VICCHIO – L’appendice più meridionale del territorio comunale di Vicchio sembra perdersi a valle del capoluogo fra il languido reticolo di zone alluvionali determinate dalla Sieve, ma appena attraversato il fiume il paesaggio muta di nuovo elevandosi garbatamente lungo le pendici del Monte Giovi fino a raggiungerne la vetta più elevata a 992 metri di quota.

Proprio il fianco settentrionale di quest’altura che qui determina l’ultima identità della Val di Sieve prima che questa si confonda alle lande più morbide del Valdarno, offre scenari di grande valore storico e naturalistico determinati da un’assidua frequenza umana. Ogni angolo del rilievo, ogni promontorio libero dalla vegetazione, sa offrirsi come un sipario, un balcone naturale con vista mozzafiato sulla stessa borgata di Vicchio e sulla retrostante chiostra appenninica, dove lo sguardo può spaziare senza interruzioni dalle sfumate giogaie occidentali ai primi contrafforti del Falterona.
Un luogo dal fascino antico in grado di sedurre e lusingare le menti di generazioni remote come ad esempio quella degli Etruschi che fra VIII e II secolo a.C. avevano scelto almeno due zone sulla montagna per realizzarvi luoghi di preghiera e spazi da dedicare agli dei. Una realtà le cui testimonianze da poco rinvenute hanno contribuito a elevare il valore culturale di questa parte del Mugello, ormai considerata archeologicamente fra le più interessanti dell’Etruria settentrionale.
In epoca medievale, tutto il Monte Giovi sarebbe divenuto dominio ambito di casate comitali come quella dei Conti Guidi e poi dalla Repubblica fiorentina che avrebbe ceduto il passo ai vescovi cittadini per secoli feudatari di castella e terre, attori e giudici di un popolo laborioso che aveva scelto la montagna come propria dimora stabile.
In epoca più recente riferibile al periodo mediano del Novecento, altri eventi, altre vicende, come le acerrime lotte partigiane combattute nei suoi anfratti più nascosti o l’opera socio pastorale condotta a Barbiana da uomini come Don Lorenzo Milani, avrebbero restituito al Monte Giovi la giusta celebrità nel contesto storico del Mugello, portando in luce anche l’opera di semplici realtà e piccoli luoghi altrimenti destinati all’oblio.
L’area di Campestri appare perfettamente inserita in quest’ottica dal profilo storico così complesso, una zona forse poco conosciuta ma meritevole di attenzione se non altro per i monumenti che ospita e per la qualità dell’ambiente in cui sono inseriti.
La zona è raggiungibile dalla comunale che superato il piccolo agglomerato del Cistio sale verso Arliano seguendo il lato destro della modesta depressione tracciata dal Fosso di Rimaggio, piccolo corso che nonostante la portata esigua aveva in passato forza bastante a muovere le macine di un mulino. A quota 427 metri la strada lo attraversa per giungere poco dopo in fronte all’ingresso di Villa Roti.

Nel luogo ebbero in antico grandi proprietà i Ghinazzi, con un loro componente di nome Campestri dal quale sembra aver preso vita il toponimo identificativo di tutta la zona.
La villa nella sua struttura compatta ed elegante si mostra impreziosita da un’architettura rinascimentale e vanta una posizione di privilegio in un contesto agreste egregiamente coltivato in grado di offrire vedute straordinarie sul paesaggio circostante. Le note storiche più antiche dell’edificio sembrano adagiarsi agli inizi del XIII secolo, strettamente connesse alla presenza della famiglia Roti feudatari del vescovo fiorentino che si insediarono in varie zone della montagna unendo il loro nome ai luoghi di Ghireto, Montegiovi e lo stesso Campestri, costruendovi fortezze e dimore signorili. Probabile dunque che la villa attuale sia stata edificata trasformando una preesistente struttura fortificata, un edificio di grande valore storico che le future generazioni dei Roti avrebbero impreziosito nel tempo di nuovi elementi come la cappella gentilizia e altre strutture interne.



Nella seconda metà del XV secolo i Roti commissionarono la decorazione della maestà posta sulla strada all’ingresso della villa. L’interno del tabernacolo fu completamente ornato con un piccolo ciclo di pitture ad affresco riproducenti la Madonna col Bambino, Dio Padre e Santi, realizzato secondo l’espressione figurativa del periodo. L’opera ascrivibile ai caratteri di scuola fiorentina, mostrava la Vergine in trono con il Bambino affiancata da due angeli ed occupava la parete di fondo della piccola struttura. Sulla volta era invece la figura del Dio Padre benedicente. Sulle pareti laterali le figure di quattro santi fra i quali Sant’Antonio e San Jacopo. Il dipinto staccato nella seconda metà del Novecento e completamente restaurato nel 1972, oggi è visibile nel Museo del Beato Angelico di Vicchio, ricomposto secondo la disposizione originale.
Nello stesso momento storico il prestigio della villa si sarebbe accresciuto per la presenza di Sant’Antonino arcivescovo di Firenze, ospite dei Roti nella loro dimora storica durante la Visita Pastorale del 1447.
Nei tempi successivi la villa fu oggetto di interventi conservativi e di restauro il più significativo dei quali realizzato sul finire del 1600 che avrebbe conferito all’immobile un aspetto poco diverso da quello attuale. Agli inizi del Novecento Giuseppe e Stanislao Roti compirono ulteriori rinnovamenti degli immobili, probabilmente gli ultimi prima del 1989 quando l’intero complesso diveniva proprietà Pasquali.
Trasformato oggi in splendida ed elegante struttura ricettiva di elevato confort, il luogo è in grado di offrire soggiorni straordinari ed esperienze uniche da vivere in uno degli angoli più suggestivi del Mugello.

