MUGELLO – In questa quinta parte sull’argomento “Che cosa è un fungo” si parlerà delle endomicorrize instaurate tra alcune specie fungine e le Orchidee selvatiche. Simbiosi curiose e particolari ma soprattutto assolutamente indispensabili per permetterci di ammirare queste affascinanti piante.
(5) Endomicorriza è termine composto da tre parole di origine greca: èndon = dentro, all’interno; mýkes = fungo; rhìza = radice. Nelle ectomicorrize, viste nel paragrafo (4) del precedente articolo, il micelio fungino forma una sorta di mantello (o micoclena) che avvolge esternamente le radichette delle piante; viceversa nelle endomicorrize tale mantello è assente o irrilevante perché il micelio, con le sue ife, stavolta penetra proprio all’interno delle radichette oppure, come nel caso particolare delle Orchidee terricole, va ad interessare direttamente i semi nelle delicate fasi della germinazione per poi “intrufolarsi” all’interno di successive strutture vegetali.
Nel primo caso si tratta soprattutto delle cosiddette endomicorrize arbuscolari che coinvolgono la quasi totalità delle piante erbacee; la loro funzione biologica è sostanzialmente identica a quella delle ectomicorrize viste precedentemente: instaurare una simbiosi mutualistica che reca vantaggio reciproco ad entrambi i simbionti (piante erbacee e funghi); così come ha la stessa enorme importanza dal punto di vista ecologico. Fossili di particolari endomicorrize arbuscolari permettono di datare la loro comparsa almeno a 400 milioni di anni fa.
Qui però si darà spazio a quelle endomicorrize che riguardano le Orchidaceae nostrali (si tratterà solo delle Orchidee selvatiche, non di quelle da appartamento che si possono acquistare dal fioraio). Perché è solo grazie alla presenza di diverse specie di funghi che possiamo contemplare e ammirare queste veri e propri capolavori, meraviglia della Botanica.
(5.1) Endomicorrize delle Orchidaceae. Già tra il 1905 e il 1909 il botanico francese Noël Bernard (1874 – 1911) grazie a vari studi ed esperimenti dimostrò che le specie terricole delle Orchidaceae (quindi tutte o quasi quelle che possiamo reperire in Europa) entrano in simbiosi (non precisamente mutualistica… anzi!) con alcune specie di funghi tramite curiose e per certi versi affascinanti endomicorrize. Rispondendo così un paio di interrogativi da molto tempo irrisolti; risposta che portò alla luce una realtà inaspettata e che, a sua volta, fece scaturire altri quesiti di carattere biologico/ecologico ed evolutivo non semplici da interpretare.
Questi interrogativi, irrisolti fino agli albori del XX secolo, si riassumono come segue.
#) Perché, pur seminando con tutte le attenzioni possibili una gran quantità di semi di Orchidee, era rarissimo o impossibile vederle nascere nel tipico “giardino davanti a casa”?
##) Si è sempre saputo che i semi delle Orchidee sono tra i più minuscoli di tutto il Regno vegetale. Di molte specie tropicali sono addirittura invisibili ad occhio nudo e, in media, le loro dimensioni a seconda della specie variano da 0,1 a 0,4 millimetri. Tanto piccoli che un singolo “frutto-capsula” di qualche specie può portarne a milioni. Sono minuscoli perché contengono soltanto una sorta di embrione rudimentale racchiuso in un sottilissimo velo protettivo, con una quasi totale assenza di sostanze nutritive di riserva. Semi che spesso vengono paragonati a un impercettibile involucro contenente del DNA (materiale genetico) ma quasi del tutto privo di nutrienti.
Riserva di nutrienti che, invece, abbonda nei semi “normali” di altri vegetali e che è indispensabile (e sufficiente) per sostenere le prime fasi della germinazione; a tal proposito basta ricordare i tipici esperimenti che più o meno tutti abbiamo fatto da bambini mettendo un singolo fagiolo in un bicchiere con un po’ di cotone idrofilo inumidito con della semplice acqua: nella maggior parte dei casi dopo alcuni giorni si vedeva spuntare un abbozzo di piccole radici con tanto di piantina. Ecco: con le Orchidee un esperimento del genere è sempre destinato al più totale fallimento. Ma allora, in Natura, come fanno a nascere le nuove piante di Orchidea? Tanto più che le Orchidaceae rappresentano una delle famiglie botaniche più ricche di specie (tra le 20000 e le 25000 specie diverse) e quindi, evolutivamente parlando, ben presenti e rappresentative della vita vegetale sulla Terra. Vero è che con semi tanto minuscoli (quasi a livello di particelle polverose) e numerosi, la loro dispersione in ambiente grazie al vento è senz’altro favorita ed efficiente, ma così, senza nutrienti, come possono germinare?
