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Home»Copertina»PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Che cos’è veramente l’organismo fungo? – Quarta parte
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PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Che cos’è veramente l’organismo fungo? – Quarta parte

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MUGELLO – Nelle puntate precedenti abbiamo iniziato a parlare del modo con cui i funghi si nutrono, con particolare attenzione verso i funghi saprofiti, parassiti e saproparassiti. In questa puntata incontreremo quelli che instaurano simbiosi mutualistica con le piante. Ponendo l’attenzione sulla importante funzione che tale simbiosi ha avuto per la vita delle piante e, di conseguenza, per la vita sulla Terra come oggi la conosciamo.

Simbiosi è parola di origine greca [da σύν (syn) = insieme e βίωσις (biosis) = vita, atto del vivere] e indica la convivenza di due organismi viventi, appartenenti a specie diverse e interagenti tra di loro. Gli organismi che vivono in simbiosi sono detti simbionti. Il termine fu coniato nel 1877 dal biologo e patologo forestale tedesco Albert Bernhard Frank (1839 – 1900) a proposito dei suoi studi sui Licheni.

Senza entrare troppo nei dettagli, in Biologia si distinguono 3 tipi principali di simbiosi.

(#) Mutualistica: in cui entrambi i simbionti ricavano vantaggio dalla convivenza comune. L’esempio tipico che si apprende fin dalle Scuole Primarie è dato dai Licheni: organismi viventi che provengono dalla stretta interazione e collaborazione di un fungo (solitamente un ascomicete) e di un’alga verde (o di un cianobatterio). In questa convivenza il fungo (detto micobionte) riceve dall’alga alcuni dei principali composti organici (soprattutto quelli del carbonio) che l’alga ha prodotto grazie alla sua attività fotosintetica; mentre questa (detta fotobionte) riceve dal fungo alcune delle sostanze che il micelio fungino durante il suo metabolismo ha accumulato e che può condividere: principalmente sali minerali e acqua, quest’ultima fondamentale perché protegge l’alga dal rischio di essiccamento nei periodi più siccitosi. L’organismo complessivo nato da questa particolare simbiosi è “talmente nuovo” da risultare del tutto diverso sia morfologicamente che fisiologicamente da ciascuno dei due simbionti se presi separatamente; inoltre in questa convivenza si riscontrano contemporaneamente le due modalità nutrizionali di cui abbiamo già parlato in un precedente articolo: autotrofa e eterotrofa. Grazie a questa cooperazione, i Licheni sono tra i pochi organismi in grado di vivere anche nelle condizioni ambientali più estreme; non a caso sono stati in grado di colonizzare sia le regioni antartiche che quelle desertiche.

Cladonia fimbriata

(##) Commensalistica: in cui una specie (il commensale) trae vantaggio dalla convivenza in comune, mentre l’altra specie (l’ospite) non ne trae alcuno, senza tuttavia subire qualche danno. Un esempio tipico è dato dai cosiddetti “pesci pilota” (Naucrates ductor) che seguono insistentemente squali, mante o altri grandi animali marini nutrendosi degli avanzi dei pasti degli ospiti o, a seconda dei gusti, dei loro escrementi.

(###) Antagonista o parassitaria: in cui al vantaggio di una specie (il parassita) corrisponde uno svantaggio e/o un danno dell’altra (l’ospite).

In Micologia abbiamo già incontrato la simbiosi antagonista nell’articolo precedente parlando del parassitismo e del saproparassitismo.

Non particolarmente interessanti gli esempi di simbiosi commensalistica tra funghi e altri organismi viventi in quanto spesso riconducibili al saprofitismo. Come esempio banale si potrebbe pensare a un tipo di simbiosi commensalistica tra i funghi coprofili e molti animali in quanto tali funghi proliferano sui loro escrementi; ma è decisamente più mirata e naturale la collocazione di queste specie fungine tra i saprotrofi, come visto in un precedente articolo al punto (1.d).

Numerosissimi e decisamente assai importanti sono invece i casi di simbiosi mutualistica tra funghi e altri organismi. A prescindere dai Licheni, di cui si è detto più sopra, in questa puntata parleremo soprattutto della simbiosi mutualistica che coinvolge le piante e le specie fungine collocate nei macrofunghi, cioè quelle che più interessano chi “va per boschi” per puro diletto o per raccogliere qualcosa di buon valore alimentare.

