori nel bosco. Pesticcìo che può risultare così martellante e continuativo (per giorni o settimane) da pregiudicare la “salute” o la sopravvivenza stessa del micelio. Il pesticcìo è anche causa di spostamento dell’humus e del materiale organico (vegetale e non) presente nel sottobosco. Inoltre durante la stagione più favorevole alla nascita dei porcini, a seguito delle piogge che hanno ammorbidito il terreno rendendolo più cedevole, questo sarà sufficientemente soffice e morbido da poter trasmettere la pressione di un passo anche a diversi decimetri di profondità.

Eccoci arrivati al Primo problema: il pesticcìo come fattore primario negativo per la sopravvivenza del micelio.

Si pone poi la questione della quantità e della qualità (nel senso delle dimensioni e quindi dell’età) dei porcini (e di altre specie in generale) che possono essere prelevate dal bosco o da un qualsiasi altro habitat naturale senza alterare la capacità riproduttiva del relativo micelio e senza, di conseguenza, danneggiare il complessivo equilibrio naturale di quel dato ambiente. Quindi il Secondo problema: la quantità e le dimensioni dei porcini (o di altri funghi) da raccogliere.

Come risolvere tali problemi? Con la regolamentazione, con le limitazioni e col far pagare una certa quota per avere il “permesso” di incidere sull’equilibrio di quell’ambiente.

Ciò porta al Terzo problema: il costo del permesso/licenza per “andare a funghi”.

Non è il caso di entrare nel mostruoso e gigantesco groviglio di informative e norme che regolano “la raccolta dei funghi epigei in Italia”; normative che cambiano non solo da Regione a Regione, ma spesso anche da Comune a Comune, oltre che in relazione al “privato” o al “pubblico”, al demaniale o al Parco Naturale, ecc.

Tuttavia 3 o 4 esempi li posso riportare, esponendone i tratti essenziali (tralasciando le varie agevolazioni per gli aventi diritto). Per risalire alle motivazioni che ne sono alla base e quindi fare alcune riflessioni.

# Provincia Autonoma di Bolzano (cioè tutto l’Alto Adige). Raccolta permessa solo nei giorni di numero pari sul calendario. Massimo di raccolta giornaliera: 1 kg a testa. Nessuna misura minima prevista. Costo: 10€ di permesso giornaliero; non previsti sconti per permessi “a pacchetto” (tipo settimanale, mensile o quant’altro).

Evidente la filosofia che ne è alla base; espressa più volte dalle stesse Guardie Forestali con cui ho avuto l’occasione di parlare e di confrontarmi. L’idea, in soldoni, è questa: “Meno si sta a pesticciare nel bosco e meglio è. Il bosco ne guadagna sotto tutti i punti di vista, sia vegetazionale che faunistico”. Mentre riguardo alla mancanza di misure minime consentite, la motivazione è la seguente: “Nella raccolta dei funghi, porcini e galletti in particolare, non è tanto la quantità o la qualità (grandi o piccoli o piccolissimi; immaturi o maturi) che viene portata via, quanto il benessere del micelio che li ha prodotti (un po’ come prendere delle ciliegie da un Ciliegio selvatico: importante non è quante se ne prendono ma che non vengano spaccati i rami della pianta e che, ovviamente, essa non venga abbattuta). Si potrà quindi andare tranquillamente tutti a funghi ma, partendo dal presupposto che la raccolta avverrà soltanto a giorni alterni e per di più con una quantità limitata, si minimizzerà il pesticcìo nel bosco salvaguardando il micelio e tutto il resto. Inoltre, così facendo, ci saranno sicuramente funghi che termineranno il ciclo, disperdendo in ambiente quantità di spore sufficienti per generare altro micelio o riparare/integrare quello già presente. Insomma: un occhio di riguardo verso i funghi in particolare ma che poi si traduce in una più mirata attenzione verso l’ambiente boschivo e forestale in generale perché, come tutti dovrebbero sapere, la simbiosi micorrizica è tra i principali fattori da cui dipende la salute di questo ambiente.”

# Magnifica Comunità di Fiemme (comprendente una decina di comuni; con una estensione territoriale e amministrata paragonabile a quella mugellana. Siamo in provincia di Trento). Raccolta permessa tutti i giorni. Massimo di raccolta giornaliera: 2 kg a testa. Nessuna misura minima prevista. Costo 12€ per il giornaliero, ma previsti costi differenziati (“a pacchetto”) per periodi più lunghi (3 giorni, una settimana, ecc.) con, ad esempio, il quattordicinale da 36€, il mensile da 55€ o il semestrale da 264€.

