
VICCHIO – Il termine Ampinana, potrebbe offrire riferimenti al periodo etrusco anche se uno studio più approfondito ne impone la classica designazione di toponimo prediale di origine latina. Comunque sia il luogo ci racconta un periodo importante della storia più antica del Mugello.
In epoca medievale questo territorio costituiva parte di una vasta Contea appartenuta ai Conti Guidi che riuniva borghi, luoghi di culto e fortificazioni come la chiesa di San Michele con il suo popolo e il castello di Ampinana.
Siamo in un lembo fra i più orientali del territorio comunale di Vicchio, prossimo al confine con il suolo dicomanese, all’apice della cresta appenninica formata dal Poggio delle Paline (759 slm) e dal Poggio del Lavacchio (741 slm). Dai fianchi di questo dolce rilievo punteggiato di casolari rurali di antica fattura, prendono voce i primi sussulti di giovani ruscelli che alimentano ora la più lontana e occidentale Botena Alta, ora il più modesto e quieto Torrente di Corella, principale incisore del versante orientale della montagna. Una zona di alto valore naturalistico che regala splendidi panorami sulla valle del Mugello occidentale e sulla Bassa Sieve. La si raggiunge da una vicinale che abbandonata la provinciale (SP551) a Le Balze di Vicchio, si inerpica sulla sinistra della Sieve fra ampie zone prative e vecchie coloniche un tempo dimora di pastori e boscaioli.
Con l’occhio attento alle asperità della via e alle suggestioni del paesaggio, si guadagnano presto i rilievi di Rossoio e poco dopo le costruzioni di Pavanico, sede in antico di un fiorente mercatale particolarmente attivo nella prima metà del Trecento. Qui nel tempo si era costituito infatti, uno dei centri commerciali più importanti del Mugello, l’unico presente nella Contea di Ampinana, regolato e subordinato alle leggi e disposizioni comitali del periodo.

Un luogo di scambio essenziale per lo sviluppo e la crescita economica dell’epoca, dove si trattavano merci di tipo rurale come cereali, legnami, bestiame, secondo le richieste della clientela locale, ma frequentato anche da commercianti esterni all’area mugellana. Nonostante il suo ruolo di grande valore commerciale il mercato di Pavanico era destinato però a un progressivo quanto inarrestabile declino, determinato dall’affermarsi di strutture analoghe sorte nei centri più comodi e ambiti del fondovalle.
Oltre Pavanico la strada riprende a salire decisa verso la cima della montagna attraversando un lussureggiante paesaggio boschivo di cerri e querce. Poi, raggiunti i cinquecento metri di quota, su un piccolo lembo di terreno quasi pianeggiante, ecco comparire la chiesetta di San Michele a Ampinana, ormai di proprietà privata e inaccessibile, ma ancora ben conservata nella sua identità strutturale.

Il piccolo edificio mostra un’architettura sobria e lineare con copertura a due spioventi e campaniletto a vela con due fornici posto sull’angolo posteriore destro. Le pareti esterne sono realizzate con bozze a vista di taglio medio, interrotte da cornici doppie di mattoni che dividono il paramento su tre livelli. L’interno prende luce dall’oculo circolare posto in facciata, aperto sopra la porta d’ingresso. Sul fianco sinistro dell’edificio sacro si appoggiano gli ambienti della canonica anch’essi ben conservati e ristrutturati.