(3) Simbiosi mutualistica tra funghi e piante. Incontriamo qui l’altra modalità con cui i funghi si nutrono. Ciò avviene grazie al micelio che con le sue cellule/ife si va ad intrecciare intimamente alle zone terminali delle radici (radichette o peli radicali) di una pianta (arborea o erbacea) avvolgendole, vedremo poi in che modo, in una sorta di manicotto oppure penetrandovi all’interno.

Dal punto di vista storico, il primo ad accorgersi della presenza di quel particolare contatto tra micelio e radichette vegetali è stato il medico e botanico-patologo italiano Giuseppe Gibelli (1831 – 1898). Nel 1875, su incarico del Ministero dell’Agricoltura, iniziò ad indagare sulle cause della malattia (detta mal dell’inchiostro) che colpiva danneggiandole gravemente le piante di Castagno in molte zone d’Italia. Dopo aver scoperto che i peli radicali dei castagni malati erano avvolti da particolari cuffie di delicate ife fungine si credette che proprio quella fosse l’origine della malattia; ma l’ipotesi fu presto abbandonata perché il Gibelli stesso verificò che quelle cuffie di ife si riscontravano regolarmente anche su piante sane, e non solo di Castagno ma pure di Faggio e di varie specie di Quercia. Si cominciò perciò a fare strada l’idea che ciò costituisse non qualcosa di patologico ma, viceversa, favorisse in qualche modo la vita e il benessere delle piante; ipotizzando poi che si trattasse di simbiosi mutualistica.

[ Per quanto riguarda il mal dell’inchiostro, solo verso il 1920 furono individuati i pericolosi responsabili della malattia: particolari fitoparassiti, lontanamente imparentati col Regno Fungi ]

Sarà il già menzionato biologo Albert Bernhard Frank a sviluppare gli studi del Gibelli. Al Frank si deve l’introduzione di un nuovo termine, micorriza, che si collega almeno in parte a ciò che il Gibelli aveva genericamente indicato con cuffie. Tale termine è composto da due parole di origine greca: mýkes = fungo e rhìza = radice; alla lettera si potrebbe tradurre in “fungo-radice”, come se questa struttura fosse essa stessa un nuovo organismo, una sorta di anello di congiunzione, fisico e materiale, che fa da tramite/collegamento a due organismi del tutto diversi: la pianta da una parte e il fungo dall’altra. Organismi che, è bene ricordarlo, pur associandosi assieme tramite le micorrize, saranno sempre ben distinguibili (morfologicamente e fisiologicamente) l’uno dall’altro, contrariamente a quanto avviene con i Licheni in cui ogni membro è di fatto un “nuovo” organismo del tutto diverso dalle sue singole componenti (alga verde e fungo) se prese separatamente.

Con i suoi studi, già dal 1885 il Frank verificò in molti casi l’effettivo vantaggio per entrambe le parti (piante e funghi) che in tal modo si associavano: per esempio, in sede vivaistica, constatò che le piantine micorrizate di Pino si sviluppavano più velocemente e in robustezza rispetto a quelle non micorrizate. Notò poi che queste micorrize sono sempre presenti negli apparati radicali terminali delle piante che vegetano in ambienti naturali.

A grandi linee la micorriza funziona in questo modo: il micelio, molto più sottile delle radichette, è in grado di assorbire facilmente componenti minerali e acqua dal terreno, sostanze che poi può in parte trasferire alla pianta; inoltre è più ramificato ed esteso rispetto alle radici arboree sotterranee, portando quindi un ulteriore e concreto vantaggio alla pianta; un po’ come se la pianta, grazie alla presenza delle ramificazioni del micelio, venisse fornita di nuove radichette “di prolunga” allargando considerevolmente il proprio raggio di azione.

A sua volta la pianta permette al micelio di assorbire gli zuccheri (in pratica molti composti organici del carbonio) che il fungo non è in grado di produrre autonomamente: cioè le varie sostanze organiche di origine fotosintetica da essa generate, in particolare glucosio, saccarosio e fruttosio. In linea di massima la pianta, soprattutto al termine del proprio ciclo annuale (cioè dopo la produzione di gemme, foglie, fiori e frutti), rilascia al suolo parte degli esuberi delle sostanze organiche che lei ha prodotto e sarà proprio in questo frangente che il micelio avrà a disposizione del “buon nutrimento gratuito” da assorbire comodamente.