Anche il celebre Charles Darwin (1809 – 1882) che tra l’altro era un grande appassionato di Orchidee, aveva più volte riflettuto su come queste piante potessero riprodursi con semi così piccoli; in una sua lettera del 1863 (destinata a Joseph Dalton Hooker, direttore dei giardini inglesi del Kew Gardens) scriveva che, pur senza qualche fatto certo su cui basarsi, era convinto che durante la germinazione i semi delle Orchidee sfruttassero le piante crittogame parassitandole.
Ottima intuizione perché assai vicina alla risposta definitiva che sarebbe arrivata una quarantina di anni dopo: i semi di Orchidea possono germinare esclusivamente grazie ad una particolare simbiosi con qualche micelio fungino presente nel terreno! Un seme di Orchidea caduto a terra (fosse pure la terra più incontaminata possibile), se non riesce a “mettersi in contatto” con opportune specie di funghi è destinato a seccare e a morire.
(5.2) Le Orchidee, quanto meno quelle terricole, sono perciò definite come micoeterotrofe (neologismo composto da più parole di origine greca: mýkes = fungo; héteros = altro, diverso; tròfos che appartiene al tema di tréfo = nutrire) perché nella prima parte della loro vita (la germinazione del seme da cui, dopo varie e complesse fasi, nascerà una nuova pianta) necessitano di sostanze nutritive che vengono loro fornite grazie a una indispensabile e particolare simbiosi endomicorrizica. E non si tratta di un sostegno più o meno facoltativo che ne faciliti la germinazione: è proprio una necessità metabolica.
Questa sorta di micotrofia obbligata si realizza grazie alla “strana collaborazione” con il micelio di particolari basidiomiceti appartenenti alle famiglie Ceratobasidiaceae e Tulasnellaceae o di particolari ascomiceti dell’ordine Sebacinales. Si tratta di specie fungine che, indipendentemente dalla presenza delle Orchidaceae, rientrano nella categoria dei saprofiti (quelli che vivono degradando la materia organica del terreno o della lettiera per poi assimilarne i necessari nutrienti) oppure tra i blandamente parassiti che attecchiscono sulle radici di altre piante da cui “rubare” i nutrienti. (Vedere le puntate precedenti dedicate ai funghi saprofiti e ai funghi parassiti)
Le ife terminali del micelio, venute a contatto con un seme di Orchidea (o per caso o direttamente attratte dal seme, vedremo poi in che modo), gli trasferiscono alcune sostanze nutritive (soprattutto composti del carbonio) senza tuttavia andare ad intaccare/infettare l’embrione che, così stimolato, comincia a germinare producendo un corpicciolo ipogeo a mo’ di piccolissimo tubero, detto protocormo (dal greco pròtos = primitivo, originario; e dal greco kòrmos = tronco, corpo principale).
Il protocormo rappresenta una fase dello sviluppo che, nel Regno vegetale, è tipica delle Orchidee: all’inizio non è più embrione ma non è ancora piantina, non ha radici né tantomeno foglie e, a seconda della specie, ha una vita che può durare da qualche mese a qualche anno. Ad esempio Anacamptis morio fiorisce dopo 4-5 anni dalla germinazione; Neotinea ustulata ne impiega addirittura 13-14.
La fase dello sviluppo del protocormo avviene lentamente, poco alla volta e sempre sotto terra: dalla sua “zona equatoriale” vengono via via a formarsi delle brevissime estroflessioni simili a piccole radichette (dette rizine) mentre dalla zona superiore spunterà una minuta escrescenza conica da cui, successivamente e a suo tempo, sortirà il germoglio. Ed è proprio in questa fase protocormica che la simbiosi manifesterà la sua più intensa e curiosa azione con l’organismo fungino che, oltre a continuare a nutrire il protocormo delle varie sostanze necessarie alla crescita, “sacrificherà” parte del suo micelio dandoglielo (per così dire) in pasto.
