
MUGELLO – Il colle di Vespignano ha sempre esercitato su di me un fascino unico, speciale. Sarà forse per la presenza di Giotto che aleggia dietro ogni quercia come uno scoiattolo dispettoso, per l’incredibile panorama intorno, per la lunga militanza nella gestione del museo Casa di Giotto in qualità di vice presidente dell’Associazione Dalle Terre di Giotto e dell’Angelico. Ah, che nostalgia quei tempi, e non potete nemmeno immaginare quanti visitatori siano rimasti incantati dal mio racconto sulle gesta del nostro eroe nei dintorni; ad alcuni di loro, per trascinarli nella magia, ho persino narrato della sicura presenza sul colle dei resti mortali della famosa pecora dipinta sul sasso. Ovviamente si fa per scherzare, ma poi mica più di tanto. E chissà se anche Cimabue non sia nato o abbia avuto parenti dalle nostre parti, visto che secondo il Vasari veniva in Mugello per le proprie necessità (“Onde, andando un giorno Cimabue per sue bisogne da Fiorenza a Vespignano…”)! E anche la chiesa ha qualcosa di speciale, con quel campanile ambiguo in luogo di quello diruto dal terremoto e l’ingombrante ricordo della presenza come prete di Francesco, figlio di Giotto. Ma in questa sede voglio raccontarvi qualcosa di più su alcuni reperti che si trovano al suo interno. Al centro del pavimento c’è uno stemma di marmo e mi sembra doveroso ricordare quanto detto anche dal Niccolai, ovvero che si tratta di un stemma collegabile agli Ubaldini da Pesciola, uno degli ultimi gruppi legati alla famosa famiglia e ancora presenti nel periodo post-feudale.

Non va poi ignorata come spesso accade la presenza di una nicchia in pietra (purtroppo usata oggi per la custodia di modeste suppellettili) che riporta una tra le incisioni più antiche di tutto quanto il Mugello, dedicata al “tempore domini” Priore Orlandi e datata 1277, forse l’anno della sua morte; chissà se fu proprio questo baldo priore a battezzare il nostro Giotto, ma comunque annoto che i tempi coinciderebbero. Trascurando le altre opere, voglio però oggi riferirmi nello specifico al fonte battesimale in granito che viene ricordato nel volume “Il Mugello” di Massimo Certini e Piero Salvadori con queste parole “..si dice sia stato ricavato da una antica pietra sacrificale”.
Argomento curioso, ma ancora non trattato nello specifico da nessuno e perciò non posso di certo fermarmi a un semplice “si dice”, in quanto merita un approfondimento. Grazie a Stefano, che mi ha fatto visionare alcuni documenti contenuti nell’archivio parrocchiale, sono ora in grado di ricostruire la vera e incredibile storia di quest’opera particolare e straordinaria. Nel 1945 San Martino a Vespignano non aveva ancora il fonte battesimale e ci si avvaleva di strutture provvisorie (pila). Due anni dopo un sopralluogo della Soprintendenza confermò la necessità affidando il lavoro all’architetto Nello Bemporad; fu anche stabilito il materiale da utilizzare, niente di meno che un prezioso mortaio in “breccia di Candia” conservato nell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze e stimato come risalente a un periodo ricompreso tra il V e l’VIII secolo avanti Cristo, dunque prima degli etruschi, e poi portato a Firenze dalla famiglia Medici. Quale onore. Gli esperti suppongono un utilizzo prima come base sacrificale per la presenza di un foro sulla sinistra e in seguito per la macinazione del grano visti i segni di mastello presenti sulla superficie. Dunque, un origine pagana del manufatto non frutto di fantasie ma certificata dall’analisi di esperti. Poi diventato fonte battesimale, si può dunque dire che quest’antica pietra è passata senza colpo ferire dalla morte alla vita e dal profano al sacro attraverso una storia infinita e un percorso tortuosissimo.

Non solo, completa l’opera un fusto in granito orientale e un impiantito a mosaico fatto di marmi rari; si passa dal porfido d’Egitto al diaspro di Sicilia, dal verde mediceo al granito rosa delle piramidi, dal fior di pesca di La Spezia al nero d’Africa e molti altri ancora. Insomma, possiamo dire che siamo in presenza di un’opera “universale” completata dal San Giovanni Battista in bronzo dorato fatto dallo scultore Antonio Berti con autografo alla base; va poi annotato che in origine esisteva anche una cancellata in ferro e una croce di alabastro del Marocco lavorata anch’essa dall’Opificio. I lavori iniziati nel 1950 furono finanziati da varie famiglie benestanti e proprietari terrieri della zona (Cateni 30.000- Dott.Sandrini 30.000+ 20.000, Warden William 20.000) e dal popolo tutto, possiamo immaginare con quanti sacrifici. Allora erano davvero strani, ci tenevano a queste cose! Nel documento parrocchiale colpisce pure l’estremo dettaglio nella descrizione dei lavori con giornate intere passate dagli scalpellini a praticare i fori e persino la quantità di attrezzi “consumati”(..dieci scalpelli con “vidia” tutti rovinati, dieci ore consecutive di trapano più nove ore per la pila…). Si lavorava sodo e si faceva una pausa solo quando si era proprio sfiniti; insomma, come direbbe Pinocchio esattamente … come accade oggi! Mi fermo qui perché ho raggiunto lo scopo che mi prefiggevo, ovvero far capire meglio quanti e quali piccoli tesori siano nascosti nelle pieghe più profonde del nostro amato Mugello spesso ignorati, magari persino dimenticati ma che fanno parte della nostra Storia più profonda. Ed è una Storia che sarebbe un peccato dimenticare..

Fabrizio Scheggi
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – ottobre 2025