Rispetto alla provincia di Bolzano c’è molta meno ristrettezza, favorendo così un significativo afflusso-turistico-micologico da altre parti d’Italia, privilegiandone tra l’altro quello a più lunga permanenza. In effetti il “turismo da funghi” in questa e in molte altre zone del Trentino (di cui anch’io ho fatto spesso e volentieri parte) ha sempre costituito negli ultimi decenni una voce economica certamente non trascurabile per quelle zone.

# Regione Toscana. Raccolta permessa tutti i giorni. Massimo di raccolta giornaliera 3 kg a testa. Misure minime: 4 cm per le specie del genere Boletus della sezione Edules (cioè i nostri “magnifici quattro”); 2 cm per i prugnoli e per i marzuoli (Hygrophorus marzuolus). Per i residenti in Toscana i costi sono: 13€ per il semestrale; 25€ per l’annuale, con quote dimezzate per i residenti nei Comuni classificati come “montani”; viceversa nessun costo per chi raccoglie funghi nel proprio Comune di residenza.

Come giudicare queste 3 normative? Dipende dai punti di vista e da quali sono le aspettative di ciascun fungaiolo (evitando di considerare i bracconieri e coloro che non rispettano le regole).

Ad esempio. Io mi posso considerare un “fungaiolo-curioso-ambientalista”, nel senso che amo entrare nel bosco, rendermi conto di quello che vedo e cercare di imparare a riconoscere specie per me nuove; e se trovo dei buoni commestibili (porcini compresi) sono felicissimo; altrimenti sarò contento lo stesso perché qualcosa da fotografare ci sarà sempre e avrò comunque fatto una salutare girata. Ma in definitiva ciò che mi interessa è che boschi e foreste permangano in “buona salute”.

Ma dentro di me c’è sicuramente anche il “fungaiolo-da-porcini”, quello che si alza alle 4 di mattina per arrivare nei “posti buoni” prima della “concorrenza”; che va a funghi anche quando diluvia; che “un fungo tira l’altro” e non è contento finché non ha raggiunto la quota massima consentita per legge. Che considera un pranzo a base di funghi (porcini compresi) una leccornia e che ama anche regalarli agli amici golosi.

Da “fungaiolo-da-porcini” non cambierei per niente al mondo la mia “residenza toscana”. Ho un permesso che mi costa solo 12,50€ l’anno (Borgo San Lorenzo è considerato Comune Montano e quindi ho diritto a pagare la metà) e che mi permette di andare quando e dove voglio a cercare funghi in tutta la Toscana, escluse le zone gestite come “riserve a pagamento” o le zone interne a Parchi Naturali. Le limitazioni sulla misura minima, poi, sono talmente ridicole che di quei “microbi” non saprei davvero cosa farmene e mai li raccoglierei. Situazione perfetta.

Anche le permanenze di 2 o 3 settimane fatte anni fa in Trentino mi sono calzate sempre a pennello: vacanza con la famiglia e a funghi tutte le volte che ho voluto. Ottimo, almeno finché la Tempesta Vaia spazzò via in due giorni nell’Ottobre 2018, le foreste in molte zone dei “miei posti”.

Ma se ragiono con più lucidità, a mente fredda, facendo entrare in ballo il “fungaiolo-curioso-ambientalista”, allora quanto scritto sopra cede (a malincuore ma inesorabilmente) il posto ad altre considerazioni, perché capisco che qualcosa non quadra. Ma come? Per girare in tutta la Toscana spendo 12,50€ l’anno e per un giornaliero (un giorno solo!) fatto in Alto-Adige o in Val di Fiemme spendo lo stesso? Non mi torna! Dov’è l’incongruenza? Evidentemente qualcuno sta sbagliando gestione.