(5.3) Rispetto alle “tradizionali” ectomicorrize, questa endomicorriza orchidoide è assai complessa e si articola in più fasi. Varie osservazioni al microscopio hanno evidenziato che le ife del micelio iniziano a colonizzare protocormo e rizine penetrando in qualche modo all’interno delle cellule ma senza andare a infettarne il citoplasma (e quindi senza intaccarne i vari organuli interni tra cui il nucleo). Poi le ife entrate nelle cellule del protocormo proliferano in lunghi nastri che, ripiegandosi su se stessi, formano dei veri e propri gomitoli compatti di ife arrivando ad occupare anche il 70-80% del volume delle singole cellule ospiti ma senza “ucciderle” né spaccarle (cosa che, viceversa, avverrebbe con i funghi “aggressivi”, patogeni-parassiti delle piante). Ma una volta formati i gomitoli, le cellule vegetali attivano sostanze di degradazione (senza che il micelio riesca ad opporvisi) e che in pochi giorni portano alla progressiva e controllata demolizione dei gomitoli. Questi, perduta la loro compattezza, si sfaldano macerandosi, consentendo alle cellule vegetali di assorbirne e digerirne le sostanze proteiche e nutritive. In tal modo il protocormo comincia poco a poco a svilupparsi e a crescere.
Nel frattempo nuove ife colonizzano altre cellule corticali del protocormo, al cui interno vengono a costituirsi altri grumi di ife, altri gomitoli, in un flusso ininterrotto di “nascite e disfacimenti di gomitoli” con cui il fungo continua letteralmente a nutrire il protocormo in crescita. E cresce finché si cominciano a intravedere i primi abbozzi di foglie verdi che poi, timidamente, emergeranno dal terreno.
[Vedremo più avanti le eccezioni a quanto scritto nell’ultimo discorso]
Foglie verdi per la presenza di cloroplasti: quindi, pur se inizialmente appena abbozzate, sono efficienti quanto basta per avviare l’attività fotosintetica che approvvigionerà autonomamente la nuova pianta di altro carbonio oltre a quello che il fungo continua (“imperterrito”) a procurarle. Questa fase intermedia di “doppio nutrimento” darà il via al progressivo e relativamente veloce sviluppo di una vera e propria rosetta basale di foglie verdi. Seguirà una maggiore attività fotosintetica che gradualmente ridurrà la dipendenza della pianta dal fungo perché, da ora in poi, la pianta potrebbe considerarsi autotrofa a tutti gli effetti.
Non a caso lo spuntare e il successivo sviluppo delle rosette basali, prelude di qualche giorno (o settimane, a seconda delle specie) alla fuoriuscita dello stelo con l’infiorescenza. Da questo momento la “inedita” pianta di Orchidea, sviluppatasi da quel minuscolo seme, provvederà a sostituire il protocormo con i suoi finali e definitivi apparati vegetativi sotterranei (un paio di bulbo-tuberi o particolari rizomi, a seconda della specie) e continuerà a fiorire per molti anni ancora e lo potrebbe fare senza più l’aiuto del fungo.
(5.4) Ma questa conclusione sarebbe troppo sbrigativa e semplicistica! E infatti le cose non stanno proprio in questi termini: quei verbi messi poco sopra in grassetto e al condizionale sono necessari perché la “strana simbiosi” realizzata fin qui tra Orchidea e fungo non sempre è da considerarsi terminata ma può continuare seppur con tutt’altre modalità.
Da questo momento il micelio continuerà ad endomicorrizare le brevi radichette o rizine (solitamente ai bulbo-tuberi non gli sarà concesso di avvicinarsi perché l’Orchidea da ora in poi li proteggerà con l’emissione di efficaci enzimi anti-parassitari) e da lì potrà “reclamare” una buona parte di nutrienti che ora l’Orchidea, con la fotosintesi, può produrre autonomamente.