Non è quindi un caso che, alle nostre latitudini, la stagione più favorevole per trovare molte specie di funghi nel bosco vada solitamente da metà estate a metà autunno: è infatti in questo periodo che molte piante ad alto fusto hanno concluso il proprio “faticoso” ciclo annuale di crescita e si possono finalmente “rilassare” andando per così dire a riposo dopo aver rilasciato in ambiente (tramite le radici) gli esuberi energetici prodotti fotosinteticamente; il micelio viene così ad essere “ipernutrito” e per di più, in questo periodo, trova solitamente situazioni ottimali per umidità e temperature ambientali: in definitiva delle splendide occasioni per “fruttificare” a sua volta, cioè per iniziare a generare i propri sporofori.

La simbiosi mutualistica tra piante e funghi è così importante e caratteristica per gli habitat boschivi/forestali che, nel linguaggio corrente, viene di solito indicata brevemente con la semplice dicitura simbiosi, lasciando sottinteso che è mutualistica; cosa che avverrà nel seguito di questa puntata, salvo altra precisazione.

Dal punto di vista strutturale le micorrize si possono distinguere a grandi linee in due categorie: ectomicorrize e endomicorrize.

Nel seguito di questa puntata vedremo qualche esempio di ectomicorriza.

Alle endomicorrize verrà lasciato il necessario spazio nel prossimo articolo, quasi esclusivamente in riferimento a quelle riguardanti le bellissime Orchidee selvatiche e che, come vedremo, non danno adito a simbiosi definibili come “semplicemente” mutualistiche ma, viceversa, mettono in luce realtà simbiotiche veramente particolari.

(4) Le ectomicorrize (dal greco ektòs = esterno) si presentano quando il micelio fungino avvolge in una sorta di mantello le radichette dell’apparato radicale delle piante ma senza penetrarvi all’interno se non, talvolta, nei primissimi strati superficiali attraverso il cosiddetto reticolo di Hartig. Questo mantello (cioè, in pratica, le “cuffie” del Gibelli più sopra ricordate) è detto anche micoclena (parola composta dal solito greco mýkes = fungo con il greco claìna = mantello; quindi, alla lettera, fungo-mantello). Le ectomicorrize si riscontrano tra molte delle piante arbustive e arboree (con una stima di 8000 specie tra le Fanerogame; molto più rare le piante erbacee che formano ectomicorrize) e una miriade di specie fungine sia micro- che macroscopiche, stimate in circa 6000 specie con una predominanza di Basidiomiceti rispetto agli Ascomiceti. Per esempio tra i Basidiomiceti macroscopici vi troviamo anche tutte le specie dei generi tradizionalmente più noti e facilmente rintracciabili/riconoscibili nei nostri boschi: le Amanita, i ricercati porcini (genere Boletus), gli Hygrophorus, i Tricholoma, le Russula, i Lactarius, i Suillus e i Leccinum; tra gli Ascomiceti si annoverano, ad esempio, anche i preziosi tartufi (genere Tuber).

(4.1) Gli studi sulla simbiosi mutualistica con particolare riguardo alle ectomicorrize tra macrofunghi e piante arboree-forestali, iniziati come abbiamo visto verso la fine del XIX secolo, sono continuati incessantemente nei periodi successivi sia in Italia che all’estero. Già nella seconda metà del ‘900 alcuni ricercatori svedesi verificarono sperimentalmente, tramite composti chimici marcati con particolari isotopi radioattivi e di cui si poteva individuare il percorso, che il micelio preleva molte sostanze (composti organici semplici dell’azoto, calcio, nitrati e fosfati) dal substrato trasferendole alla pianta con cui è in simbiosi; mentre dalla pianta il micelio riceve molti dei carboidrati, anch’essi marcati in sede sperimentale e facilmente rintracciabili, prodotti dall’attività fotosintetica delle foglie. È stato calcolato che circa l’80% del fabbisogno di fosforo della pianta e il 25% di quello di azoto è ottenuto grazie alla presenza delle ectomicorrize. Così come si è verificato che la maggior parte delle specie fungine micorriziche non è in grado di vivere autonomamente da saprofita.