Le origini della chiesa potrebbero essere molto antiche, addirittura collocabili nella prima metà del XIII secolo. La sua presenza appare comunque certa e documentabile dalla metà del Duecento, momento in cui la parrocchiale con il suo popolo, come molte chiese del Contado, erano chiamate a sostenere l’esercito fiorentino nell’epica battaglia di Montaperti contro i senesi.
I documenti che tracciano la cronaca di quel drammatico scontro combattuto sull’Arbia il 4 settembre 1260, costituiscono oggi un attestato di straordinario valore storico relativo alla pratica militare del Medioevo, ma offrono al contempo e indirettamente, un quadro molto esaustivo e dettagliato sull’amministrazione del Contado, sulla disposizione territoriale delle parrocchie e sul potenziale economico distintivo di ogni popolo.
Da quei documenti apprendiamo infatti che nel 1259 la nostra chiesa era inserita nel Plebato di Santo Stefano in Botena e suffraganea della pieve di San Martino a Corella. Suo rettore era un Ser Ristorus Baroncini, pastore di un popolo chiamato a contribuire alle spese militari fiorentine con solo quattro staia di grano, una misura esigua e indicativa della povertà dei coloni di Ampinana e della scarsa fertilità dei suoi terreni.
Nonostante queste condizioni poco favorevoli, tutta la zona era ambita da tempo dalle maggiori istituzioni del periodo, tanto che insieme alla Mensa vescovile cittadina vi figuravano proprietari di alcuni beni anche i vescovi di Fiesole.
Ad Ampinana era nato Ser Giovanni di Buto, il celebre notaio che nel 1302 nella Badia di San Godenzo, avrebbe rogato l’atto di alleanza contro la Repubblica fra Ubaldini e fuoriusciti ghibellini al quale partecipò anche Dante Alighieri.
Poco altro sappiamo di questo popolo e della sua chiesa che per un certo periodo fu detta anche degli Anterigoli dal nome di una famiglia del luogo, nota per le vicende che caratterizzarono la storia di Vicchio nel XVII secolo e della quale faceva parte anche un Ser Guido, altro notaio della zona attivo nella prima metà del Cinquecento.
Nel 1748 era curato in San Michele un Bernardino Masi da Rossoio, momento in cui si contavano in parrocchia un centinaio di anime, salite poi a 122 nei primi anni trenta dell’Ottocento. All’inizio del Novecento il popolo di Ampinana contava circa 180 abitanti divisi fra i casolari di Novelleto, Popigliano, Valle, Arzale, Pavanico, Fondelle. La chiesa era ancora attiva nel 1970, affidata però a un vicario economo per la cura di circa 120 anime, simbolo di un processo ormai diffuso di involuzione demografica determinato dal progressivo abbandono della montagna. Come segno inequivocabile di antichità, all’epoca la chiesa conservava ancora fra i suoi arredi, una croce astile in bronzo dorato recante le incisioni della Vergine e di San Giovanni evangelista e i simboli dei quattro evangelisti.
Sulla presenza di una primitiva chiesetta castrale dedicata a San Michele sembrano concordare alcuni storici del passato che vorrebbero un piccolo luogo di culto collocato all’interno o a fianco della rocca di Ampinana, andato perduto con la distruzione del castello.
Il colle di Ampinana infatti, coglie il proprio apice a 632 metri di quota, poco distante dalla chiesa attuale. Qui la strada si trasforma in ampio sentiero e dalla colonica di Fondelle inizia la sua discesa verso Petrognano nella valle orientale del Corella.

A breve distanza dalle Fondelle, in direzione sud-est, sulla vetta di un modesto rilievo si erge la Croce di Ampinana, un simbolo del martirio in cemento di grandi dimensioni collocato nel luogo dell’antica fortificazione.