E non ho dubbi: l’errore è tutto toscano! Viene svenduto a prezzo irrisorio e ridicolo (grazie a una normativa che vuol essere sì democratica ma che in pratica è dannosamente accondiscendente e permissiva) non tanto una risorsa alimentare/economica come può essere considerato un cesto di funghi, ma ciò che alla fin fine tale cesto rappresenta: il rapporto con l’ambiente naturale. Perché “andare a funghi” vuol dire sempre e comunque fare una (pur piccola e minimale, se si vuole) esperienza di stretto contatto con e dentro (ma proprio dentro!) la Natura. Svenduto quindi, e assolutamente non valorizzato. Ne scaturisce una bruttissima e oltremodo diseducativa immagine: quella del bosco come entità-supermercato in cui, a prezzi stracciatissimi, si entra e ci si può servire a piacere. E da qui, dal bosco, a passare più in generale a considerare la Natura e l’Ambiente alla stessa stregua il passo può essere pericolosamente breve.

Se, in teoria, venisse proposta una normativa unica e valida per tutto il territorio “pubblico” nazionale (perché ridete? lo so bene che in Italia eventualità di questo tipo sono inconcepibili: sto solo parlandone ipoteticamente), allora io sarei felicissimo se la scelta cadesse verso un connubio tra quella Altoatesina e quella della Magnifica Comunità di Fiemme: il modo giusto per coniugare la salvaguardia di un organismo vivente (nascosto e invisibile) come il micelio assieme alla valorizzazione di un bene comune più ampio e complesso come deve essere considerato un bosco o una foresta nella sua interezza.

Sarei perciò pienamente soddisfatto se fosse regolamentata la raccolta a giorni alterni, introducendovi tuttavia l’opportunità di poter usufruire di permessi a più lunga scadenza (settimanali, mensili, semestrali, annuali tipo quelli adottati in Val di Fiemme) con prezzi appropriati e ragionevoli (solo per fare un esempio: partendo dai 10-12€ per un giornaliero per arrivare sui 220-250€ per un semestrale e 360-400€ per un annuale), mantenendo le agevolazioni per gli aventi diritto. Senza limitazioni sulla misura minima, ad eccezione dei prugnoli e dei marzuoli (con un minimo a 4(5) cm di diametro del cappello per entrambi), mentre per l’Ovolo buono (Amanita caesarea) permetterne la raccolta soltanto quando è completamente aperto nel senso che siano ben visibili le lamelle. Consentendo la quota massima di raccolta (ma proprio perché sento dentro di me il “fungaiolo-da-porcini” che sta dannatamente soffrendo per la paura che mi allinei con la quota altoatesina…) a 2 kg. Ad esclusione di tutti coloro che, con una particolare licenza ottenuta sotto precisi requisiti, si potrebbero configurare come “professionisti” per poter raccogliere di più, in modo da continuare a rifornire di materiale fungino locale (e non proveniente dall’estero) i pur sempre meno frequenti mercati cittadini, o i fruttivendoli paesani (anche loro in via di estinzione causa supermarket) o, più semplicemente, i vari privati che ne facessero richiesta. E, infine, innalzando significativamente gli importi delle sanzioni per chi trasgredisce le regole; importi che in molte Regioni, Toscana compresa, sono attualmente pressoché ridicoli.

Desidero ora tornare al problema iniziale, quello del “pesticcìo”, perché mi permette di collegarmi al 4° esempio di cui volevo parlare: la gestione (e le motivazioni da cui tale gestione è scaturita) di uno dei boschi più famosi del Mugello, a prevalenza di Cerro: quello di Bosco ai Frati (o Bosco ai Ronchi come riportato sulle varie cartine militari di un tempo).

Nonostante la non eccessiva estensione si tratta di una zona oltremodo famosa, da tante generazioni di fungaioli, per le nascite talvolta straordinarie di estatini (Boletus reticulatus) ma soprattutto di neri (Boletus aereus), nonché di allovoli (Amanita caesarea), per non dire della sua facilissima “percorribilità”, sviluppandosi praticamente in pianura. Nelle mie girate vi ho trovato anche specie abbastanza rare come Amanita eliae e Exudoporus permagnificus; insomma un bosco magico a tutti gli effetti. Una sua buona parte è di proprietà dell’Azienda Agricola Schifanoia e fino a 15-20 anni fa era ad accesso completamente libero. Tuttavia nel periodo-da-porcini, col passare degli anni, il bosco veniva invaso da un sempre più numeroso esercito di fungaioli/cavallette più o meno (molti i “meno”) corretti, con qualcuno che ci organizzava addirittura dei picnic, e con evidenti danni apportati alle piante e al sottobosco (spesso letteralmente raspato, anche a suon di rastrelli, tipo “branco di cinghiali”), nonché con uno spargimento di rifiuti non indifferente. Non gradendo la confusione nel bosco, lo frequentavo quando era definitivamente finito il boom delle nascite di porcini con la certezza di trovarvi sia pochissime persone sia qualche porcino ritardatario; qualche volta ci entravo armato di 2 cesti: uno per i porcini e uno per i rifiuti che raccoglievo per portarli via; e regolarmente il cesto con i rifiuti risultava il più pieno. Di ogni genere: dalla scatoletta di tonno alla bottiglia grande, in vetro, del vino o a quella più piccola del succo di frutta; dal pacchetto di sigarette ai foglietti delle caramelle; dalla lattina di birra a ogni altro tipo di contenitori in plastica. Una vergogna.

