
VICCHIO – Raggiunte Le Balze di Vicchio, una stretta vicinale si inerpica con piglio repentino sulla sinistra della Sieve per collegare il fondovalle all’alta zona collinare di Rossoio e Ampinana. Un’area poco conosciuta e frequentata, preservata da una collocazione marginale che la esclude dagli itinerari abituali garantendone stato e peculiarità originali.
La strada segue un contesto agreste di rara bellezza paesaggistica, forse il più suggestivo e integro dell’intera campagna di Vicchio.

Abbandonata la provinciale (SP551), dopo qualche centinaio di metri la vicinale concede un primo affaccio mozzafiato sulla lontana villa di Collina e sulla parte inferiore della valle del Botena, poi continua a salire attraverso ampi spazi prativi adibiti a pascolo, testimoni di una passata attività agricola.

Superato il podere di Gello e quello di Toiano, la stradella si trova a percorrere una sorta di stretto crinale sopraelevato che regala scorci incantevoli sulla zona del Forteto da un lato e sull’area appenninica dall’altro.

Il complesso di Rossoio si materializza d’incanto sulla sinistra della strada. Un luogo da fiaba, con l’esile campanile a vela che si alza di poco sopra le altre costruzioni ad animare una cartolina di altri tempi che sa tingersi di rosso alle luci del tramonto e stagliarsi nel bruno più lontano delle montagne di Villore,
Con una leggera deviazione, si scende fra maggiatiche brulle e ondulate, segnate da ristagni d’acqua per il bestiame, fino a un’area pianeggiante dove restano poche vestigia dell’antico cimitero.

Davanti a noi, in direzione nord, ecco i tratti fiabeschi di una ripida collina che ricorda paesaggi disneyani. Alla sua sommità, poche costruzioni rurali e la chiesa di San Martino formano il borghetto medievale di Rossoio.
Per alcuni storici del Settecento, il termine potrebbe derivare dagli ossidi ferrosi presenti nel terreno, anche se in antico la stessa località portava il nome di Rasoio e negli anni precedenti il Mille individuata addirittura come Rasorio.
Tutte queste terre, insieme a quelle di Corella, Ampinana e Casa Romana, erano state concesse da Arrigo VI e Federico II ai Conti Guidi di Modigliana, come premio di fedeltà e per i servizi concessi al proprio sovrano, poi nuovamente confermate loro con diploma imperiale nel 1220. Sul colle di Rossoio i Guidi possedevano una rocca posta poco distante dalla chiesa, con un altro forte alla Torricella, sul versante opposto degradante verso la Sieve. In entrambi i casi, non restano tracce delle strutture militari, con notevoli difficoltà anche nell’individuare i pochi resti emergenti.
La presenza e il dominio dei Guidi nella zona coincide con un momento preciso della storia mugellana relativo alle lotte per l’affermazione della Repubblica Fiorentina sul nostro territorio, con particolare riferimento alle vicende che interessarono il castello di Ampinana, roccaforte guidinga quasi inespugnabile in questa parte del Contado, più volte contesa all’inizio del XIV secolo.
Dalla Cronica dello storico Giovanni Villani apprendiamo che nel 1292 Firenze alleata con Guido da Battifolle, gia signore di Gattaia, aveva espugnato il castello di Ampinana, tornato poi ai Guidi per mano di Ugo e Guido che lo riconquistavano nel 1325. Con la spedizione del 1329 il Comune di Firenze si riappropriava dei cinque popoli sulla montagna, compreso quello di Rossoio. Tuttavia nel 1343, tutte le terre di Ampinana furono nuovamente restituite ai Guidi per i molti “servigi” offerti a Firenze da Simone e Guido da Battifolle, i quali però dovettero assoggettarsi ai rigidi controlli compiuti periodicamente da speciali funzionari incaricati dal Comune.
In questo particolare contesto politico operavano da tempo alcuni luoghi di culto, necessari al conforto spirituale di un popolo umile e sottomesso ai voleri cittadini e feudali, il più importante dei quali era sicuramente rappresentato dalla chiesa di San Martino a Rossoio.