Da qui lo sguardo può spaziare su splendidi paesaggi del Mugello e in particolare sull’Appennino di Villore chiuso a est dal grandioso scenario del Falterona.
Le prime notizie del luogo risalgono al 1040, leggibili nei registri del Bullettone conservato nell’Archivio Arcivescovile di Firenze. A quella data risale l’atto di donazione con il quale Ugo di Ranieri marchese della Tuscia, donava il castello di Ampinana con tutti i suoi diritti e pertinenze al vescovo di Firenze. Altre bolle pontificie del 1103 e 1134 confermavano poi al vescovo di Fiesole alcune proprietà nella stessa zona.
Tuttavia la maggior parte di questi territori compresi nelle due Contee di Belforte e Ampinana erano da tempo sotto il dominio dei Conti Guidi, concesse loro con diplomi imperiali da Federico Barbarossa.
Il castello di Ampinana, per lungo tempo rifugio sicuro delle frange ghibelline, costituiva di fatto un serio ostacolo per l’espansione cittadina e fu teatro di acerrimi scontri tra Firenze e i Guidi nella prima metà del XIV secolo.
Nel 1291 le truppe fiorentine, forti del patto di alleanza con Guido da Battifolle già signore di Gattaia, assediavano e costringevano alla resa il castello. Perdurando l’assedio, nell’anno successivo Firenze deliberava la confisca di tutti i beni della Contea, compresi boschi e terreni “con viti et alberi”, disponendo inoltre la costruzione intorno al castello, di un recinto e di un fossato sorvegliato continuamente da due capitani con le loro milizie.
Ancora nel 1292 le istituzioni cittadine deliberavano che la rocca divenisse proprietà del Comune di Firenze stabilendone la distruzione dalle fondamenta in epoca immediatamente successiva l’atto di acquisto. Per questo compromesso si sarebbe pattuito un esborso di 3000 fiorini d’oro in favore del Conte Manfredi figlio di Guido Novello, signore di Corella e Ampinana. Dopo un primo accordo, insensibili e ribelli alle disposizioni comunali, i Guidi ambivano a riappropriarsi delle loro terre e nel 1325 le truppe del Conte Ugo di Guido da Battifolle riconquistavano il castello con cinque popoli della Contea, che tuttavia sarebbero tornati fra le proprietà della Repubblica dopo la spedizione fiorentina del 1329.
Finalmente, dopo accese divergenze e accordi complicati, fra il 1342 e il 1343 il Comune di Firenze restituiva ai Guidi di Battifolle molti beni sottratti loro nel territorio di Vicchio e fra questi le terre di Ampinana, il castello di Rossoio, San Donato a Paterno con le sue pertinenze, San Lorenzo al Corniolo, i terreni di San Niccolò alla Torricella e di San Bartolo a Farneto e molti altri.
Nel 1350 per la prima volta, si nominava e si costituiva in Ampinana un collegio di controllo composto da otto probiviri (persone di fiducia oneste e stimate) con perfetta conoscenza delle leggi, che avevano il compito di sorvegliare sul rispetto delle norme comuni e sulla loro corretta applicazione.
Visitare oggi questo luogo, anche se provvisti di un bagaglio esiguo di nozioni storiche, costituisce motivo di forte suggestione, stimolata non solo dal paesaggio straordinario che lo circonda ma anche dal desiderio di conoscere o ipotizzare l’identità della struttura militare, delinearne il suo perimetro e gli ambienti che lo componevano, i luoghi di vedetta, la percorribilità interna e di accesso.
Il mastio o torre di avvistamento se vi esisteva, doveva occupare probabilmente lo spazio più elevato, ora sede della Croce, anche se l’area che la circonda non conserva che pochi conci squadrati e abbandonati in posizione casuale. A un livello appena inferiore però, si ha una percezione più nitida delle strutture. Il lato meridionale della collina presenta infatti, tratti di mura ben conservate, estese per alcune decine di metri, realizzate con pietre di taglio medio, ben squadrate e allineate.


Purtroppo queste strutture, in alcuni punti con elevato prossimo ai due metri, si mostrano quasi completamente occluse da detriti e terreno in naturale scivolamento, tanto da rendere incomprensibile il loro scopo originale che poteva avere funzione di cintura esterna ma anche terrapieno di sostegno alla viabilità.
In condizioni analoghe compaiono anche le tracce della cisterna presenti sul fianco occidentale della collina.


Anche in questo caso il manufatto resta quasi totalmente sepolto, individuabile solo per il crollo parziale della volta, che esclusa la sua forma semicircolare, poco ci racconta delle sue dimensioni effettive e della capacità del vaso di raccolta, ormai completamente colmo di terra e detriti.
Un luogo insomma che sa lusingare e regalare un certo fascino agli appassionati di storia, un luogo che l’abbandono e la patina del tempo ancora non hanno saputo offuscare completamente, mantenendolo testimone di una pagina di storia fra le più antiche e complesse del Medioevo, scritta da personaggi celebri in quell’epoca, che avrebbero deciso e consegnato al futuro le sorti di questa parte orientale del Mugello.

Massimo Certini
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 15 marzo 2025