Rifiuti – raccolto frequente…

 

All’epoca avevo spesso l’occasione di parlare con uno dei Guardacaccia dell’Azienda: mi confermava che il “pesticcìo” in certi periodi dell’anno era davvero evidente e dannoso, che i rifiuti aumentavano continuamente e che, se i fungaioli non si fossero dati una regolata, alla fine l’Azienda avrebbe preso delle contromisure appropriate. E così è stato. Una volta regolarmente “cartellata” e ottenuti i permessi legali necessari, è diventata “Zona raccolta funghi a pagamento” e a numero chiuso; se non sbaglio e andando a memoria mi sembra sia stata la prima ad essere così istituita in Mugello.

Che dire? Fu la soluzione più giusta!

Entrando molte volte negli ultimi anni a Bosco ai Frati (non per i funghi ma per fotografare alcune specie interessanti di Libellule che svolazzano sopra a un suo piccolo stagno) non ho più trovato traccia di rifiuti e, per quanto ne posso giudicare, il sottobosco è in ottimo stato. Era (ed è) un bene boschivo privato, che da generazioni risultava a disposizione pubblica ma, in quanto del tutto gratuito, a lungo andare non ne fu riconosciuto il valore. Invece ora, pagando il dovuto (che sia poco o troppo non mi interessa; fa parte del sistema “domanda-offerta”), ne è stata rivalutata l’importanza e si è salvato dalle “cavallette” che lo stavano deturpando.

Il prezzo del permesso giornaliero, in effetti, è lievitato dai 10€ di quindici anni fa agli oltre 23€ attuali; quindi l’operazione iniziale dettata soprattutto dalla salvaguardia di un bene boschivo è ora diventata, nonostante il permanere del numero chiuso, anche un’operazione commerciale. Ma la cosa non fa assolutamente differenza; anzi può considerarsi un seppur marginale incentivo/introito per l’Azienda proprietaria che così, in futuro, eviterà di effettuare alcun taglio nel bosco, preservandolo al meglio. Osservazione, quest’ultima, che introduce il prossimo argomento.

2) La Selvicoltura e i tagli nel bosco…

Sono ben note, da anni e annorum, le polemiche a livello nazionale tra “conservazionisti” e “produttivisti” a proposito dei tagli boschivi e di come regolamentarli. I primi, come dice la parola, si dichiarano più attenti alla conservazione/protezione dell’ambiente e quindi contrari alla prassi secolare della coltura boschiva basata sul taglio del bosco, in particolare sul taglio “a ceduo”. Per loro è importante consentire la permanenza dell’alto fusto a cicli di vita più naturali partendo dal presupposto che il bosco non ha bisogno dell’uomo e “delle sue cure” per continuare a vivere e rigenerarsi. In altre parole: lasciare che il bosco o la foresta si conservino il più integri possibile sia per motivi paesaggistici che ecologici (ma anche culturali) pur permettendo, ove inevitabile, tagli selezionati ma non intensivi come il “ceduo”.

I secondi, viceversa e come suggerisce la parola, sono ovviamente di tutt’altro avviso considerando che abbandonare la coltura basata sul taglio, perdendo così la sua produzione periodica, vada a danneggiare enormemente le economie delle comunità locali e, in definitiva, anche una considerevole fetta dell’economia nazionale.