Poco più a monte della villa, sulla sinistra della strada per chi sale, è la chiesa di San Romolo adagiata sopra un piccolo spiazzo terrazzato. Il luogo evoca nostalgiche e seducenti emozioni proprie dei luoghi di culto più antichi, offuscate però da un avvilente stato di abbandono e di degrado che relega gli immobili in una condizione di imminente collasso strutturale.

Le origini della chiesa potrebbero risalire alla metà del XIII secolo o addirittura a epoche precedenti. Le prime note documentabili sono riferibili al 1260 e al Libro di Montaperti dove un Ser Guido Beni è indicato come rettore del Popolo di Campestri. La chiesa compare nuovamente citata nelle Rationes Decimarum del 1276 –77 quando era tassata per sette libbre di grano. Ancora poverissima, nelle prime decadi del Trecento ebbe modo di godere di alcune terre concesse in affitto da Antonio d’Orso vescovo di Firenze e più tardi poté giovarsi della generosità della famiglia Roti che contribuì alle sue necessità con lasciti e donazioni.
Inserita nel piviere di San Cresci in Valcava, le erano annesse le rettorie di San Martino e Santa Lucia a Uliveta.


Nonostante le dimensioni contenute dell’aula, in antico la chiesa doveva presentarsi come un piccolo ma prezioso scrigno di arte e di architettura. Verso l’anno 1380 gli stessi Roti benefattori avevano commissionato a Lorenzo di Bicci un dipinto su tavola da porsi sopra l’Altar Maggiore. L’opera consistente in un trittico diviso da colonnette dorate in stile gotico, riportava al centro l’immagine della Vergine col Bambino e negli scomparti laterali un San Romolo e un San Giovanni Battista a destra e San Giovanni Evangelista con Sant’Antonio sull’altro lato. Nella predella erano dipinte scene della vita di San Romolo mentre sulla base di una colonnetta campeggiava l’arme dei Roti.
Alcuni storici citano poi altre opere ad affresco dipinte sulla parete di destra e su quella tergale dietro l’altare.
Di questo notevole palinsesto artistico non resta oggi alcuna traccia se non l’accurata descrizione di Filippo Baldinucci, storico dell’arte che descrisse la chiesa nel Seicento.
Non ci è permesso conoscere le cause e il momento in cui la chiesa rimase mutila del proprio corredo artistico, sappiamo invece che nelle ultime decadi del Cinquecento aveva subito un sostanziale restauro che l’avrebbe ricondotta o adeguata alle esigenze estetiche del periodo e che alla fine del secolo successivo manteneva integro il suo patrimonio liturgico.

Un ulteriore importante restauro degli interni si sarebbe compiuto nel 1715 come si desumeva da un’iscrizione posta sull’architrave d’ingresso oggi andata perduta per lo sfaldamento della pietra. Nel 1800 si provvedeva all’ampliamento del portale d’ingresso, forse ultimo intervento prima di un decadimento progressivo dell’edificio che appariva in stato deplorevole all’inizio del Novecento.

Nonostante i danneggiamenti subiti nel secondo conflitto mondiale la chiesa avrebbe proseguito nella sua funzione pastorale fino al 1984 momento in cui, anche se in maniera saltuaria, appariva ancora officiante. Le ultime decadi del Novecento coincidono anche con gli ultimi interventi conservativi che però non sono riusciti ad arginare un graduale degrado.
Arrivare oggi a San Romolo significa trovarsi di fronte a un luogo completamente abbandonato, cadente e depredato di ogni oggetto trasportabile da individui senza scrupoli. La chiesa non è più visitabile e comunque spoglia al suo interno di qualsiasi elemento che ne ricordi il fasto e la sua identità storica. Poco diversa la condizione esterna con la facciata occlusa dagli edifici canonicali e una lapide di marmo accanto all’ingresso che ricorda i caduti di Campestri nella Grande Guerra.

Chiesa e canonica disegnano ancora un ampio cortile esteso sul lato nord dell’edificio di culto, ombreggiato da un grande cedro del Libano dietro il quale sembra occhieggiare il campanile quadrangolare dal quale un tempo pendevano antiche campane. Sul muro che cinge il lato orientale del cortile restano tracce di un’imposta per un tabernacolo commemorativo posto dai dipendenti della fattoria di Campestri nel 1932 in memoria della scomparsa prematura di un componente della famiglia Roti Michelozzi.
Niente resta dunque delle antiche vestigia che facevano di San Romolo uno dei luoghi di culto più suggestivi della zona. Tuttavia, a margine del cortile in posizione leggermente rialzata, compare ancora la sagoma possente (tronco 6 metri di circonferenza, altezza complessiva 19 metri) di un cipresso monumentale che la leggenda vuole piantato da Sant’Antonino nella sua Visita del 1447. Ritenuto da molti il più vetusto fra gli alberi del Mugello resiste ancora alle ingiurie del tempo e alle azioni scellerate dell’uomo come quella accadutagli nella Seconda Guerra mondiale quando la sua parte superiore fu fatta saltare in aria da una carica esplosiva tedesca.


Massimo Certini
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 11 Gennaio 2025


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