Infatti l’Orchidea, a maturazione avvenuta, avrà rivolto gran parte delle sue energie alla creazione degli apparati ipogei (i suddetti bulbo-tuberi o dei grossi rizomi) in cui immagazzinare le sostanze nutritive che stagionalmente produrrà grazie alla fotosintesi, senza “preoccuparsi” di creare un impianto radicale diffuso ed efficiente. E questo impianto molte specie di Orchidee lo “chiederanno in prestito” al micelio. Il quale metterà a disposizione il proprio esteso reticolo ramificato di ife, grazie al quale e alla propria “innata” propensione ad esplorare sempre più vaste zone nel terreno circostante, esso assorbirà sali minerali, fosforo, azoto che poi, in parte, cederà all’Orchidea. L’organismo fungino, come già detto, riceverà in cambio una buona dose di carbonio di origine fotosintetica.
Insomma una sorta di lieto fine che, dopo questa serie di “avventure sotterranee”, permette di affermare che: “e vissero tutti felici e contenti”.
In modo stucchevolmente antropomorfico, verrebbe voglia di dire (parafrasando i vecchi documentari naturalistici alla Walt Disney) che l’Orchidea, “sentendosi in obbligo” verso il fungo per i “sacrifici” che lui (e solo lui) ha dovuto affrontare inizialmente, “decide di sdebitarsi” ricompensandolo con una parte di carbonio prodotto fotosinteticamente; carbonio di cui “finalmente” e da ora in poi il fungo potrà godere.
No! Troppo bello, troppo romantico e troppo… cerebrale.
Qui non si tratta di un cervello di tipo umano (o comunque animale) che è in grado di “memorizzare” un favore ricevuto e perciò restituirlo in qualche modo, a posteriori, in segno di riconoscenza. Qui il concetto di intelligenza (qualunque significato si voglia dare a tale termine) poggia su altri percorsi (qua e là, nelle precedenti due puntate ne abbiamo già accennato) e che dovrebbero essere indagati e interpretati da un punto di vista non antropomorfico: cosa complicata non potendosi immedesimare, per evidenti motivi contingenti, né in un fungo né in una Orchidea.
Partire, per esempio, da un punto di vista oggettivamente chimico permette di comprendere meglio come si concatenano le varie fasi di questa particolare simbiosi, anche se non può spiegare fino in fondo le “motivazioni” che sono alla base dei singoli comportamenti dei due simbionti, né capire il perché la Selezione Naturale abbia favorito questo tipo di strategia che tuttavia, evidentemente, è stata strategia vincente. Infatti, secondo gli studiosi la comparsa delle Orchidee è avvenuta tra i 70 e i 110 milioni di anni fa, durante il Cretaceo, prima ancora che i dinosauri si estinguessero; e da quel momento si sono propagate felicemente e ampiamente, non a caso differenziandosi in tantissime specie. Unico periodo di crisi individuabile nella loro diffusione è quello attuale a causa di molte attività umane incompatibili con le loro particolari ed esclusive esigenze vegetative e riproduttive.
(5.5) Chimicamente è stato verificato che i semi delle Orchidee impiegano la loro più che esigua riserva di sostanze nutritive non tanto per alimentare l’embrione ma per immettere nel terreno particelle di composti semplici del carbonio (zuccheri e aminoacidi) che potrebbero attirare qualche micelio fungino in fase esplorativa. Se una ifa fungina viene a contatto con il seme o casualmente o perché “attratta dall’invito chimico” ecco che si attiva quella sorta di “dialogo chimico” di cui si è già diffusamente parlato nell’articolo precedente al punto (4.2). Ricordiamo che il micelio fungino è per sua natura un organismo eterotrofo e, che si tratti di saprofita o parassita, tende a comportarsi come tale, cercando cioè di ottenere (“con le buone o con le cattive”) i nutrienti dai vari tessuti vegetali o animali incontrati sulla propria strada.
Seme e ife emettono quindi delle molecole-segnale di origine chimica che funzionano da parole d’ordine per un possibile riconoscimento. Quando ciò che si avvicina al seme è un “fungo incompatibile” (e quindi “pericoloso”) allora il seme, pur nelle sue ridottissime dimensioni, riesce ad ispessire le proprie pareti esterne e ad emettere composti anti-parassitari in modo da inibire il contatto con le ife; se questa difesa funziona il seme è salvo ma dovrà comunque “sbrigarsi” a reperire un fungo compatibile altrimenti è destinato a morire. Se, viceversa, il riconoscimento reciproco ha successo allora il seme permette alle ife di penetrare nel proprio tegumento protettivo; penetrazione che avviene anche grazie a particolari enzimi rilasciati dalle ife e che degradano quanto basta le pareti cellulari del tegumento ma senza andare a intaccare l’embrione.