(4.2) Tuttavia, nonostante i progressi fatti fino ai giorni nostri nella comprensione delle ectomicorrize e delle loro potenzialità, si è capito che (al solito) gli ecosistemi naturali così instaurati pongono molti interrogativi a cui non è facile rispondere. Ad esempio: è il micelio che avvolge le radichette, ma è stato verificato che le radichette interessate dalle ectomicorrize diventano più vitali e attive, tendendo ad allungarsi e a diramarsi molto più rispetto a quelle non micorrizate. Da qui l’interrogativo: è il micelio che “va in cerca” delle radichette oppure è vero il viceversa? E, comunque sia, quale tipo di “intelligenza” induce i due organismi a cercarsi e ad accettarsi? Cioè ci si chiede come facciano le piante a “capire” che il micelio di quella particolare specie fungina non è un dannoso parassita ma, viceversa, è “un amico” con cui entrare in relazione. Ma anche: come fa il micelio di una specie fungina a dirigersi verso particolari piante disdegnandone molte altre? Le risposte date dai biologi si basano su effettivi “colloqui chimici” che piante e funghi sono in grado di intrattenere nel sottosuolo tramite emissione di particolari e opportune “molecole-segnale” di origine chimica la cui natura è stata verificata sperimentalmente e di cui si conoscono in buona parte le componenti.

In altre parole, un gioco altamente specializzato e raffinato di “domanda e risposta” che avviene grazie al rilascio continuativo nel terreno di sostanze chimiche diverse (una serie di “password” o di “parole d’ordine”) con cui funghi e piante “avviano una fitta conversazione” e alla fine o si rigettano perché “incompatibili” oppure si riconoscono come “compatibili”. E, se compatibili, il micelio inizia ad emettere altre particolari sostanze che vanno in parte ad inibire le difese immunitarie della pianta (come se la “convincesse” a disinnescare alcune delle sue strategie anti parassitarie) altrimenti non potrebbe mai avvicinarsi a sufficienza alle radichette per instaurare la simbiosi col suo mantello. Mentre la pianta, a sua volta, produce particolari ormoni vegetali che influiscono sulla aggressività del micelio, mitigandola e “tenendola sotto sorveglianza” in modo da impedire al fungo una colonizzazione ed una infezione incontrollata.

Una volta creatasi l’ectomicorriza, questa continua a svilupparsi e a modificarsi: al deteriorarsi, per vecchiaia, di alcuni collegamenti tra radichette e ife, se ne formano sempre dei nuovi in modo che l’ectomicorriza si rimodella senza sosta almeno fin quando uno dei due partner muore.

(4.3) Altre domande che sorgono spontanee riguardano le motivazioni e le dinamiche che giustifichino l’esistenza di tutta una serie di precedenze tra le varie specie fungine che instaurano ectomicorrize con le piante forestali: infatti alcune specie di macrofunghi si insediano nelle fasi iniziali della crescita forestale, quando le piante e il bosco sono molto giovani (specie fungine cosiddette “pioniere”), mentre altre lo fanno solo quando il bosco è già maturo e altre ancora proliferano esclusivamente quando le piante sono vetuste/centenarie. Tanto per fare un esempio: statisticamente si è verificato che i porcini non amano particolarmente né i boschi eccessivamente giovani né tanto meno gli habitat forestali che hanno raggiunto un perfetto equilibrio biologico dato dalla loro età avanzata; quindi pur potendo saltuariamente fare dei buoni raccolti anche in questi due casi estremi, i fungaioli esperti e in cerca di porcini programmano più spesso le loro uscite nelle zone forestali di età, per così dire, media.

Complessità ecologiche e biologiche a cui si aggiunge la difficoltà nell’interpretare la poliedrica capacità posseduta da molte delle essenze arboree forestali nell’instaurare ectomicorrize con una moltitudine di specie di funghi di generi diversi; si riscontra infatti che anche su una singola radichetta si formano più micorrize dovute al micelio di svariate specie fungine (macro- e microscopiche).

(4.4) In ogni caso, da queste collaborazioni si viene a costituire una fittissima rete di interconnessioni sotterranee grazie alle quali “funghi e piante” ma pure “funghi e funghi” e soprattutto “piante e piante” si scambiano tra di loro veri e propri messaggi di carattere chimico; messaggi che, secondo gli studiosi, spaziano entro una vasta gamma di interpretazioni: dai messaggi di allarme fino a quelli di richiesta di aiuto e sostegno nutrizionale da parte delle piante più giovani e/o deboli; richieste che le cosiddette “piante madri” possono soddisfare a seconda dei casi e con le modalità relative alla presenza delle ectomicorrize.