Polemiche che credo non finiranno mai essendo troppo diametralmente contrapposte le due posizioni. Tanto più che la questione della conservazione “al naturale” contrapposta al “taglio e regolazione artificiale” del patrimonio boschivo e forestale rientra nell’enormemente più vasto e impellente problema di come far fronte alla crescente bulimia di energia da parte del genere umano, non potendo più ignorare né gli effetti del cambiamento climatico in atto né la “piccolezza” della nostra Madre Terra (“piccolezza” rispetto a quanto ormai le è stato già preso e a quanto ora e in futuro le viene e le verrà chiesto).

In Mugello una buona percentuale dei boschi è definibile come “bosco ceduo” (dal latino caeduus = adatto al taglio; dal verbo latino caedere = tagliare) e quindi può essere periodicamente sfoltito [a intervalli, più o meno, dai 15(20) anni fino ai 30(35) anni] per sfruttarne economicamente e la produttività e la potenzialità di rigenerarsi nel corso degli anni (se il taglio è stato eseguito secondo le regole).

Quindi, andando a funghi, prima o poi arriva il giorno in cui invece di trovarsi nel bosco amato e conosciuto ci si trova di fronte a tutt’altro paesaggio, triste e desolatamente spogliato di alberi. Malinconicamente si ritorna alla macchina e si va a cercare un altro posto.

In questi casi ho sempre provato un dispiacere molto amaro, una sorta di dolore sordo che non riesco a levarmi di dosso. Non è legato al problema di trovare o non trovare un cesto di porcini; ci sono tanti posti in Mugello per fare buone raccolte. No, è proprio una sorta di malinconia personale (lo confesso, anche molto molto egoistica): la consapevolezza che, data la mia età, non potrò più rivedere quel particolare e amato bosco quando e se si sarà rigenerato. E stavolta la malinconia è condivisa in pari misura sia dal “fungaiolo-ecologista” che dal “fungaiolo-da-porcini”.

D’altra parte so che i vari tagli cui ho assistito andando a funghi e che incontro tuttora sono eseguiti sempre a norma di legge e quindi da quel punto di vista non ho niente da recriminare. Quando quasi 20 anni fa per la prima volta mi trovai di fronte a due bei tagli di bosco nel corso di una sola stagione, mi sembrò così strano e sorprendente che andai in Comunità Montana (all’epoca si chiamava così l’Ente Pubblico che ora viene indicato con Unione Montana dei Comuni del Mugello) portando con me alcune foto fatte in quegli “ex-boschi”, foto simili alle foto messe qui sotto che riguardano però tagli molto più recenti. Indicando sulle cartine le zone in cui avevo visto quei tagli, chiesi come tutto ciò fosse stato possibile: mi sembrava infatti una enormità segare tutti quei castagni, lasciandone integri uno o due su dieci. Osservare con avvilimento quelle poche piante rimaste in piedi, tipo “monumento ai caduti”, mi metteva (mi mette) una gran tristezza.

Alla Comunità Montana mi assicurarono che tutto era in regola, autorizzazioni al taglio e quant’altro; e mi fu cortesemente spiegato che era stato eseguito un “taglio a ceduo”, che consiste appunto nel tagliare la pianta alla base. Dopo di che questa (in particolar modo il Castagno), invece di deperire e morire, reagisce rigenerando molti nuovi fusti (“polloni”) dalla ceppaia lasciata a terra. Intanto il legname così ottenuto dal taglio viene utilizzato nelle modalità più adatte, rappresentando un bene economico non indifferente; mentre qualcuno di quei polloni in un arco di tempo tra i 10 e i 15 anni si potrà sviluppare ad alto fusto anche già di 10 metri di altezza. Ne presi atto, come ne prendo atto oggi. (Anche se, detto tra parentesi, quei 2 tagli di bosco di quasi 20 anni fa, a tutt’oggi, non hanno rigenerato alcunché di alto fusto ma solo una selva inestricabile di polloni piuttosto bassi – sui 3 metri o poco più – misti a tanti rovi con questi ultimi che, all’epoca, non c’erano).

E comunque: fermo restando che il bosco ha un suo valore economico e commerciale effettivo, riscontrabile al momento del taglio e per di più duraturo nel tempo in quanto il bosco si dovrebbe rigenerare, perché non provare viceversa a valorizzarlo quando è ancora integro? Senza operare alcun taglio? O, magari, eseguendo tagli meno invasivi? È possibile incentivare economicamente una scelta del genere? O è, anche questa, utopia pura?