Poi si assisterà alla progressiva formazione del protocormo e alla invasione cellulare da parte dei gomitoli di ife; gomitoli che saranno assorbiti/digeriti dalla pianta. E sarà proprio nella fase protocormica che quel “dialogo chimico” di cui sopra si farà così complesso e serrato da rappresentare uno degli aspetti più affascinanti tra le simbiosi micorriziche. Una sorta di raffinata “orchestrazione” di messaggi e stimoli chimici che i due partner mettono in gioco per instaurare un delicato equilibrio tra le forze in gioco ma che, in definitiva, stabilisce che sarà soprattutto la pianta a “dirigere questa orchestra”. Lo fa grazie al preciso dosaggio con cui impiega le proprie difese anti-parassitarie: diminuendole per permettere alle ife di letteralmente invadere le proprie cellule (cioè continuando ad “invitare” il micelio a farsi avanti) ma senza abbassarle troppo per non andare incontro ad una colonizzazione patologica, incontrollata e distruttiva da parte del micelio.
(5.6) Molti studiosi definiscono questa prima parte della vita dell’Orchidea (con la piantina che “mangia e consuma” parte del micelio) come parassitismo invertito: e in effetti non è il fungo che agisce, come solitamente accade, da parassita ma è la pianta, l’Orchidea, che si comporta da blando parassita micoeterotrofo. Inoltre abbiamo visto che, con l’avvenuta trasformazione dell’Orchidea ormai maturata in organismo autotrofo, alla fine (antropomorfizzando) “tutti vissero felici e contenti”.
Continuando in sede di metafora, tutto ciò si potrebbe paragonare non proprio a una pacifica convivenza (inizialmente ciascuno dei simbionti cercherebbe di nutrirsi dell’altro) ma alle vicende economiche riguardanti il mondo dell’imprenditoria. Il fungo (da imprenditore) fornisce il “capitale iniziale” (nutrienti e carbonio) al giovanissimo socio (seme e protocormo) che momentaneamente è “indigente” (in quanto privo di un proprio capitale di riserva); è un investimento assai rischioso ma il fungo “ci crede” perché “conosce le capacità” del giovane socio e “ha ferma fiducia che si farà strada”. E l’imprenditore “ha visto giusto” perché il giovane socio alla fine ha fatto davvero molta strada e, diventato Orchidea autotrofa, permetterà di costituire una vera società funzionante a pieno regime; società in cui ognuno si prenderà le proprie responsabilità dividendosi il successivo lavoro e facendo ciascuno ciò che meglio può fare (fungo: assimilare sali minerali, azoto, fosforo, ecc.; Orchidea: produrre composti del carbonio tramite fotosintesi); in modo da prosperare in benessere e ricchezza…
Uscendo di metafora, alcuni intriganti interrogativi restano comunque da chiarire. L’Orchidea si è regolata da organismo “prendi ora, paghi e restituisci dopo” e questo può comprendersi (si è comportata inizialmente da semplice parassita ma poi, con le avvenute transizioni fisiologiche, si trasforma in simbionte mutualistico); ma il fungo (che, ricordiamolo, poteva continuare tranquillamente la sua, se pur “monotona”, vita da saprofita) si è lasciato irretire dall’invito del seme dell’Orchidea, comportandosi come un organismo da “paghi ora, prendi dopo”, cioè parassitato inizialmente (ed è vero) per poi diventare a sua volta simbionte mutualistico (ed è vero; ma non sempre, e lo vedremo più sotto). Perché? Forse sapeva (?!?) che ne avrebbe goduto i benefici in seguito? E in che modo questa sorta di consapevolezza entrerebbe in gioco? Non certo per una sorta di preveggenza o per una “razionale” previsione degli eventi. Forse (ipotesi tra le più accreditate) per una sorta di memoria genetica comportamentale che si è depositata nel suo DNA in tanti milioni di anni di co-evoluzione come conseguenza di questo reiterato successo biologico.
