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Home»Storia e storie»Marcello Peranizzi, il bambino di Fornello
5 Mins Read Storia e storie

Marcello Peranizzi, il bambino di Fornello

2 commenti5 Mins Read
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Marcello Peranizzi

VICCHIO – Qualche casa sparsa e quella stazione che, per anni, è stata il centro della vita dei pochi abitanti di Fornello piccola, piccolissima, località del Comune di Vicchio, ormai dismessa da oltre 50 anni (articolo qui). Eppure, c’è chi lì è nato, vivendo lontano dal mondo con una semplicità che oggi è inimmaginabile.

Questa è la storia di Marcello Peranizzi, nato proprio a Fornello nel 1949.

Raccontaci la tua storia. Ho abitato a Fornello fino al 1957. Vengo da una famiglia di ferrovieri ed ho vissuto i primi anni della mia vita proprio alla stazione. Avevamo anche la scuola, o meglio, si trattava di una stanza, nella casa di un contadino, nel quale si svolgevano le lezioni per tutte e cinque le classi elementari, ma io ci ho fatto solo la prima. Mi ricordo il maestro che veniva da noi da Borgo con la Lambretta, passando dallo stradino al lato della ferrovia perché non c’è mai stata una strada per arrivare su da noi. Fra l’altro il nostro insegnante era il babbo della maestra Anna Rosa Materassi.

Quindi non si poteva arrivare se non a piedi oppure in treno? No, assolutamente! Mi hanno anche raccontato che, durante il Fascismo, quando ancora la Faentina era l’unica ferrovia, arrivò Mussolini e tutti vennero a Fornello per incontrarlo. Una signora gli chiese:”Eccellenza, lei ci dice sempre ‘marciare e non marcire’, ma qui non abbiamo la strada, come facciamo a marciare?” e lui rispose:”Sperate!”. In seguito vennero degli ingegneri per il progetto della strada ma, come sapete, non ne è mai stato fatto di nulla.

Marcello Peranizzi con il suo babbo

Diceva che la prima elementare l’ha fatta nella stanza del contadino, e poi? Ho continuato a studiare in una stanza accanto alla stazione. Eravamo tre alunni: io, mia sorella ed un’altra bambina. Mi ricordo che avevamo una maestrina giovane, che veniva da Firenze e restava tutta la settimana ospite da noi. Un paio di volte ci ha anche invitati a casa sua per farci vedere la città. Non potete immaginare che grande emozione. Dovete capire che noi vivevamo letteralmente fuori dal mondo, non potevamo scendere spesso a Borgo perché ci voleva tanto e non avevamo né la radio né tantomeno la televisione. Fu, quindi, un momento di grande eccitazione, per noi,  arrivare nella “grande città”. Non dimenticherò mai quando ci portò in cima al Duomo. Il cuore mi batte ancora fortissimo se ci ripenso.

E come facevate se dovevate andare a Borgo? Il mio babbo aveva un un carrettino a pedali che usavamo per muoverci. Era buffo, quando scendevamo era facile, andavamo per inerzia, ma a risalire si doveva pedalare! O meglio, mamma e babbo pedalavano, noi eravamo piccoli e ci godevamo il viaggio. Una volta mentre passavo in treno da Fornello – sì anche io facevo il ferroviere e pure mio figlio – ho raccontato questa storia ad un giovane macchinista, ma tutti pensavano che me lo fossi inventato!

Il carretto della famiglia Peranizzi con il quale andavano in paese

In quanti eravate a Fornello e come lo passavate il tempo? C’erano sei famiglie e tre bambini in tutto, senza contare quelli più grandi. Più che altro il tempo si passava con il babbo e la mamma. Ci facevamo i balocchi da soli con pezzi di legno e di carta e tanta fantasia. E poi facevamo lunghe passeggiate. In ogni caso giocavo sempre con mia sorella, c’era anche un’altra bambina ma abitava un po’ distante, oltre la cava di pietrisco. Mi ricordo bene quei giorni come momenti felici, forse anche perché non avevamo cognizione di quello che c’era fuori. Il mondo iniziava e finiva a Fornello.

E poi? Nel ’57 trasferirono il babbo al casello de “La Torre”, tra Borgo e San Piero, e la mia vita è cambiata radicalmente. Sono passato da un posto in cui della guerra, nonostante fosse passata da anni, c’erano ancora i segni: la galleria che portava a Crespino crollata per le mine messe dai soldati tedeschi in fuga, i diversi residui bellici, facili da trovare…ricordo che una volta ne avevamo trovato uno con mia sorella. Il babbo era preoccupatissimo ma, per fortuna, era già esploso. Un altro lo trovò proprio mio padre, chiamò i Carabinieri che lo fecero brillare, mi ricordo lo scoppio ma non mi fecero andare a vedere, peccato! Invece, una volta trasferiti in paese, iniziai ad uscire con altri bambini, era tutto diverso. Mi comprarono anche una bicicletta. Era un nuovo mondo, nuove esperienze…mi ricordo l’entusiasmo quando, per la prima volta, vedemmo gli animali. Non avevamo mai visto una mucca.

Gli orari del treno che passava da Fornello

Con il senno di poi, com’è stato essere nati in un posto come Fornello? Secondo me è stato bellissimo. È partire dal nulla e costruirsi tutta la vita. Viverla. Oggi, quest’esperienze sono inimmaginabili i bambini vedono il mondo ancor prima di rendersene conto. Sembra assurdo, ma la prima macchina che ho visto fu quando avevo quattro anni, a Gattaia, ed ero convinto che fosse una magia, per non parlare dei motorini che facevano un rumore…mai sentito prima.

Hai mai portato i tuoi figli a vedere quella che era casa tua? Sì, ci ho portato la mia “bambina”, il maschio ancora no. Le ho fatto vedere tutto e lei era quasi incredula, le sembrava assurdo, quasi impossibile. Adesso mi chiamano quando fanno le “visite” alla vecchia stazione. Il promotore, Daniele Guidi, mi invita per raccontare la mia vita di allora direttamente lì, dove tutto è accaduto.

Irene De Vito
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 24 dicembre 2018

Fornello racconto vicchio
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View 2 Comments

2 commenti

  1. Piero on Dicembre 24, 2018 3:09 pm

    La sua storia si lega a quella de “Il bambino del treno” di P. Casadio, per la corrispondenza dei luoghi e dei tempi.
    Mentre la prima è vera, l’altra è però di fantasia (forse).

    Reply
  2. Pingback: La stazione di Fornello entra nei "Luoghi del cuore FAI".

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