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Home»Copertina»Il cimitero della Futa, le tragedie: Archivio Zeta si racconta
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Il cimitero della Futa, le tragedie: Archivio Zeta si racconta

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Son quindici anni, che tra i monti dell’Appennino tosco-emiliano, e in particolare nel grande cimitero germanico della Futa, risuonano le storie di antiche tragedie. Tragedie che dalle straordinarie scenografie naturali -a cominciare dalle catene dei monti all’orizzonte e dagli agenti atmosferici sempre diversi, sempre suggestivi, per non parlare delle mura solenni e dei prati disseminati di decine di migliaia di tombe, assumono un’intensità e una “verità” ancor maggiori.
Cambiano i testi e gli autori, ma le rappresentazioni di Archivio Zeta nello straordinario palcoscenico del cimitero ogni anno rinnovano il proprio fascino e il proprio richiamo. Come sta avvenendo adesso con “Antigone. Nacht und nebel”, che si replica tutti i giorni, alle 18, fino al 19 agosto, ed anche all’alba, alle 5.30 del mattino per Ferragosto.
Archivio Zeta, compagnia e associazione culturale, per molti anni ha operato a Firenzuola, trasferendosi poi a Bologna, ed è animata da Enrica Sangiovanni e Gianluca Guidotti, compagni nella vita, e insieme registi e attori.


“Abitiamo teatralmente in questo luogo dal 2003 -ricorda Enrica Sangiovanni a proposito del cimitero della Futa-. Iniziammo con i Persiani di Eschilo. E’ un luogo che non è solo un palcoscenico, ma uno spazio di enorme importanza storica, e anche una grande opera d’arte. E per sottolinearlo, proprio quest’anno, col sostegno della Regione Toscana, abbiamo avviato degli studi sull’architetto che ha progettato il sacrario e sui suoi collaboratori: un paesaggista berlinese e un artista autore dei mosaici che sono all’interno del cimitero. Tutti hanno lavorato in sinergia per creare un luogo che non è soltanto un cimitero, che non è soltanto un sacrario, ma un luogo di enorme importanza storica dove sono sepolti i nemici, quelli che banalmente potremmo definire i cattivi, e un luogo di grandissima importanza artistica e architettonica, fonte di grandissima ispirazione. Noi lo paragoniamo spesso al grande Cretto di Alberto Burri a Gibellina, concepito per un luogo di grande dolore, un modo per congelare quella terribile sciagura che fu l’ultima guerra mondiale in un’opera d’arte, perché, forse, l’arte è l’unico modo possibile per interpretare il dolore, la storia e la memoria, e fare in modo che essa possa parlare al futuro e alle nuove generazioni e a noi stessi, per capire meglio il nostro presente”.
Quest’anno infatti, accanto alla rappresentazione teatrale, vi è stato un altro evento: “Abbiamo avviato un percorso di ricerche -spiega Sangiovanni-, avvalendoci anche del contributo di importanti storici, un progetto di incontri curato da Elena Pierazzoli che è una storica bolognese che si interessa anche di arte, une personalità multidisciplinare. Lei ha coinvolto diversi storici, per un ciclo di incontri che abbiamo collegato agli spettacoli tutti i sabato sera per interrogarci su come abitare questo spazio. Quindi per noi, in questo luogo, a quindici anni di distanza, le emozioni continuano ad essere fortissime”.


Come lo scopriste, il cimitero della Futa? “Vivevamo da pochissimo sull’Appennino dove abbiamo scelto di abitare per quasi 20 anni -ricorda l’attrice e regista-. Venivamo da esperienze teatrali a Roma, a Milano, dove abbiamo lavorato per diversi anni con Luca Ronconi, e poi abbiamo trovato una casetta nell’Appennino vicino a Firenzuola e lentamente abbiamo avviato un lavoro anche con il paesino, con le persone, con i bambini. L’ingresso al cimitero ci fece immediatamente scattare una scintilla, una scintilla che viene ancora alimentata da nuove necessità, e stavolta con Antigone”.


