
MUGELLO – Era una fredda mattina di novembre e i boschi d’Appennino scuotevano dai rami i colori festosi dell’autunno. Si avvicinava a grandi passi l’inverno; un vento fastidioso sferzava dirupi e montagne accompagnando il passo cadenzato di Giovanni nella dura salita verso la cima del monte Giuvigiana. La vetta aveva una forma particolare e quasi inquietante; lassù le piante sembravano eternamente avvinghiate dalle inquiete nuvole di passaggio e i rami sporgevano come braccia consolatorie in un miscuglio di luci dorate e foglie secche. Quand’era piccolo il nonno gli raccontava sempre che quello era il rifugio ancestrale di strambi folletti e che un giorno lassù sentì diffondersi nell’aria una strana musica. Di sicuro, aveva sempre pensato, erano solo fantasie di un vecchio sognatore. Quella mattina il traguardo appariva lontano e irraggiungibile, ma non si scoraggiò; conosceva bene il sentiero e continuò a salire lento e con un po’ di affanno mentre Argo l’inseparabile breton rossiccio gli girava intorno in moto perpetuo quasi a volerlo incoraggiare. Purtroppo, gli anni passavano e sentiva nelle gambe la fatica della dura ascesa che da giovane aveva fatto tante volte senza sforzo. C’era un unico scopo che lo spingeva ad andare lassù: il desiderio di ritrovare lei, la beccaccia maledetta. Erano trascorsi diversi anni da quando si erano incrociati per la prima volta e subito odiati. Il pensiero tornò a quel fatidico momento del suo passato venatorio quando Argo, facendo un giro intorno alla cima del monte, agganciò per la prima volta l’astuta pedinatrice; Giovanni perse di vista il cane tra i fitti e colorati cespugli di faggio e poco dopo la regina frullò. Sparò un paio di colpi che andarono a vuoto e l’animale s’infilò in un dirupo inaccessibile. Fece in tempo a notare quando era ormai lontana che aveva un’ala insolitamente bianca. “Una beccaccia parecchio strana” pensò “e anche maledetta”. Forse, se avesse avuto con sé il collare satellitare per monitorare la posizione del cane, ma quegli aggeggi non li sopportava; quando andava a trovare la regina del bosco, preferiva affidarsi solo al fucile e all’istinto com’era abituato fin da giovane a fare assieme al nonno. Non voleva cambiare, gli sarebbe sembrato un tradimento, un’offesa a quel ricordo felice dell’infanzia. Camminando i sommessi rumori del bosco e la solitudine incoraggiavano la mente a navigare sospesa nel dolce mondo dei ricordi, come quando negli anni seguenti incontrò ancora più volte nel solito posto “ala bianca”, come ormai la chiamava; era sicuro che fosse lei perché s’involava nel solito dirupo, lo prendeva sempre alla sprovvista e il cane rimaneva stregato. Una ventata gelida cancellò tutti i ricordi riportandolo al presente. La salita adesso era davvero difficile e sentiva quasi male al petto, un male misterioso che nasceva dentro ma si disperdeva nei radi fiocchi di neve che cadevano intorno. Arrivato nel solito bosco teatro dei precedenti incontri ogni pensiero volò via come quelle foglie vestite d’arancio che danzavano impazzite nascondendosi tutte dietro un masso formando un tremante tappeto vegetale. D’improvviso il vento cessò e regnò un magico silenzio; guardandosi intorno a Giovanni sembrò per un istante di essere circondato da folletti che lo spiavano tra gli alberi cantando antiche storie e accompagnati da una sinfonia, proprio com’era successo al nonno tanti anni prima! Ma fu solo un istante e presto si convinse che si trattava di pura suggestione. Il fatto è che in cima a quel monte si sentiva un uomo diverso, capace di dimenticare i dispiaceri della vita: l’abbandono in cui aveva lasciato il suo amato podere, gli amici persi, la lontananza dell’unico figlio che non vedeva da anni, il ricordo della moglie tanto amata venuta a mancare troppo presto. Dimenticava pure quel maledetto vuoto dentro che lo attanagliava, la tristezza infinita che lo macerava giorno dopo giorno. Qualcuno la chiamava depressione ma per lui era una terribile solitudine che da qualche tempo gli aveva fatto perdere il sorriso. Strano a dirsi, lassù una parte della sua anima scura, quella dei cattivi pensieri, diventava improvvisamente di un bianco candido, proprio come quella strana ala della beccaccia. Non si accorse che la cerca del cane era diventata nervosa e stava di nuovo arrivando il momento tanto atteso, quello di un nuovo incontro. Argo alzò la testa e partì veloce e lui lo seguì cercando di non perderlo di vista fin quando rimase puntato dentro un boschetto di felci. Gli corse accanto e si fermò con il fiato che mordeva ardente la gola; respirò profondamente e cercò di calmarsi. Fu allora che la vide. La beccaccia era proprio lì davanti al muso del cane rannicchiata nella sua ala sfacciatamente bianca, il becco appoggiato sul petto. Lo guardava come a sfidarlo ancora, ma stavolta non poteva sfuggire al suo destino. Dopo cinque secondi che parvero interminabili la regina del bosco s’involò, lui imbracciò il fucile e … non successe nulla perché aveva inserito la sicura e “ala bianca” poté imboccare indenne il solito crepaccio. “E’ davvero una beccaccia maledetta!” pensò. Argo si mise seduto leccandosi le zampe e guardando il padrone con aria di rimprovero, visibilmente deluso e rassegnato; o almeno questo sembrava a Giovanni, ma forse si trattava di un’altra delle sue bislacche fantasie. La neve iniziò a scendere copiosa e le cime dei monti intorno s’imbiancarono in pochi minuti; preoccupato dalla veloce mutazione climatica, decise di far ritorno nella sua vecchia cascina. Mentre scendeva verso valle si sorprese a pensare con un filo d’emozione che l’anno successivo forse sarebbe riuscito a tornare lassù dove la sua anima tormentata trovava un briciolo di sereno tra il fruscio delle foglie e la cerca attenta di Argo, magici folletti e il dolce ricordo del nonno, le sinfonie del vento e gli incontri leggendari con “ala bianca”. Era lei la sua personale “leggenda” e in fondo al cuore sapeva bene che non si trattava di una beccaccia maledetta ma benedetta perché lo faceva penare ma anche sentire piacevolmente vivo. E a quel pensiero sul volto di Giovanni, d’improvviso e dopo tanto tempo, si disegnò un sorriso.
Fabrizio Scheggi
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 13 luglio 2025