(5.7) Se fin qui tutto può apparire più o meno complicato e di difficile interpretazione (secondo logica umana), le cose si ingarbugliano ancora di più considerando che alcune Orchidee hanno gli apparati fogliari (rosette basali e altro reperibile lungo il fusto) così grandi e sviluppati da permettere un’attività fotosintetica più che sufficiente per vivere e rifiorire di anno in anno senza più preoccuparsi della presenza o meno del fungo simbionte (ad esempio la bella e grande Orchis purpurea); ma molte altre con apparato fogliare meno efficiente o che amano vegetare in zone boschive particolarmente ombrose (ad esempio Cephalanthera rubra e Cephalanthera damasonium) manterranno dinamica la collaborazione col fungo attivandosi fotosinteticamente nei periodi di maggior luminosità (rifornendo di conseguenza anche il fungo) e, viceversa, chiedendo aiuto al fungo nei periodi stagionali sfavorevoli.
E infine l’immancabile eccezione che conferma la regola: ci sono pure le Orchidee cosiddette aclorofilliche in quanto prive di clorofilla o contenuta in minima quantità; per esempio in Mugello ve ne sono due facilmente reperibili: Limodorum abortivum e Neottia nidus-avis.


Ecco: queste ultime due specie appartengono alla categoria “prendi ora, continua a prendere dopo e senza restituire niente” perché, non potendo svolgere la fotosintesi (o potendolo fare in modo insufficiente), permangono in regime di micoeterotrofia dovendo assimilare dal fungo i nutrienti, soprattutto i soliti composti del carbonio; rimanendo pertanto dipendenti dal fungo per tutta la vita. Orchidee parassite di funghi seppure in modo discreto, altrimenti rischierebbero di uccidere la loro principale fonte di sostentamento.
E il fungo che si era così prodigamente operato per far germinare il seme? Stavolta rimane parassitato e “con un palmo di naso”? Mah… difficile dirlo. Alcuni studiosi vi individuano una nuova e strana simbiosi mutualistica di tipo “protettivo o di rifugio” quanto meno per i funghi saprofiti: in queste Orchidee aclorofilliche l’apparato vegetativo ipogeo è più sviluppato rispetto alle specie clorofilliche, non con 2 bulbo-tuberi ma con rizoidi abbondantemente muniti di radichette o rizine più lunghe e frastagliate (anche a forma di nido come suggerisce il nome specifico della Neottia nidus-avis) che costituiscono una sorta di zona protetta e circoscritta in cui il micelio simbionte può rimanere al sicuro se attaccato da qualche micelio di specie antagonista. Interpretazioni comunque non facilmente verificabili.
Ancor più interessante dal punto di vista ecologico è il caso, che non raramente si presenta, in cui il fungo simbionte di queste Orchidee aclorofilliche non è saprofita di materia organica del terreno ma è a sua volta un blando parassita di qualche albero: ecco che si viene a costituire un collegamento di tre stadi e mondi diversi. Albero – Fungo – Orchidea, con quest’ultima che, in definitiva, attraverso il fungo che fa da intermediario, riesce a “rubare” i nutrienti all’Albero!
(5.7) Ulteriori interrogativi riguardano la “specificità” delle relazioni simbiotiche tra funghi e Orchidee. Nella puntata precedente abbiamo visto come, tra le specie fungine impegnate nelle ectomicorrize, si riscontrino quelle che si possono (o si devono?) legare esclusivamente con una singola specie arborea (simbiosi obbligata in senso stretto) o con specie arboree appartenenti ad un unico genere (simbiosi obbligata in senso lato) o altre più generaliste e meno “schizzinose” e addirittura altre del tutto “aspecifiche” e che possono legarsi con tantissime specie vegetali.
Cambiando prospettiva, si è verificato (senza riuscire a capirne le motivazioni o i meccanismi biologici che ne sono alla base) che pure le Orchidee manifestano tutta una variegata gamma di “specificità”: da quelle specie che riescono a germinare solo in presenza di particolari funghi fino a quelle più generaliste e “democratiche”.
(5.8) Si conclude questa puntata (che dai funghi ha più che altro deviato in un altro mondo) ricordando che le Orchidee selvatiche sono piante protette da precise leggi nazionali e locali; la loro raccolta è pertanto vietata. In Mugello se ne possono trovare più o meno 45 specie diverse, oltre a particolari e bellissimi ibridi. Assolutamente da non estirpare per portarsele a casa! Inutile provare a trapiantarle in terra (anche potendo disporre dei loro bulbo-tuberi, deperiranno in poco tempo); assurdo e squallido pensare di farne un mazzettino ornamentale (destinate a marcire in pochi giorni pure se messe nel solito triste vasettino con acqua). Semplicemente belle da cercare, da vedere e, volendo, da fotografare.