Già dodici anni fa Archivio Zeta portò alla Futa “Antigone”. Ma ora è tutto diverso: “La prima -spiega Gianluca Guidotti- fu una versione molto più filologica, aderente al testo di Sofocle. Questa invece è un’Antigone più contemporanea, che ha un sottotitolo “Nacht und nebel”, notte e nebbia. Furono definiti così, N.N, con un decreto di Hitler i prigionieri politici, facendo riferimento a un personaggio di Wagner che diventa invisibile. I prigionieri politici sono inghiottiti da un buco nero, nella storia. E c’è un legame con coloro che senza nome, anche loro N.N. muoiono oggi nel Mediterraneo”. Così il messaggio che stavolta viene dalla Futa è quello, dice ancora Guidotti, “di assumersi ognuno la propria responsabilità, di promuovere un esame di coscienza collettivo, e di assumersi una fetta di colpevolezza. La rappresentazione è un tentativo di autoanalisi, di riflessione collettiva, guidati da una frase di Hanna Arendt, “Nessuno ha il diritto di obbedire”, questo invito ad imparare a disobbedire che coincide con il messaggio di don Milani”.
Sangiovanni lo sottolinea: “Il nostro è un teatro politico, nel senso filosofico del termine. Con i nostri spettacoli vogliamo interrogarci sul nostro presente e cercare di capire cosa è accaduto nel passato e perché si ripropone continuamente lo stesso problema, perché lo stesso fascismo serpeggiante continua a sommergere l’Italia e l’Europa, perché viviamo in un momento storico così terribile e complicato, dove la compassione sembra essere completamente dimenticata”.
Archivio Zeta non non può essere etichettata solo come una semplice compagnia teatrale.. “Sfugge alle definizioni -concorda Sangiovanni- Ci piace essere anche organizzatori di lavoro culturale. A volte non siamo noi in prima persona, ma invitiamo studiosi artisti intellettuali, lavoriamo in tanti luoghi, e lavoriamo molto con persone che amano organizzare eventi culturali legati a un percorso: il teatro non può essere qualcosa di autoreferenziale, come purtroppo accade spesso nel nostro Paese, dove a teatro purtroppo vanno poche persone e andarci comporta una fatica che non sempre i nostri contemporanei sanno accettare”.


Trasferendo a Bologna i loro orizzonti si sono certo ampliati, e non nascondono i limiti della loro “residenza artistica mugellana”.” I limiti -chiarisce Sangiovanni- erano legati soprattutto alla poca possibilità di collaborare, negli ultimi anni, con il comune di Firenzuola. E ci siamo dovuti adeguare. Siamo sicuramente delle anime nomadi, non siamo stanziali, ma abbiamo radici a Firenzuola, la consideriamo casa nostra, anche se ci piace girare il mondo e nulla vieta che il nostro lavoro si possa esportare anche all’estero. Del resto però questo è un territorio complicato, e se non c’è un aiuto istituzionale serio, tutto diventa difficile”.

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Intanto la gente, ogni anno migliaia di persone, continua a salire alla Futa e segue lo spettacolo, in un grande silenzio. “E’ un pubblico molto fedele -nota Guidotti- che pian piano si allarga, e negli ultimi anni abbiamo visto anche tanti giovani. Ci sta dando sensazioni meravigliose: questo progetto ha creato un rito culturale condiviso. Tanti ci scrivono, e le persone sembrano quasi parlare la stessa lingua da un punto di vista emotivo. Per noi è commovente e molto importante, altrimenti non avremmo continuato per tutti questi anni.”

Paolo Guidotti

(foto dal sito www.archiviozeta.eu)

© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 14 agosto 2018

Archivio Zeta Cimitero Germanico FIrenzuola Passo della Futa spettacolo teatrale
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