
FIRENZUOLA – Un giovane spettatore, Giovanni Berti, ha stilato una recensione del suggestivo e coinvolgente spettacolo andato in scena nei giorni scorsi al cimitero militare germanico della Futa, grazie, ancora una volta, alla compagnia Archiviozeta:
Una veste nera. Dev’essere una veste nera, con una grande K cucita sulla schiena. Solo così è possibile stabilire con esattezza chi sia il signor K., arrestato una mattina come tante, senza che sia possibile comprenderne la ragione.
Quale tribunale, quale istituzione dispone questo provvedimento? Impossibile dirlo con esattezza, si tratta di un tribunale attratto dalla colpa, che mette in piedi interrogatori assurdi in stanze sovraffollate, animate da sussurri che a volte diventano grida sguaiate e commenti canzonatori.

Gli archivio Zeta, dopo un percorso che li ha visti abitare per più di vent’anni il Cimitero Germanico Militare della Futa e fondersi con esso, rendendolo Teatro, ci accompagnano nel viaggio assurdo del signor K., imputato di una colpa che non conosce e che non lo limita, apparentemente, in niente, se non con la consapevolezza del processo che pende sul suo capo.
Al ritmo tamburellante delle percussioni, lo spettacolo itinerante percorre i suoi passi deliranti, che costringono a tornare dove si è già stati ma a sentirsi ogni volta un po’ più scomodi, un po’ più coinvolti, un po’ più sotto giudizio.

Mentre le scenografie e le atmosfere cambiano per la bravura degli attori e il declinare della luce del sole, assistiamo confusi alla stretta di mano che gli viene negata dalla sua affittuaria e al trasformarsi della stessa stanza ora nell’aula di un tribunale assurdo e triviale, ora nella casa della moglie dell’usciere, seducente e tragica, ora negli uffici della macchina burocratica che persegue il signor K. , asfissiandolo.
Di chi è la colpa? Questa è una domanda da persone intelligenti. Lentamente, sotto la K cucita sulla schiena del protagonista sembra di intravedere un Ich: Io. Ma l’inquietudine di essere sotto processo dura solo lo spazio di un attimo, che già le due ore dello spettacolo sono volate via e l’invito finale ad occupar meglio le proprie domeniche è accolto da uno scroscio di applausi e dal sigillo del sole che scompare dietro ai monti azzurri, distendendo le ombre delle migliaia di tombe dei giovani che qui riposano, morti per una colpa ignora.
Non resta che attendere un anno per assistere alla seconda parte di questo enorme lavoro e avviarsi all’uscita: il Tribunale lascia liberi di andarsene quando lo si desidera. Eppure la sentenza sembra rimanere, nella testa e nello stomaco: perdersi questa meraviglia sarebbe una colpa imperdonabile.

Giovanni Berti
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 11 Agosto 2025