Una sorta di “complesso simbiotico” o di “rete nutrizionale” o di “rete di informazioni” che in inglese viene spesso indicata con Wood Wide Web (“ampia rete del legno”) tanto per proporre un paragone con l’attuale “rete del web”; paragone efficace ma, a mio avviso, un poco improprio in quanto nel web non tutto è così positivo e vantaggioso (come accade a molte delle “invenzioni” umane, a seconda dell’uso che ne viene fatto); al contrario delle ectomicorrize che, messe in atto già tra 500 e 600 milioni di anni fa quando sono arrivate le prime alghe verdi sulla terraferma (i funghi erano già apparsi da un mezzo miliardo di anni circa[*]), si sono dimostrate nel corso delle ere geologiche vere e proprie strategie vincenti.

[*] [ Non è individuabile con precisione l’era geologica in cui sono apparsi i primi veri organismi fungini. Le conoscenze attuali datano a circa un miliardo di anni fa la loro comparsa: così risulta dall’analisi del DNA e dai calcoli relativi all’orologio molecolare applicati su fossili di micelio fungino ritrovati in alcune rocce metamorfiche. Purtroppo i funghi (micelio + eventuali sporofori) non “fossilizzano” bene e quindi la quantità dei reperti disponibili non è neanche paragonabile a quella relativa a molti altri organismi; ulteriori complessi fossili di filamenti organici intrecciati con accanto delle particelle fossili (che potrebbero ricordare rispettivamente micelio e spore) sono stati ritrovati all’interno di spaccature di antiche colate laviche e datano 2,4 miliardi di anni, una età sorprendente! Ma ciò va preso col beneficio di inventario perché potrebbe trattarsi di organismi simili ai funghi ma che poi si sono estinti. ]

(4.5) Prima della comparsa delle piante sulla terraferma, la vita sul nostro pianeta era quasi esclusivamente relegata all’ambiente acquatico. Nelle zone di mare poco profonde e calde in cui poteva filtrare la luce solare, così come in lagune e laghi brulicava una variegata vita vegetale e animale. Sulla terraferma, invece, le condizioni dovevano essere piuttosto… estreme: radiazioni solari violente, ampie escursioni termiche tra giorno e notte, panorami polverosi e rocciosi, brulli e spogli; con assenza totale di ciò che oggi identifichiamo con “suolo ricco di vita”. Tuttavia moltitudini di batteri fotosintetici e funghi riuscivano a vivere sulla terraferma, i primi grazie alla loro attività fotosintetica, i secondi nutrendosi dei suddetti batteri, di acqua e dei composti minerali nutrienti messi a disposizione dalle rocce.

E d’altra parte la terraferma deve aver rappresentato un “invito” irresistibile rivolto alle alghe verdi perché qualcuna non abbia provato a uscire dalle acque, protettive sì ma pur sempre troppo frequentate e pericolose. Alghe verdi “pioniere” e che, sulla terraferma di oltre 500 milioni di anni fa, potevano disporre di anidride carbonica a volontà e potevano attingere all’energia solare più intensa in quanto non filtrata/schermata dall’acqua: perfetti incentivi per loro che proprio di energia solare e diossido di carbonio avevano bisogno per attivare la fotosintesi e creare i propri nutrimenti zuccherini.

Tuttavia necessitavano anche dell’acqua (!) perché senza questo “collante” la fotosintesi non poteva iniziare; ma queste alghe verdi pioniere erano prive di radici e non avevano quindi modo né di assorbirla né di immagazzinarla o trasportarla, né potevano estrarre da quel terreno compatto e duro alcuni nutrienti fondamentali per la propria crescita; tutte operazioni che prima, immerse in ambiante acquatico, realizzavano semplicemente grazie al contatto diretto con l’acqua.

Ecco: pur essendo difficile/impossibile individuare una serie di ipotesi riguardo alle origini della vita sulla terraferma che mettano d’accordo i vari studiosi e biologi, questo rappresenta invece un argomento su cui c’è abbastanza unanimità di vedute: solo grazie alle nuove relazioni che, nel corso di qualche milione di anni, le alghe verdi pioniere avevano stretto con i funghi, le piante hanno poco a poco colonizzato la terraferma; in altre parole furono inizialmente i funghi di quelle lontane ere geologiche che, con i loro reticoli miceliari, fornirono alle alghe verdi un primitivo impianto radicale.