Per esempio, tanto per rimanere ingenuamente nell’utopia. Invece di strombazzare al mondo intero che in Italia avremo il ponte ad una singola arcata più lungo del mondo, si potrebbero impiegare tutti quei miliardi di euro (ho letto che saranno 13,5; ma, visto che siamo in Italia, chi assicura che in corso d’opera quanto meno non raddoppieranno?) per incrementare le riserve economiche destinate alla gestione dell’Ambiente e alla sua salvaguardia. Parte di quei fondi potrebbe anche servire come incentivo da destinare a chi possiede o gestisce terreni boschivi ma rinunci a considerarli “cedui” o che comunque cerchi di conservarli al meglio; un’altra parte servirebbe a creare nuovi posti di lavoro soprattutto tra le forze dell’ordine (Carabinieri Forestali; che mi sembra siano veramente pochissimi), ma anche tra i vari Operatori della Protezione Civile o tra i Vigili del Fuoco (ad esempio per prevenzione e controllo incendi, o monitoraggio e ripristino per le zone interessate dai vari dissesti idrogeologici) o anche istituendo nuove e altre figure professionali in grado di gestire al meglio ciò che è ancora presente in Italia del suo patrimonio “verde”. Non ne sortirà probabilmente un numero di nuovi posti di lavoro così elevato come alcuni politici vanno ventilando da tempo a proposito del “ponte più lungo del mondo”, ma sarebbe sempre un impiego sicuro e duraturo nel tempo, almeno finché questi polmoni verdi esisteranno.

Ci si potrebbe allora vantare del fatto che in Italia, per la sua particolare conformazione geografica e orografica, abbiamo ancora un discreto patrimonio naturale, boschivo e forestale che sarà preservato e custodito per trasmetterlo alle generazioni future.

3) Riflessioni sul rapporto tra i porcini e il web. E per finire una domanda: i porcini provocano sindrome da pseudologia fantastica?

Che bello quando tanti anni fa, dopo Ferragosto, ti affacciavi alla finestra per godere della prima pioggia dopo un mesetto di asciutto e verso la Colla o sotto Monte Senario il cielo vedevi che tendeva al verdastro: “Ma quella è grandine!” pensavi. Dopo i canonici 14 giorni via nel bosco a cercare i primi porcini. E anche a prendere i primi “cappotti”, nonostante tutti i discorsi e le varie arzigogolate previsioni tra amici fungaioli: “Forse inizieranno tra due settimane”; “No, no! Tu vedrai che parton prima, basta che ‘un tiri vento”; “Macché: tu devi aspettà poho poho 18 giorni da’ primi grossi acquazzoni per esse’ sihuro di trovà quarcosa”. E dove andare a funghi? Facile: rimanendo in zona, in Mugello! Chi si sarebbe mai sognato di andare in Lunigiana o in Maremma, spendendo di benzina per un viaggio neanche tanto breve e senza avere notizie di nascite certe?

Oggi no: c’è Internet! Puoi consultare la pluviometria, dettagliatissima località per località. Poi ci sono i tam-tam sui social che ti avvertono che “fanno” in Garfagnana (e allora tutti in Garfagnana); no, ho sentito dire che “fanno” di più a Vallombrosa (e allora tutti a Vallombrosa); manca poco che diano le coordinate GPS di quel faggio che sotto ci hanno trovato 2 edulis. Difficile far cappotto se si sta dietro alle dritte informatiche. Era più bello prima! Ora accedi a Internet e, sapendo quali dritte sono le più attendibili (ecco, forse è questa la nuova abilità delle ultime generazioni di fungaioli: discernere nei social le dritte giuste dalle molte fake news sulle nascite dei porcini), puoi entrare nel bosco con la quasi sicurezza di trovar mezzo cesto di porcini. Sì, ma anche con la certezza (stavolta assoluta) di trovarsi, come si dice, in Piazza Duomo perché, come te, quelle informazioni le hanno viste in tanti.

Era più bello prima!