L’edificio sacro risiede ancora sull’omonima collina, in posizione leggermente inferiore rispetto alle poche costruzioni del borgo. Il suo orientamento disposto secondo l’asse est-ovest denuncia caratteri di antichità, con le prime notizie storiche collocabili nell’ultimo quarto del XIII secolo.
Tributaria della Mensa Vescovile, alla quale pagava un censo annuo di due staia di grano, la chiesa godeva il patronato della Badia Fiorentina i cui monaci avevano facoltà nella nomina dei parroci, mantenendone i diritti almeno fino al 1810.
Inserita nel piviere di San Martino a Corella, ebbe in antico l’annessione di San Lorenzo a Fabbiano e più tardi anche quella di San Niccolò alla Torricella.
Nonostante un ruolo pastorale così importante, la chiesa ha subito nel tempo le sorti comuni ad altri luoghi di culto sparsi nelle zone rurali del Mugello.

L’edificio si mostra oggi in una drammatica condizione di abbandono, minacciante rovina in ogni sua parte, compresi gli annessi e gli ambienti della canonica. Resta apprezzabile il campaniletto a vela con tre fornici posto sul fianco posteriore sinistro e la facciata della chiesa con il portale d’ingresso sormontato da una lunetta, unica apertura che portava luce all’interno dell’edificio. La copertura a due spioventi è completamente crollata rendendo inagibile un’aula ormai invasa da una selva di arbusti che rende impossibile qualsiasi valutazione. Sulla parete sinistra resta visibile l’imposta di una nicchia centinata, sbiadita riminiscenza dei due altari che arredavano l’aula.
All’inizio del Novecento la chiesa di Rossoio era ancora officiante, condotta e affidata a un vicario economo, per il servizio di un popolo che contava circa trecento anime divise fra una trentina di famiglie che abitavano le isolate poderali sparse sulla collina. Rare dunque in ogni epoca le notizie di archivio che descrivono l’interno della chiesa. Tuttavia resta in merito un inventario quattrocentesco redatto da un tal prete Michele di Matteo che ci informa sulla presenza in chiesa di un altare della Compagnia recante una tavola della Madonna dipinta in stile antico e costantemente velata da un drappo, rimosso solo in particolari momenti dell’anno liturgico. Nell’aula si conservava anche un elegante acquasantiera in marmo, sorretta da una colonnina dello stesso materiale, pregevolmente scolpita a rilievo con figure di simboli sacri primitivi. Sull’altare in Cornu Epistolae erano i resti di un quadro robbiano del quale restava solo il gradino di base, decorato con motivo a fruttami di tre colori. Nella stessa nota si fa riferimento anche a un tabernacolo con l’immagine di Nostra Donna ornato da molte reliquie e con l’arme dei Palmieri, che forse ebbero il patronato della chiesa per qualche tempo.
Proprio nel popolo di Rossoio infatti, aveva avuto origine la famiglia dei Palmieri, nota nel contesto politico fiorentino e toscano. Matteo di Marco Palmieri , celebre umanista e filosofo nonché politico di assoluta fede medicea, scrisse alcune delle sue opere nella villa di famiglia, al Palagio di Rossoio, fornendo inedite tematiche di educazione civica e sui precetti morali ispirati alla corretta interpretazione della vita.
Rossoio resta dunque un tassello insostituibile nel mosaico ambientale del Mugello, un inno a ciò che di più bello la nostra terra oggi sa offrire dal punto di vista naturalistico, ma anche un luogo di notevole valore storico nel contesto sociale ed economico medievale. Per un certo periodo infatti, Rossoio si trovò collocato lungo una delle più importanti direttrici della zona. Una strada che conduceva militari e politici in una zona fra le più nevralgiche del territorio come quella di Ampinana ma faceva registrare anche l’affluenza e il passaggio di faccendieri e mercanti che contrattavano merci al mercatale di Pavanico, uno dei luoghi di scambio fra i più attivi e fiorenti nel Mugello, posto poco più a monte della chiesa, in prossimità della strada che portava a Casa Romana.


Massimo Certini
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – febbraio 2025