Ciò permise alle piante di prosperare e proliferare, andando poi esse stesse, in qualche decina di milioni di anni, a sviluppare autonomamente dei propri e funzionali sistemi radicali senza tuttavia poter (o voler?) fare a meno degli effetti benefici della simbiosi con i funghi. L’evoluzione (più appropriato parlare di co-evoluzione) compiutasi nelle successive ere geologiche, ha portato funghi e piante a diventare ciò che oggi conosciamo. In definitiva e senza la presenza dei funghi, le piante chissà se (e come) si sarebbero evolute; la nostra atmosfera (oggi ricca di ossigeno) è quella che è proprio grazie all’attività fotosintetica protrattasi per centinaia di milioni di anni e messa in atto dalle piante ma, in ultima analisi, la vita sul nostro pianeta sarebbe stata senz’altro diversa in assenza dei funghi. Prendendo in prestito le parole del bel saggio di Merlin Sheldrake (riportato in calce a questo articolo, nella Bibliografia dei testi consultati) si potrebbe dire che grazie a “queste intime associazioni piante e funghi micorrizici realizzano una fioritura collettiva che è alla base del nostro passato, del nostro presente e del nostro futuro. Sarebbe impensabile farne a meno, eppure raramente riflettiamo sulla loro importanza.”

(4.6) Torniamo ora ai nostri funghi e ad altri interrogativi relativi alle ectomicorrize a cui è difficile dare risposta. Dagli studi fatti sul campo risulta, come già osservato, che la maggior parte delle essenze forestali sia ben favorevole a collaborare con più e più specie fungine, ma così non avviene per i funghi! Molti dei quali sembrano essere, per così dire, assai “schizzinosi” nella scelta del partner vegetale. Infatti nel vasto panorama dei funghi ectomicorrizici si individuano sia quelli che amano associarsi indifferentemente con un gran numero di specie arboree, sia quelli che possono (o devono? o scelgono? e perché?) associarsi esclusivamente con una (e una soltanto) specie arborea. Con, nel mezzo, una vasta schiera di altri funghi dai “gusti” e dalle preferenze più o meno diversificati ed esigenti.

I funghi in grado di micorrizare indifferentemente un gran numero di specie arboree (quei funghi per così dire “di bocca buona” in quanto possono legarsi in simbiosi anche con un centinaio di specie vegetali diverse) sono chiamati propriamente funghi aspecifici. Tra essi, rimanendo in tema di macrofunghi, uno dei più curiosi è Pisolithus arhizus, semiipogeo da giovane ma che poi emerge decisamente dal terreno a maturità.

Questo fungo fu illustrato nel 1697 dal botanico palermitano Paolo Silvio Boccone (1633 – 1704) nella sua opera “Museo di piante rare”. Venne indicato con il nome “Catatùnfuli”; così infatti era chiamato dalle donne messinesi che lo impiegavano per tingere i panni grazie alla sua polvere sporale che funzionava (e funzionerebbe tuttora) da ottimo colorante; in effetti uno dei suoi sinonimi è Scleroderma tinctorium, proprio per indicare queste proprietà coloranti. In letteratura viene riportato come commestibile purché giovane (e quindi ancora semiipogeo); è detto volgarmente “tartufo di Boemia” o “tartufo dei poveri”. Sembra che una volta cotto al sugo abbia sapore simile a quello del fegato di maiale… [confesso che io, pur avendolo più volte trovato, non l’ho mai assaggiato]. È anche di una certa importanza ecologica perché, come accade per qualche altro fungo aspecifico, il suo micelio ha la caratteristica di riprodursi e proliferare facilmente in laboratorio, vegetando sopra un substrato di torba arricchita di nutrienti; dopo di che può essere inoculato nei terreni destinati a qualche nuovo impianto boschivo (rimboschimento) per favorire fin da subito l’instaurarsi di micorrize con le giovani pianticelle messe a dimora e che, così micorrizate, avranno più possibilità di crescere in salute e robustezza.