E poi, sempre ringraziando Internet, ora si può godere di quelle orribili foto cha talvolta vengono postate sui social (soprattutto su alcune pagine di Facebook) con immortalato il solito pirla e le sue 5 o 6 cassette da ortolano piene di porcini. Che tristezza… A parte il fatto che non c’è niente di cui vantarsi visto che i porcini (tutt’e 4 le specie) sono considerati specie ad alta fruttificazione e quando è la stagione e capitando in zone poco frequentate bisogna stare attenti a non pestarli; a parte il fatto che chi posta quelle foto è andato (molto) fuori “quota massima” e quindi sarebbe passibile di (molti) verbali (“Sì… ma chi se ne frega! Tanto di Forestali ce ne son talmente pochi a giro… e vuoi che addirittura oggi vengano a beccare proprio me?!?”). A parte ciò, quello che più mi preoccupa e mi infastidisce è il messaggio che tali foto trasmettono e suggeriscono a chi non ha un po’ di spirito critico e di coscienza: l’idea che “il bosco è solo un supermercato messo lì apposta per te; e se ti fai furbo ne tiri via tutto quello che vuoi”. Ritornando al concetto pericoloso di cui ho già detto abbondantemente altrove.

Ora mi accorgo che in questo articolo ci sono troppe foto brutte (rifiuti e tagli nel e del bosco) così come è presente un certo malumore di sottofondo. Cerco quindi di finire un po’ più serenamente accennando a una particolare sindrome causata dalla eccessiva predilezione per i porcini.

Si tratta di una variante della cosiddetta “pseudologia fantastica”; una variante non patologica che può colpire più o meno frequentemente sia i fungaioli-da-porcini che i pescatori ma sempre in modo lieve anche se caratteristico.

Assolutamente innocua per la salute dei rappresentanti di queste due categorie della razza umana, neanche chi ne soffre si accorge (in tempo reale) di risentirne i sintomi forse perché di veri e propri sintomi non si tratta. Semmai viene avvertita dagli interlocutori che, parlando con chi ne è affetto, cominciano a intravedere la presenza di troppe iperboli non geometriche bensì linguistiche nei discorsi dell’altro.

“Una trota fario che mi è scappata all’ultimo momento e che sarà stata, ti giuro, almeno 3 se non addirittura 4 o 5 chili!”; “C’erano talmente tanti porcini che mi son pentito di aver lasciato la gerla a casa!”; insomma cose così.

Anch’io, ogni tanto, ne sono affetto… Per esempio la foto nell’articolo precedente con mio padre che solleva quel Boletus pinophilus: all’inizio, ma proprio senza accorgermene, avevo scritto nella didascalia “oltre i 2 kg”. Poi rileggendo per bene mi sono accorto del lapsus da pseudologia fantastica e ho corretto in “quasi 2 kg” che faceva sempre una discreta figura rispetto al peso effettivo dei quel rosso che, mi sovviene soltanto ora, era di 1,820 kg…

Insomma: non è una sindrome né pericolosa né duratura. Semmai può essere retroattiva in quanto alcuni ricordi vengono richiamati alla mente amplificandone le emozioni vissute e, proporzionalmente, aumentando le dimensioni dei pesci pescati o dei porcini trovati.

Ma se ci sono le foto a testimonianza allora tutto rientra nella veridicità più assoluta. Un po’ come quando, tanti anni fa con l’amico Rudi, fratello di mille avventure nei boschi, in una abetaia-mista-faggio (di cui non rivelerò neanche sotto tortura l’ubicazione) trovammo due edulis spettacolari e perciò fotografati a imperitura memoria:

Sogno _ Autoritratto _ Costa Crosera_ Val di Fiemme
Rudi e il porcino

Il bello, e qui si ritorna all’importanza di preservare sempre e amorevolmente i nostri boschi, è che il micelio del porcino di Rudi continuò regolarmente e incredibilmente, anno dopo anno, a produrre funghi di quelle forme e dimensioni. Non a caso Luca, altro amico fraterno nonché eccellente fotografo, tre anni dopo mi chiese di accompagnarlo in quella zona perché era curioso di vedere quell’edulis e lo voleva immortalare. Agli amici non si rifiuta mai niente, e così fu fatto:

Luca che deve usare il grandangolo…
Luca e il Boletus edulis

Prima o poi bisogna che ci ritorni da quelle parti…


Nel prossimo articolo si parlerà del termine Boletus dal punto di vista etimologico; prendendo poi lo spunto per scoprire come nel corso della “Storia Micologica” tale termine abbia indicato specie fungine del tutto diverse da quanto oggi sta ad indicare.

Alessandro Francolini
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 14 Settembre 2025

Alessandro Francolini funghi
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