Pensando poi alle straordinarie e variegate strategie “intelligenti” con cui le tante specie di Orchidee ingannano i necessari e spesso esclusivi insetti impollinatori (i cosiddetti insetti pronubi; dal latino pronubus = persona del cerimoniale delle nozze; a sua volta dal latino pro = a favore di; e dal verbo nubere = sposarsi) si arriva subito a comprendere come queste meraviglie botaniche dipendano in modo così complesso e immanente da una moltitudine di fattori.
Inquinamento del suolo e pratiche agricole inopportune possono far sparire quei particolari funghi “compatibili” e assolutamente indispensabili per le nuove germinazioni; uso indiscriminato e incontrollato di pesticidi può ridurre la popolazione di insetti pronubi; raccolta ingiustificata per (malinconici) “mazzolin di fiori”; aggiungiamoci la presenza di animali ghiotti di tuberi tra cui i tanti cinghiali introdotti molti decenni fa per scopi venatori e prolificantesi oltre misura (ben vengano i lupi a ripristinare al meglio la situazione!)…
Insomma: molte specie di Orchidee sono minacciate o a rischio di estinzione e non solo sul nostro territorio. La loro conservazione non dipende certo dal gran numero dei loro minuscoli semi ma, guarda caso, dal comportamento dell’uomo.
Dopo aver dato un’occhiata al mondo delle Orchidaceae, così indissolubilmente legato a quello dei funghi, nel prossimo articolo concluderemo questa visione generale su “Che cosa è un fungo” accennando alle due principali Divisioni (Basidiomycetes e Ascomycetes) in cui viene ripartito il Regno Fungi e andando a curiosare un poco tra i vari organismi simili ai funghi.
Bibliografia dei testi consultati
(1) A.M.I.N.T., a cura di_ Tutto Funghi – Cercarli, riconoscerli, raccoglierli_ Giunti Editore, Firenze, 2015
(2) AUTORI VARI_ Parliamo di funghi (vol. 1) ecologia, morfologia, sistematica_ Giunta della Provincia Autonoma di Trento_ 2007
(3) PAPETTI, Carlo, CONSIGLIO, Giovanni, SIMONINI, Giampaolo_ Atlante fotografico dei Funghi d’Italia (Volume 1) _ Associazione Micologica Bresadola, Trento, 2008
(4) SHELDRAKE, Merlin_ L’ordine nascosto. La vita segreta dei funghi_ Marsilio Editori, Venezia, 2020
(5) SQUARCINI, Massimo_ Orchidee del Mugello_ Studio Stampa, Firenze, 2005
(6) G.I.R.O.S., a cura di_ Orchidee d’Italia – Guida alle Orchidee spontanee, 2a ed._ Il Castello Editore, Milano, 2016
(7) SQUARCINI, Massimo, TORTOLI Fulvio, CLAUSER, Marina, DI FAZIO, Luciano, LANDI, Mario_ Fiori del Mugello – Una guida per riconoscere le specie più frequenti_ Conti Tipocolor Editore, Firenze, 2016
Per recuperare le puntate precedenti
“Pillole di funghi”: la nuova rubrica curata da Alessandro Francolini
PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Il Genere Amanita
PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Qualche Amanita mugellana – prima parte
PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Qualche Amanita mugellana – seconda parte
PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Porcini mugellani
PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Funghi commestibili in Mugello – Prima parte
PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Funghi commestibili in Mugello – Seconda parte
PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Funghi commestibili in Mugello – Terza parte
PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Funghi commestibili in Mugello – Quarta parte
PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Funghi commestibili in Mugello – Quinta parte
PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Che cos’è veramente l’organismo fungo? – Prima parte
PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Che cos’è veramente l’organismo fungo? – Seconda parte
PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Che cos’è veramente l’organismo fungo? – Terza parte
PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Che cos’è veramente l’organismo fungo? – Quarta parte
Alessandro Francolini
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 25 Gennaio 2026