(4.7) Venendo ora ai funghi più conosciuti dal vasto esercito dei fungaioli, non ve ne sono di così dichiaratamente aspecifici. Neanche la comune Amanita muscaria rientra in questa categoria di aspecificità pur potendo associarsi con molte specie arboree: la possiamo trovare, ad esempio, sia sotto conifere (Abete rosso, Abete bianco, oppure Pino nelle sue numerose specie) che sotto svariate latifoglie (Faggio, Castagno, Betulla, Quercia da sughero, Eucalipto) oltre che con essenze della macchia mediterranea come Cisto e Corbezzolo. Ma alla fin fine si tratta sempre di un esiguo numero di specie vegetali. Molto più selettivo nella scelta del partner vegetale è l’ovolo buono, Amanita caesarea, che ama instaurare simbiosi con Castagno e con varie specie di Quercia, molto saltuariamente con Nocciolo, disdegnando completamente la vicinanza delle conifere.

Tanto per rimanere in tema con i funghi più comuni, conosciuti e raccolti, anche i porcini hanno le loro “preferenze vegetali”, ma via via sempre più circoscritte a un minor numero di essenze arboree. Il Boletus edulis e il “rosso”, Boletus pinophilus, sono quelli “più micorrizici” perché concedono i loro favori sia a conifere (Abete rosso e Abete bianco, ma pure Pino silvestre e Pino nero) che a latifoglie (Faggio, Castagno e Betulla per entrambi; talvolta Carpino, Nocciolo e Tiglio per l’edulis).

Più selettivo riguardo alle specie arboree con cui micorrizare è il “biondo”, Boletus reticulatus, perché raramente si lega con le conifere preferendo di gran lunga le latifoglie come Castagno, Faggio e Quercia nelle sue varie specie, non disdegnando Nocciolo e Carpino. Forse, in questo senso, il più riservato tra i porcini è il “nero”, Boletus aereus, perché mai micorriza con conifere e raramente col Faggio, le sue essenze preferite rimanendo Castagno e Quercia nelle varie specie.

Andando via via a restringere il campo d’azione riguardo alle essenze arboree con cui micorrizare, troviamo quei funghi cosiddetti a simbiosi obbligata.

In questa categoria ci sono quelli a simbiosi obbligata in senso lato, che si legano cioè anche con più specie vegetali ma comunque appartenenti a un unico Genere. E, infine, quei funghi talmente e curiosamente “selettivi” che possono entrare in simbiosi con una e una soltanto specie vegetale, rientrando quindi nell’insieme dei funghi detti a simbiosi obbligata in senso stretto.

Nel prossimo articolo parleremo delle endomicorrize, mettendo l’accento soprattutto su quelle così sorprendenti che si instaurano tra alcuni particolari funghi e le bellissime Orchidee selvatiche che si possono incontrare in Italia.

Bibliografia dei testi consultati

(1) A.M.I.N.T., a cura di_ Tutto Funghi – Cercarli, riconoscerli, raccoglierli_ Giunti Editore, Firenze, 2015
(2) AUTORI VARI_ Parliamo di funghi (vol. 1) ecologia, morfologia, sistematica_ Giunta della Provincia Autonoma di Trento_ 2007
(3) PAPETTI, Carlo, CONSIGLIO, Giovanni, SIMONINI, Giampaolo_ Atlante fotografico dei Funghi d’Italia (Volume 1) _ Associazione Micologica Bresadola, Trento, 2008
(4) SHELDRAKE, Merlin_ L’ordine nascosto. La vita segreta dei funghi_ Marsilio Editori, Venezia, 2020


Per recuperare le puntate precedenti

“Pillole di funghi”: la nuova rubrica curata da Alessandro Francolini

PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Il Genere Amanita

PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Qualche Amanita mugellana – prima parte 

PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Qualche Amanita mugellana – seconda parte 

PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Porcini mugellani 

PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Le regole – e la poca logica di certe norme – nella raccolta dei funghi 

PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Curiosità storiche sul nome “Boletus”: etimologia e vicissitudini – Prima parte 

PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Curiosità storiche sul nome “Boletus”: etimologia e vicissitudini – Seconda parte 

PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Funghi commestibili in Mugello – Prima parte

PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Funghi commestibili in Mugello – Seconda parte

PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Funghi commestibili in Mugello – Terza parte

PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Funghi commestibili in Mugello – Quarta parte

PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Funghi commestibili in Mugello – Quinta parte

PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Che cos’è veramente l’organismo fungo? – Prima parte

PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Che cos’è veramente l’organismo fungo? – Seconda parte

PILLOLE DI FUNGHI IN MUGELLO – Che cos’è veramente l’organismo fungo? – Terza parte

Alessandro Francolini
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – gennaio 2026

Alessandro Francolini
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